Rivista "IBC" XIV, 2006, 3

convegni e seminari, progetti e realizzazioni, pubblicazioni

Finiti i festival, i convegni, le gite, le riprese televisive, i castelli rimangono soli con le loro esigenze: soprattutto quelle di essere curati, conosciuti e conservati. E il compito spetta agli enti pubblici.
Meno 'fiction', più cura

Maria Giuseppina Muzzarelli
[docente di Storia medievale e di Storia delle città all'Università di Bologna, membro del Consiglio direttivo dell'IBC]

Si è parlato a più riprese di sinergia, di rete, nella tavola rotonda che si è tenuta il 19 maggio 2006 a Vignola (Modena), nel Castello Boncompagni Ludovisi. L'appuntamento ha riunito economisti, amministratori, storici, architetti e ricercatori che hanno a cuore le sorti dei numerosi castelli presenti nella nostra regione, e in tutta Italia. Si è anche proposto agli enti proprietari di castelli un protocollo d'intesa per coinvolgere i portatori di interessi locali e per cercare di accontentare tutti: i turisti, che fruiscono del bene, e le comunità, che lo dovrebbero conoscere e riconoscervisi. La tavola rotonda - di cui qui pubblichiamo uno degli interventi (l'autrice, docente di Storia medievale e di Storia delle città all'Università di Bologna, fa parte del Consiglio direttivo dell'IBC) - è stata anche l'occasione per presentare gli interventi del convegno di studi del 3-4 ottobre 2003 "Castelli: riutilizzo e gestione", raccolti in una pubblicazione curata dall'architetto Vincenzo Vandelli (Formigine, Comune di Formigine - Fondazione di Vignola, 2005).

 

Vorrei mettere al centro di questa mia breve comunicazione il concetto di cura. È antica la tradizione della pertinenza della cura per individuare lo statuto dell'umano. Per Platone un essere umano si definisce per il suo modo di comportarsi al mondo: "Di che cosa ti occupi? Di che cosa ti curi?". È dando risposte a queste domande che Platone costruisce la sua antropologia. Per Platone è chiarissimo che la cura fa l'uomo e che le diverse modalità della cura fanno diversi tipi d'uomo.1 Nel mondo cristiano un concetto analogo è espresso nel passo evangelico "Curam illius habe" (Luca, X, 35): abbi cura di lui, di chi ha bisogno, e qui si innesca la parabola del buon samaritano che si prende cura dell'uomo aggredito da un bandito. La cura riguarda le persone ma anche le cose, il paesaggio, la memoria. È un atteggiamento, anzi un modo d'essere. Avere cura di quanto il passato ci ha consegnato è un impegno anche morale.

Per i castelli, splendidi testimoni del passato è più facile che per altri resti dei secoli scorsi essere assunti come oggetto di cura. Sono suggestivi, possenti, misteriosi, affascinanti e, nonostante ristrettezze economiche e spesso anche visioni limitate, qualcuno prima o poi si prende cura del castello. Più dura la sorte di quelli messi male e più difficile ancora prendersi cura dei chilometri lineari di documenti custoditi negli archivi di Stato o negli archivi in generale che riguardano anche i castelli e senza i quali i castelli sono come una pianta liofilizzata: di algida e morta bellezza, con limitata possibilità di interagire, di raccontarsi e quindi di comunicare. O meglio, se riescono a comunicare, comunicano un'impressione visiva senza spessore. Soddisfano il piacere del momento ma non arricchiscono la conoscenza. Si prestano a operazioni che confondono fiction e storia, tolgono spessore e significato alle esperienze di cui i castelli sono espressione.

I castelli non sono nati per piacerci e impressionarci né per ospitare feste o convegni. Nulla vieta ben inteso che in effetti vi si svolga l'una o l'altra manifestazione, basta che si conservi la memoria della loro storia, la si ricostruisca, la si diffonda, la si difenda dall'arroganza dei posteri che usano quello che è stato loro tramandato spesso senza consapevolezza, senza cura per il passato e in definitiva per il futuro.

Tutto ciò per dire che occorre conservare, restaurare, valorizzare ma che per far questo occorre anche studiare, ricercare, interpretare, trascrivere, ordinare i dati. Il territorio e gli edifici che ivi si ergono si difendono anche in archivio, in luoghi "ammuffiti", secondo una vulgata tanto diffusa quanto scarsamente veritiera. Li si difendono da postazioni che pochi desiderano visitare, diversamente dai castelli, e che invece aiutano anche i castelli. Aiutano a conoscere le ragioni della loro edificazione, aiutano a sapere come erano le relazioni fra gli uomini in quel periodo, quali erano quelle con l'ambiente. Aiutano a conoscere i rapporti di forza locale, i progetti anche demici, le tradizioni in fatto di costume o di produzione. I castelli non erano infatti solo luoghi deputati alla difesa ma anche centri di organizzazione del territorio da sfruttare, coltivare, perimetrare, abitare, oltre che presidiare.

I documenti salvano dai mascheramenti (e anche dalle mascherate), da ricostruzioni di fantasia (fiction appunto), da violenze al passato e al territorio. Qualche corteo-fantoccio in meno e qualche edizione di documenti in più, verrebbe da dire, ma mi rendo conto che l'attrazione non è la stessa e che non è facile per un documento farsi attraente: di qui la necessità di prendersene cura. Perché la cura deve riguardare le pietre ma anche le carte e soprattutto deve riguardare il metodo, privilegiando l'attenta ricostruzione, la conoscenza profonda. Viviamo un'epoca in cui si magnificano ritmi e valori dello slow food e non si pratica lo slow learning. Imparare, conoscere, ripristinare, richiedono tempo, visite ai luoghi in cui viene custodita la memoria: quegli archivi, appunto, che pochi vogliono e difendono, eppure tanto possono dare anche ai castelli.

Viviamo in un Paese in cui lo storicismo l'ha fatta da padrone. Per anni si è studiata storia della filosofia anziché filosofia, storia dell'arte al posto dell'arte, e forse anche questa è una delle ragioni dell'odierno diffuso atteggiamento, quasi per contrappasso, di calante interesse per la ricerca storica e di scarsa sensibilità storica nella ricerca. Serve una scossa, serve trasmissione fosforica, per dirla con le parole di Remo Bodei,2 serve qualcosa che alimenti una fiamma propria e porti a ragionare intorno al castello con più strumenti, con diverse competenze, lavorandogli intorno, diciamo così, per restituirgli valore e per valersene appieno.

Il Dipartimento di paleografia e medievistica dell'Università di Bologna, l'Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna e l'Istituto italiano dei castelli (sezione Emilia-Romagna) hanno fatto un lavoro, durato tre anni, di individuazione di tutti i castelli della regione, in elevato e non, allo scopo di ricostruire il paesaggio dei castelli come appariva agli occhi degli uomini dell'epoca che li idearono, li costruirono, li usarono.3 La sensibilità di alcuni amministratori ci ha permesso di compiere questa ricerca che oggi affidiamo ai territori perché la curino, perché la implementino, perché ne riconoscano valore e utilità, ma non è facile trovare chi è disposto a prendersene cura. Per fare piani provinciali, per immaginare usi economicamente apprezzabili, per valorizzare quello che è giunto fino a noi, occorre compiere uno sforzo di approfondimento e di strutturazione della conoscenza, andando a cercare le testimonianze scritte da comporre con quelle in pietra, scovando e salvaguardando archivi familiari, ricorrendo a un'attenta disamina degli archivi pubblici, mettendo in contatto archeologi e storici, architetti e amministratori.

Facciamo fatica a trovare sostegno per la ricerca. Facciamo fatica a difendere gli archivi. È più facile organizzare nel castello una fiera o una festa sfruttando la suggestione del luogo ma senza restituirgli la voce. Vorrei invece convincere dell'opportunità di dare enfasi al paziente lavoro degli studiosi che cercano gli eventi che hanno avuto luogo in quei posti e nei dintorni e le ragioni di essi, che restituiscono al castello la sua storia, che operano per immaginare il panorama dell'epoca affiancando ai castelli sopravissuti gli analoghi edifici non più in elevato, che pazientemente (si diceva dello slow learning) cercano di distinguere le tipologie fortificative per capire quali erano le possibilità e le caratteristiche dell'una e dell'altra fase dell'incastellamento. Temo il fenomeno della "gradarizzazione", la trasformazione cioè dei nostri castelli in tante Gradara, in attrazioni turistiche che portano sì visitatori ma tolgono spessore. I visitatori li vogliamo tutti, anche noi storici, e non vogliamo annoiare nessuno, vorremmo solo che ci si potesse salvare insieme: amministratori che hanno bisogno di far quadrare i bilanci e uomini che hanno bisogno di non perdere radici, di non appiattirsi su un presente che arrogantemente pensa di poter fare a meno della memoria o di sostituirla con una fiction che per amore della novità distorce la verità (sono le parole del predicatore francescano che ha tenuto la predicazione di fronte al papa nel Venerdì santo del 2006).

Il publicum - nel senso di Comuni, Province, Regioni, Stato - deve mantenere la promessa e il compito di agire in nome e per conto di tutti e di conseguenza scegliere di sostenere quanto è meno appetibile dal privato ma è comunque importante. Se non il publicum chi mai deve sostenere la memoria, la memoria di tutti, non solo quella di una famiglia o di un gruppo? Se un castello è di un privato state certi che il proprietario ne conosce la storia e ne conserva la documentazione. Il problema è quando non c'è un padrone: cosa di tutti - uguale - cosa di nessuno.

L'università pubblica serve anche a questo e assieme ai Comuni, alle Province, alle Regioni deve raccogliere dati e formare studiosi, dare un metodo e insegnare il rispetto del passato e dei tempi che ci vogliono per conoscerlo e ricostruirlo. Ben venga poi il sostegno di fondazioni, di privati, ma ci sono funzioni non delegabili: educare alla cura, darne esempio.

Bisogna lavorare insieme e far sostenere ai castelli belli e facilmente sfruttabili l'onere della tutela di quelli meno amati ma non meno importanti. Si possono certamente ospitare fiere e feste ma magari devolvere parte di quanto si ricava anche alla ricerca dei castelli e della loro storia. Il publicum deve farsi modello di attenzione e di rispetto, di sensibilità e di lungimiranza, facendo giustizia una volta per tutte del pregiudizio che vuole solo il privato capace di far bene i conti e di agire con sveltezza.

Il problema, mi si dirà, sono i tagli ai bilanci, l'esiguità delle risorse. È vero: è un problema, ma in qualche caso anche un alibi. Per dimostrare che di alibi non si tratta propongo di compiere piccoli quotidiani esercizi di cura, anche a basso costo, per far crescere la sensibilità e la cultura, per tenere ben distinta storia e fiction, per educare all'impegno, a distinguere e a conoscere al posto di consumare. Prima o poi anche i castelli se ne gioveranno e la ricerca che li riguarda ne raddoppierà il valore: vuoi vedere che alla fine far bene fa bene?

 

Note

(1) G. Sissa, Il piacere e il male. Sesso, droga e filosofia, Milano, Feltrinelli, 1999, pp. 80-81.

(2) R. Bodei, Una scintilla di fuoco. Invito alla filosofia, Bologna, Zanichelli, 2005.

(3) Castelli medievali e neomedievali in Emilia-Romagna, a cura di M. G. Muzzarelli e A. Campanini, in corso di stampa (Atti del convegno tenutosi a Bologna il 17 marzo 2005); si vedano anche: M. Foschi, P. Monari, M. G. Muzzarelli, Le torri salvate, "IBC", X, 2002, 1, pp. 28-31.

 

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