Rivista "IBC" XXIII, 2015, 3

territorio e beni architettonici-ambientali / progetti e realizzazioni

L'IBC ha predisposto un inventario dei castelli presenti sul territorio dell'Emilia-Romagna: il curatore ci racconta come è stato progettato e quali numeri ha prodotto.
Di torre in torre

Stefano Pezzoli
[IBC]

Redigere un elenco dei castelli della nostra regione può apparire, a prima vista, un'operazione abbastanza lineare e con esito definitivo, come compilare l'inventario delle chiese e degli oratori, anch'essi edifici specialistici di chiara funzione. Da questo punto di vista, l'esercizio della pratica religiosa da parte da chi risiede o si trova temporaneamente in un determinato territorio potrebbe essere messo sullo stesso piano della funzione militare di difesa e protezione armata, o comunque di residenza fortificata a servizio del potere egemone su di uno spazio territoriale, funzione affidata anticamente all'architettura castrense.

Pare infatti assodata la definizione che individua nel castello una struttura architettonica fortificata di prevalente origine medievale, dotata di torri, spesso circondata da mura e fossati e difesa da una guarnigione militare, ma anche residenza, spesso temporanea, del signore locale e della sua famiglia, e pure luogo dove si celebrano i riti del potere e si amministra la giustizia in un determinato contesto territoriale. La stessa immagine archetipica di questo edificio rimanda a radici lontane, che sfumano quasi in quelle della casa, una chiusa stereometria che protegge dall'ambiente esterno. Anche l'immagine che ne danno le fiabe esalta l'elemento verticale, le torri, e soprattutto l'elevato rilievo sul quale è impiantato il castello, a dominio dello spazio circostante.

Tuttavia, a differenza dei luoghi di culto, che nel tempo hanno conservato linearmente la medesima funzione, o comunque hanno mantenuto una struttura architettonica riconoscibile, le antiche strutture castrensi - con la progressiva perdita della capacità militare, causata principalmente dall'introduzione delle armi da fuoco, e con l'affermarsi definitivo della supremazia urbana e dello stato regionale sui piccoli potentati locali - hanno perso del tutto le caratteristiche originarie e sono andate incontro a un mutamento definitivo.

Una metamorfosi che ha condotto a due esiti: la trasformazione in residenza signorile a uso di villa o di centro organizzatore della proprietà terriera, oppure l'abbandono, che causa l'incuria e il depredamento di materiali, portando la struttura irreparabilmente allo stato di rudere. Per questo motivo, nella maggioranza dei casi, qualora abbiano mantenuto un impianto tuttora abitabile e utilizzabile per variate funzioni, i castelli sono stati interessati da diversi interventi di ristrutturazione e ammodernamento, che ne hanno profondamente modificato le strutture originarie, lasciando sia pure evidenti tracce degli antichi organismi difensivi.


Castelli medievali tramandati integri a noi non sussistono, e in genere non esistono in Italia strutture castrensi che siano anteriori alla fine del XII secolo. L'esempio del castello Eurialo di Siracusa, del IV secolo avanti Cristo, è da considerarsi un caso unico. Il castello è comunque di derivazione classica: il termine deriva dal latino  castrum, e inizialmente designa un villaggio fortificato; poi, dall'età tardo antica, diventa una pura e semplice fortezza militare. Con l'incastellamento alto medievale, fenomeno che si sviluppa fra IX e X secolo in seguito al disfacimento dell'impero carolingio e dell'invasione ungara, sorgono fortificazioni che si ricollegano alla maglia insediativa preesistente, ai nuclei abitati, ai monasteri e alle pievi, stabilendosi in vicinanza ma mantenendo una debita distanza e prediligendo sempre l'emergenza orografica.

Il sistema delle fortificazioni risente inoltre delle vicende complesse e altalenanti dei poteri che si susseguono sul territorio, provocando un'accentuata e perenne mobilità dei siti fortificati: si è creata, così, una vera e propria scia di postazioni, di cui in grandissima parte non restano che minimi resti o soltanto tracce toponomastiche. Lo stesso castello di Canossa, fulcro dello scacchiere matildico della collina reggiana, vede oggi ampia parte delle sue mura distrutte dalle frane, tanto che ora pare irreale ripensare in quel luogo l'incontro del gennaio del 1077 tra papa Gregorio VII e l'imperatore Enrico VI di Franconia.

Fra Tre e Quattrocento, quando si formano gli stati regionali, emergono le città che tendono a prendere in mano il controllo del territorio. Bologna, già nel 1271, con le sue leggi antimagnatizie, vieta ai nobili di risiedere in campagna e nel 1307 proibisce la costruzione di nuovi castelli nel contado. Ancora oggi la provincia bolognese registra un "vuoto" di castelli sul territorio, sia rispetto alla Romagna, sia rispetto alla porzione occidentale della regione. Nel Piacentino, per fare un paragone, vi furono trecento e più castelli, un numero che fa di questa provincia una fra le più ricche d'Italia sotto questo aspetto, intensità che in parte continua nel parmense.

La causa di questa frequenza sta anche nella presenza di importanti assi viari confluenti nello snodo di Piacenza, fra cui la direttrice della valle del Trebbia, passaggio fra il mar Ligure e l'entroterra padano, e il percorso della via Francigena, itinerario internazionale fra il nord Europa e Roma. La conservazione delle strutture già castrensi è stata inoltre favorita, qui, dalla permanenza, sino alla fine del Cinquecento e del Seicento, degli stati dei Pallavicino e dei Landi, territori imperniati su di una rete di importanti castelli. Così, mentre nel Bolognese già dal Trecento si diffondono residenze nobiliari di campagna dalle caratteristiche difensive, nell'area dei ducati, da Piacenza a Modena, prosegue per due secoli lo sviluppo dell'architettura castrense.

Particolare è l'esperienza romagnola nel Quattrocento, quando questo territorio di cerniera, sul versante adriatico, fra il Nord e il Centro Italia, segnato dal principale tragitto fra Bologna e Roma costituito dalle vie Emilia e Flaminia, diventa terra di conquista, con il coinvolgimento di Milano, Venezia, Firenze e dello stato ecclesiastico: una vicenda che porta a sviluppare una certa produzione di architettura militare, progettata anche da tecnici di alto livello. Suggella la lunga storia delle rocche della Romagna la cinquecentesca fortezza di Terra del Sole, segno dimostrativo del dominio fiorentino su ampia parte della montagna romagnola. Infine è da segnalare il Ferrarese, che rimane quasi vuoto di presenze castellane, causa la tipicità di un territorio invaso per lunghi secoli dalle acque; questo ambiente, però, presenta le "delizie" estensi, residenze di campagna che mostrano anche caratteristiche difensive.


A fronte della mancanza di qualsiasi dato informativo sulla consistenza complessiva del patrimonio di architettura castellana nella nostra regione, ho ripreso come base di partenza i dati forniti dall'inventario dei centri e dei nuclei storici dell'Emilia-Romagna redatto dall'Istituto per i beni culturali negli anni 1978-1980 per ottemperare alla richiesta regionale scaturita dalla legge 2 del 1944, che prevedeva tale elenco fra i primi provvedimenti di tutela. Questo inventario era stato formato incrociando i dati censuari con notizie storiche e riscontri cartografici di tutti gli insediamenti regionali, verificabili sui censimenti della popolazione degli anni 1871, 1936, 1951, 1971. Fra i riscontri di evidenza storica era indicata una funzione militare data dalla presenza di elementi castrensi, esistenti o scomparsi.

Il dato, però, era limitato ai siti abitati, e ricavato da corografie sette-ottocentesche, quindi non necessariamente coincidente con la situazione presente. La necessaria integrazione si è orientata sulla guida Emilia-Romagna del Touring Club Italiano (edizione del 2005) e su alcune monografie riguardanti le architetture fortificate dei singoli areali provinciali storici regionali. Alcune di queste monografie sono particolare puntualità; come nel caso di  Rocche e castelli di Romagna, il volume curato da Franco Fontana nei primi anni Settanta, che arriva a individuare circa 900 insediamenti difensivi nell'areale storico romagnolo (più dilatato della somma delle attuali tre province); oppure  Castelli piacentini di Carmen Artocchini, che come sopra ricordato ne indica più di 300.

La guida del Touring Club elenca, sotto il titolo di  rocche e fortificazioni complesse, una cinquantina di casi, indubbiamente comprensivi dei castelli più importanti e che pure conservano un'ampia riconoscibilità dei caratteri militari, però inserisce anche casi di fortificazioni ormai del tutto mimetizzate da residenze signorili, come la rocca di Soragna, e omette il castello Pio di Carpi, che pur mantiene visibili antichi elementi difensivi. Nell'elenco, poi, è inserita la fortezza di Terra del Sole, che propriamente è più "città" che castello, essendo dotata di due quartieri, una chiesa e un palazzo del governo.


In effetti, anche nell'impostare questo nuovo inventario dei castelli, mi è parso piuttosto difficile trovare una soglia esatta, una discriminante chiara, in quanto la componente militare e difensiva di questi edifici viene attenuata progressivamente dalla trasformazione residenziale, che normalmente comincia all'interno della corte, con l'apertura o l'aggiunta di loggiati, spesso a due ordini; poi nei paramenti murari esterni, comprese le torri, ove si aprono finestre di più o meno accentuata ampiezza, mentre si interrano i fossati e si eliminano i ponti levatoi, dei quali sovente resta traccia delle corsie che contenevano i meccanismi per la movimentazione. Si otturano le feritoie e i piombatoi e i camminamenti di ronda protetti dai merli vengono ricoperti da tetti, le torri sono di frequente abbassate al livello dei corpi edilizi che le affiancano; gli ambienti interni sono adattati a residenza, decorati da stucchi e affreschi e dotati di arredi, come i coevi palazzi di città. Quindi, a fronte di una difficile e incerta discriminazione netta, ho ritenuto di dare posto a quegli organismi architettonici che erano stati castelli e ne conservavano qualche visibile traccia, oltre a un impianto planimetrico riconoscibile.

Ho ritenuto anche di tenere conto di casi "moderni", di castelli "inventati" in epoca recente, fra Ottocento e Novecento, oppure di stutture originariamente castrensi, ma in sostanza rifatte mediante interventi di "restauro stilistico" effettutati su organismi antichi, come nel caso della rocca di Busseto, del castello di Baiso e di diversi altri. In fondo questi "nuovi castelli" sono fabbriche che mantengono le caratteristiche del castello, ne hanno la sagoma e le proporzioni, hanno le torri, le merlature, i muri a scarpa, e sono chiamati castelli, perché sono eredi di un vero castello, del tutto scomparso da molto tempo, ma ispiratore della nuova costruzione. Esemplari i casi di Fabriago di Lugo e di Castello Benelli di Bellaria; e la stessa Rocchetta Mattei di Riola di Vergato, recentemente restaurata, è castello perché sta sulle fondamenta e sui resti del castello di Savignano, in posizione dominante sulla valle del Reno, e perché ha la struttura di un castello innervato da torri: pur restando eccentrico rispetto al paesaggio circostante, esprime pur sempre l'isolamento tipico di una fortezza.

Sono stati esclusi dal novero i borghi fortificati di origine medievale fondati a difesa dei limiti dei contadi, ma pur detti castelli, come Castel San Giovanni, Castelfranco, Castello di Serravalle, Castel Bolognese, eccetera, in quanto l'elemento fortificato di fatto è la cintura muraria di un abitato che esprime una funzione urbana, cioè presidia il territorio soprattutto mediante un popolamento e non solo con una semplice funzione di guarnigione militare.

Si sono poi voluti inserire quei castelli oggi testimoniati da ruderi, non da poche pietre (e di questi ce ne sarebbero tanti) ma da resti evidenti e più o meno estesi, dalle ampie e composite testimonianze, come ci mostra il castello di Carpineti, sino alle isolate ma possenti rovine di una torre, come negli esemplari che si elevano su Modigliana e Castel del Rio. Lo stato di secolare abbandono e di crollo evocano in modo particolare la storia passata, il senso della lontananza dei tempi, il forte contrasto con l'oggi, provocano curiosità e muovono la fantasia. Due fra i più famosi e visitati castelli scozzesi, in fondo, sono in gran parte ridotti a ruderi: Dunnottar Castle, su di una scogliera del Mare del Nord, e Urquhart Castle, sul lago di Loch Ness.

In conclusione sono stati selezionati 271 casi, di cui 73 in stato di rudere o di riconoscibile avanzo. Una rilettura più approfondita potrà naturalmente apportare correzioni e integrazioni.

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