Rivista "IBC" XV, 2007, 2

media, progetti e realizzazioni

Il prossimo settembre a Formigine, in vista delle prime colline modenesi, apre il nuovo Museo del Castello: lo abbiamo visitato in anteprima.
Narra la fortezza...

Chiara Vecchio Nepita
[responsabile dell'Ufficio comunicazione esterna del Comune di Formigine (Modena)]

Immaginate di trovarvi sulla cima della torre di una rocca antica, nella stanza sottostante la cella campanaria, dalla quale, da secoli, è scandito il tempo del paese. Sulle pareti scorrono le visioni animate dei quadranti dell'orologio che ancora oggi campeggia all'esterno della torre. Le lancette si muovono avanti e indietro, scoprendo lentamente i frame narrativi dei momenti più importanti della storia della comunità che ha fondato il castello, ha dato origine al borgo circostante, ha istituito un mercato prima, e una fiera poi... Risuona il ticchettio dell'orologio e il din don delle campane. Immaginate ora di spostarvi in un'altra torre della rocca, questa volta al piano terra. Dinanzi a voi, una fossa nel pavimento in terra battuta ricrea la forma di una sepoltura, simile a quelle rinvenute negli scavi del cimitero che esisteva ancor prima della fortificazione del castello. Se vi avvicinate, l'incavo si anima mostrandovi il rito dell'addio alla vita, con suggestioni che rimandano ai codici miniati medievali.

La stanza dell'orologio e la stanza della sepoltura sono soltanto due dei dodici ambienti del castello di Formigine, in provincia di Modena, che da quest'autunno accoglieranno un museo e un centro di documentazione. Una struttura pensata come un racconto le cui coordinate sono il tempo e lo spazio, e i protagonisti il castello e la comunità che lo ha fatto vivere. Il racconto è reso possibile da installazioni multimediali che si avvalgono di tecnologie digitali e richiedono al visitatore forme d'interazione.

Il tema della narrazione è centrale nell'attuale dibattito sulla comunicazione del bene culturale, tanto da meritare un convegno internazionale e molti interventi, anche sulle pagine di questa rivista.1 A tal proposito, Valeria Cicala scrive: "'Raccontare' questo è il verbo che attualmente meglio si coniuga con il sostantivo museo. Negli anni recenti la dimensione orale della visita al museo, del percorso non solo visivo, bensì fortemente corroborato dalla parola, in una dimensione anche letteraria, si è assai radicata in molti paesi e risulta evidente come nuove tecnologie e realtà virtuale non possano prescindere da una prospettiva affabulatoria, da una alfabetizzazione emotiva".2 Il Museo del Castello di Formigine è il risultato tangibile di questo nuovo linguaggio. In più, sembra essere riuscito a evitarne la trappola più pericolosa: fare un'operazione di comunicazione puramente formale, dove la tecnologia sostituisce ciò che dovrebbe comunicare, rinunciando a fornire la chiave di decodifica del significato dell'oggetto culturale, che è un segno comunicativo di per sé.3

Nel caso formiginese, le indagini storiche e archeologiche hanno utilizzato l'opportunità del restauro per acquisire conoscenze, mentre le conoscenze hanno indirizzato il restauro e "consigliato" una rifunzionalizzazione degli ambienti comprensiva dell'allestimento del museo. Quando nel 1997 l'Amministrazione comunale avviò un ampio dibattito sulla necessità di restaurare l'allora sede municipale, posta nel centro storico del paese con una superficie totale di ben 1.630 metri quadrati, il castello possedeva quasi ottocento anni di una storia che accomuna molti dei castelli locali. Edificata dal Comune di Modena nel 1201 come fortezza difensiva a presidio del confine reggiano, con l'avvento della casata dei Pio (1405-1599) la rocca divenne residenza signorile, funzione che mantenne anche dopo il passaggio ai marchesi Calcagnini d'Este. Nell'aprile del 1945 Formigine fu colpita duramente dai bombardamenti aerei, che fecero crollare la volta del sotterraneo della torre dell'orologio, adibito a rifugio, provocando la morte di venti persone, tra le quali i proprietari, e sventrarono quasi completamente il palazzo marchionale. I successivi interventi di ricostruzione, restauro e manutenzione non furono sempre rispettosi dell'assetto originario.

Il dibattito del 1997, quindi, si presentava come l'occasione per ricostruire l'identità perduta dell'intero complesso castellano e indagare la storia della comunità che lo aveva abitato.4 Per elaborare un programma mirato alla conoscenza dell'oggetto su cui si sarebbe dovuto operare venne così costituito un comitato scientifico coordinato dall'architetto Vincenzo Vandelli e composto dai rappresentanti delle varie istituzioni coinvolte: le soprintendenze competenti (Soprintendenza per i beni architettonici e per il paesaggio di Bologna, Modena e Reggio Emilia; Soprintendenza per il patrimonio storico, artistico e etnoantropologico di Modena e Reggio Emilia; Soprintendenza per i beni archeologici dell'Emilia-Romagna), l'Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna, le Università di Bologna e Ca' Foscari di Venezia, la Provincia e gli istituti museali di Modena (Galleria e Musei civici) e l'Istituto italiano dei castelli. I risultati delle indagini storiche e dei sondaggi archeologici effettuati hanno reso evidente la necessità di trasferire la residenza municipale, per la quale è stata costruita una nuova sede che ha semplificato e migliorato l'offerta di servizi ai cittadini.5

La ricerca archeologica iniziata nel 1998 e conclusa nel 2006, condotta dall'Insegnamento di archeologia medievale dell'Università Ca' Foscari sotto la direzione del professore Sauro Gelichi, si è caratterizzata come una delle più ampie indagini della regione, portando risultati in parte inaspettati.6 Per esempio, nell'ultima campagna di scavo, la scoperta di alcune sepolture nella porzione orientale del cimitero databili all'XI secolo per mezzo dell'esame al C14 e il ritrovamento di un denaro ottoniano della zecca di Pavia del 962-977 d.C. hanno verificato la presenza di un insediamento altomedievale. Le analisi antropologiche compiute sugli inumati hanno poi permesso di conoscere questa comunità di formiginesi, fornendo informazioni sul sesso, sull'età alla morte, su alcune caratteristiche fisiche, sulle patologie di cui soffrivano, sui loro caratteri discontinui (ereditari) e su quelli ergonomici (dovuti allo svolgimento di attività lavorative intense e ripetute).

Una tale ricchezza di dati e di reperti doveva essere comunicata senza prescindere dalla relazione con la ricerca storica, cartografica, artistica, architettonica e con la memoria collettiva della cittadinanza. Per ottenere questo risultato, il gruppo di lavoro diretto dal professor Gelichi e composto dai referenti dell'Assessorato alla cultura e ai lavori pubblici del Comune di Formigine, della Soprintendenza per i beni archeologici dell'Emilia-Romagna e dai progettisti dei lavori di restauro, hanno scelto Studio Azzurro di Milano, un gruppo di ricerca artistica fra i più importanti a livello internazionale (www.studioazzurro.com). Dal 1982 Studio Azzurro indaga le possibilità poetiche ed espressive delle nuove tecnologie, attraverso la creazione di videoambienti, ambienti sensibili e interattivi, performance teatrali e film; negli ultimi anni si è aggiunta la progettazione di mostre e di musei secondo una visione ampia e interdisciplinare della conoscenza: il Museo virtuale della città di Lucca, l'allestimento interattivo del Museo della Resistenza a Sarzana, la Fabbrica della Ruota di Biella e le recenti installazioni per la mostra di Parma "Vivere il Medioevo".

L'utilizzo che Studio Azzurro fa delle nuove tecnologie non risulta invasivo, la loro veste elettronica rimane celata agli occhi del visitatore, evitando di stravolgere la gerarchia tra l'oggetto da comunicare e il mezzo di comunicazione.7 Per esempio, l'installazione ideata per la sala degli archivi del corpo di guardia del castello di Formigine si presenta come un armadio medievale. Il visitatore può aprire sportelli e cassetti; in questo modo attiverà la proiezione di immagini relative agli scavi e la riproduzione di musica e di suoni, e scoprirà alcuni veri reperti senza accorgersi mai dei dispositivi elettronici. I contenuti scientifici sono comunicati grazie al dialogo serrato tra gli exhibit multimediali, i dati e i reperti esposti; mentre il visitatore può soddisfare quel bisogno di esperienza e di interattività che contraddistingue la fruizione culturale contemporanea.8 Recuperando una comunicazione di tipo tradizionale attraverso semplici azioni quali il toccare, l'emettere un suono, il muoversi in uno spazio, viene favorito un processo di elaborazione della conoscenza molto naturale e intuitivo, proprio perché frutto di un'esperienza partecipativa e spesso coinvolgente da un punto di vista emozionale.9

Il Museo del Castello di Formigine è stato pensato come un racconto, si diceva all'inizio. Narrare le storie degli uomini e delle donne alle prese con il lavoro, la malattia, la fede, la morte, significa contestualizzare le tracce che essi hanno lasciato durante il loro passaggio, in una prospettiva propria della sociologia della cultura.10 Tanto più che queste tracce non sono soltanto i reperti archeologici, ma i racconti stessi di coloro che hanno vissuto il castello.11 Nella stanza buia e sotterranea che fu il rifugio antiaereo durante la Seconda guerra mondiale, per esempio, si ha l'impressione che le pareti abbiano trattenuto la memoria di quei tragici eventi e ce li facciano riascoltare attraverso l'emissione di suoni, rumori e di voci: le testimonianze di chi realmente conobbe quel luogo. Un'operazione di questo tipo può restituire una parte di passato alla comunità formiginese, recuperando anche la dimensione dell'oralità e della memoria collettiva. Per questo approccio dinamico alla conoscenza, il museo si configura anche come un centro di documentazione e di ricerca sul castello formiginese, e insieme un punto di partenza per la conoscenza dei castelli modenesi, monumenti attorno ai quali si coagula l'identità dei territori e delle comunità. La sfida più grande per il Castello di Formigine inizia ora. Per continuare a vivere dovrà parlare ai cittadini senza dimenticare nessuno, proporre cultura senza banalizzare la sua offerta, strizzare l'occhio ai portatori d'interesse senza cedere troppo alle loro lusinghe. E offrirsi alla contemporaneità con mille altre storie da raccontare.12

 

Note

(1) "Raccontare i musei. Pedagogie innovative per rafforzare le competenze degli operatori", Torino, 4-5 febbraio 2005 (www.fitzcarraldo.it/formaz/2005/story_telling.htm).

(2) V. Cicala, Il museo racconta, "IBC", XIII, 2005, 2, pp. 24-25: 24.

(3) F. Antinucci, Comunicare nel museo, Bari-Roma, Laterza, 2004.

(4) Il Castello di Formigine: ricerche storiche e archeologiche. Atti del Convegno "Formigine riscopre il suo castello", a cura di P. Bonacini, Modena, Aedes Muratoriana, 1998.

(5) La casa comune di Formigine. Una nuova sede unica per i servizi ai cittadini, a cura di C. Vecchio Nepita e A. Malavolti, Formigine (Modena), Comune di Formigine, 2006.

(6) Il castello di Formigine: il progetto archeologico tra conoscenza e restauro. Catalogo della mostra dei reperti archeologici emersi nel corso delle recenti campagne di scavi, a cura di S. Gelichi, Formigine (Modena), Comune di Formigine, 2001 (www.arcmed-venezia.it/formigine.htm).

(7) M. Guermandi, L'oro degli impressionisti è tutto qui!, "IBC", X, 2002, 3, pp. 33-36.

(8) P. Ortoleva, I percorsi dei beni culturali: un nuovo modello?, "IBC", XII, 2004, 4, pp. 74-80.

(9) I formati della memoria. Beni culturali e nuove tecnologie alle soglie del terzo millennio, a cura di P. Galluzzi e P. Valentino, Firenze, Giunti, 1997.

(10) H. Becker, I mondi dell'arte, Bologna, il Mulino, 2004.

(11) A. Salvi, Nel bazar dei racconti, "IBC", XV, 2007, 1, pp. 20-21.

(12) Fonti: M. Baldassarre, R. Bernadet, F. Bertoldi, D. Biondi, P. Bonacini, V. Braidi, N. Brigati, A. Cianciosi, M. Ferri, R. Gabrielli, S. Garofoli, E. Grandi, D. Labate, M. Librenti, S. Lugli, A. Lodovisi, S. Marchetti Dori, A. Monti, L. Sangiorgi, C. Silingardi, V. Vandelli.

 

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