Rivista "IBC" XXIV, 2016, 1

convegni e seminari

A Bologna un convegno riporta l'attenzione su un bene diffuso del nostro territorio. Pubblichiamo l'intervento di apertura del Presidente di IBC.
Castelli in Emilia-Romagna: percorsi tra cultura e turismo

Angelo Varni
[Presidente dell'Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna]

Se da tempo è nozione comunemente diffusa quella di bene culturale come realtà, materiale o immateriale, frutto della produzione artistica, letteraria, artigianale, ideale, di una determinata comunità umana, tale da definirne il percorso di una storia evolutiva in grado di precisarne la fisionomia, il castello pare proporsi quale simbolo esemplificativo − addirittura quasi sintesi − di una tale confluenza di significati.

Innanzi tutto, considerato nella sua valenza architettonica, esso rappresenta un modello edificativo di grande pregio costruttivo e di affascinante monumentalità.

Anche perché subito evoca testimonianze di antiche funzionalità militari e di dominio politico immediatamente capaci di trasportarci in altre epoche storiche tra assedi, ponti levatoi, luccichio di corazze, prepotenze signorili unite, però, a tutele di territori e dei suoi abitanti. O anche di momenti storici meno impervi, fra giochi cortesi, battute di caccia, cortei di elegantissime dame, declamare di menestrelli e tanto d'altro ancora.

Ma allora il castello si fa emblema, dall'immediata tensione evocativa, di età trascorse che tendiamo di volta in volta a riproporre secondo le nostre mutevoli esigenze di spiegare il presente ritrovandone le radici in un determinato passato. Così fu, ad esempio, per il romanticismo e il suo richiamo al medioevo, quando, proprio nel nostro paese, attorno e dentro ai castelli si svilupparono le trame più intrigate e intriganti del melodramma. Oppure, sempre per il nostro paese proteso alla conquista unitaria del XIX secolo, il castello di collocazione urbana trasformò il suo ruolo di minaccioso dominio in centro di rappresentazione del nuovo potere democratico e partecipativo di popolazioni fattesi libere.

È, quindi, evidente come in tal modo dal contenitore si trapassa subito al contenuto che, però, non è solo questo costituito da una stratificazione di conoscenze collettive; bensì attiene pure al nostro personale vissuto di fantasia, di memorie infantili − per fortuna mai definitivamente sopite − dove appaiono fantasmi e fate e orchi e magie d'ogni tipo immortalate da fiabe che si fanno sovente impalpabile realtà.

Spesso, poi, il contenuto è a sua volta di grande pregio artistico e manifatturiero, non meno che spia di un mondo domestico, di consuetudini, di relazioni sociali, di pratiche gastronomiche, di dimensioni antropologiche, dove si misura un patrimonio culturale lì concentrato difficilmente rinvenibile altrove.

E poi, uscendo dal manufatto, ci si allarga ai paesaggi dintorno, a quegli spazi, cioè, per noi definibili quale bene culturale non solo per la loro valenza storico-estetica, ma pure quale riferimento, appunto, spaziale a uno specifico assetto conseguito attraverso una storia di presenze umane, tale da definirne i profili materiali non meno che l'immagine mentale. È il castello a far da custode, sovente, da perno rappresentativo e riassuntivo, si può dire, del conservarsi e del trasmettersi di simili assetti.

Appare, quindi, opportuno all'Istituto per i beni culturali, insieme agli amici dell'Associazione del circuito dei castelli di Parma e Piacenza, ritornare ora a ripensare una volta di più al ruolo di questo bene culturale, che − come ho detto − sembra esprimere al meglio quell'intreccio di valori storici, artistici, antropologici, materiali e immateriali, che riteniamo renda le "cose" degne di essere tutelate e valorizzate come espressione e testimonianza della nostra dimensione culturale.

Ripensarlo per definirne al meglio le esigenze di qualità per renderlo percepibile e fruibile in tutta la sua valenza storica, monumentale, paesaggistica nel senso prima detto, antropologica e offrirlo con tutti questi suoi aspetti all'attenzione di quanti vi vivono dintorno e a coloro che attraverso la percezione di tali aspetti, ne vogliano comprendere la forza significante. Con la conseguente aspirazione a individuare efficaci forme organizzative indirizzate a farsi carico delle risposte da dare a tali richieste di diretta conoscenza, attraverso ovviamente visite ed eventi che sappiano illustrare questa molteplicità di prospettive di approccio all'esperienza castellana.

Ora che, appunto, sempre più stanno sparendo le separatezze tra le differenti categorie di beni culturali, nella certezza che tutti finiscano per contribuire, in una sorta continua di rimandi da una situazione all'altra, a creare quel reticolo di conoscenze e, ancor più, di consapevolezze, che costituisce la complessità culturale di un ambiente sociale o, se si preferisce, di un territorio.

In questo favoriti, certo, dalla spinta in tale direzione messa in campo dalla rete tecnologica necessariamente omogeneizzante; ma non meno dalla diffusa acquisizione che cultura sia integrazione e inclusione delle realtà diverse che hanno storicamente contribuito, con l'arte, l'architettura, le strutture urbanistiche e territoriali, la letteratura, l'abilità manifatturiera, l'elaborazione ideale, le tradizioni, gli assetti delle campagne, le produzioni alimentari e tanto d'altro ancora, hanno contribuito, dicevo, a dare consistenza percepibile al proporsi di una comunità.

Ma ecco che si pone più che mai, nel caso dei castelli, il tema delicatissimo del rapporto tra, da un lato, tutela del bene che finisce per richiamare una sua staticità e, d'altro canto, valorizzazione dello stesso, che può percorrere le strade più diverse, fino ai più spregiudicati utilizzi di natura economica.

Peraltro, la dimensione stessa del bene in oggetto, la sua stessa, se si può dire, potenza espressiva, richiede realisticamente che la difficile salvaguardia da porre in atto si colleghi a obbiettivi di valorizzazione, tali da consentirne la sopravvivenza. Ma il punto delicato sta proprio qui: quale valorizzazione è possibile senza snaturarne quei compiti, prima accennati, di custode, come detto, dei valori di un territorio? Perché questo assunto è facile enunciarlo e tanto è stato scritto e detto in proposito, senza evitare, però, − come in fondo stiamo facendo ora − di tornare a dibattere sul problema.

Non è mio intento in questa sede tentare di proporre soluzioni semplici e semplificate: altri che mi seguiranno potranno meglio di me offrire dati di esperienza in grado di dare meglio articolate risposte.

Credo solo di dovere, da un lato, mettere in luce, sotto il profilo istituzionale, il forte impegno dell'Istituto per i beni culturali su questo argomento, ritenendo del tutto evidente − come la stessa presenza in regione di un numero elevatissimo di castelli richiede − imporsi un'attenzione specifica a una promozione che sappia rispondere all'eredità lasciataci da una storia di poteri frammentati e rissosi, sovente, che i castelli ci testimoniano e che ci parlano di relazioni politiche e sociali faticosamente costruite e comunque impegnate ad affrontare le esigenze imposte da un'indispensabile crescita economico-produttiva, magari accompagnata da sfarzose esibizioni artistico-letterarie svolte proprio nei castelli, sì da gareggiare l'un l'altro in pretese di primazia.

E, d'altra parte, richiamarmi a quell'obbiettivo generale, valido per tutti gli "oggetti" culturali, di un coinvolgimento, cioè, della collettività che vive dintorno, nella comprensione del significato di quella presenza castellana nel proprio territorio. Una presenza mai casuale, bensì legata alle radici stesse da cui scaturisce e si definisce nel tempo quella comunità. Questo è il primo, inevitabile passo per far sì che il senso di quel manufatto sia trasmissibile al di fuori dei propri luoghi di esistenza. Altrimenti non appare altro che un contenitore, forse apprezzabile sotto il profilo architettonico e stilistico, ma privo di una vicenda partecipata e partecipabile e per ciò stesso comunicabile. Da qui l'obbiettivo di chiamare tutti gli operatori a definire quei livelli di qualità, materiale e immateriale, necessari a raggiungere simili finalità.

Luogo di formazione, dunque, prima di tutto il castello; formazione alla storia di sé e a quella dipanatasi all'intorno nei lunghi secoli della sua presenza e dei suoi diversi utilizzi, spesso passati da arcigno baluardo militare e terrorizzante espressione di un governo assoluto e imperscrutabile, a luogo di delizie di un mondo signorile dedito alle arti e al bel vivere. Una formazione che deve necessariamente coinvolgere le scuole e quanti siano sensibili alla valorizzazione dei propri luoghi di appartenenza, possibile solo se non la si affida a qualche soggetto esterno, pubblico o privato, ma entra a far parte del proprio bagaglio intellettuale e sentimentale.

Tanto più vero un simile assunto a fronte del mutarsi profondo del richiamo turistico: quel richiamo al quale di regola si finisce per guardare nel momento in cui si cerca di dare una prospettiva di rinnovato ruolo collettivo al castello, finanche naturalmente di leva economica per la sua sopravvivenza e per quella del circondario.

Ne parlava con rammarico per la sua assenza da una reale programmazione ministeriale e con la consueta pungente ironia il nostro Andrea Emiliani, in un convegno del 2000 dedicato al Castello di Ferrara, affermando che "a credere nell'economia della cultura e dell'arte, senza turismo, rimangono solo pochi ottimisti delle vendite di cartoline e di magliette".

Ma un turismo, dicevo, in rapido cambiamento rispetto alla indifferenziata massificazione dei decenni passati, segnata dai tour obbligati alle grandi capitali del viaggiare, da Venezia a Firenze a Roma, e al mitragliamento degli scatti fotografici ad eccellenze culturali ricorrenti da sempre nell'immaginario e nella memoria di chiunque. Ora, sempre più si va verso la personalizzazione della richiesta di itinerari; verso la ricerca di inedite identità culturali, in grado di fare del viaggio una scoperta maturata attraverso le sensazioni trasmesse da un luogo, dallo scambio attivato dagli incontri con una cultura, una narrazione, un mito, un'evocazione di una storia intravista o immaginata.

Ma se questo è vero, nulla vi corrisponde meglio del castello, con la sopra accennata poliedricità del suo essere, a un tempo, imponenza fisica, storia testimoniata, incontro di tante diverse esperienze di vita, trasposizione fantastica di sogni infantili, contenitore di leggende a volte percepite come reali nell'ambiente circostante.

Non resta, dunque, che ripartire una volta per tutte da queste considerazioni, che sanno di antico ma che aspirano a proiettarsi nel futuro dei nuovi livelli tecnologici e delle nuove modalità del vivere sociale. Dove l'attrattività dei castelli si nutre della loro storia complessiva, nel senso ora detto, e va a collocarsi a pieno nella modernità delle attuali forme turistiche, le quali, ben lungi dallo snaturarne le caratteristiche tipiche, di queste proprio desiderano nutrirsi e arricchirsi. Un impegno di riorganizzazione, certo, a mio modo di vedere, ma soprattutto un grande impegno formativo per integrare a pieno la vicenda castellana nella cultura di una comunità e di quanti desiderano entrarvi in contatto.

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