Rivista "IBC" XVIII, 2010, 1

convegni e seminari, progetti e realizzazioni, leggi e politiche

Gli ecomusei presenti sul territorio dell'Emilia-Romagna si vanno organizzando in una rete. Obiettivo: potenziare uno strumento di sviluppo locale e di cittadinanza attiva.
L'eco del patrimonio

Nerina Baldi
[direttrice dell'Ecomuseo di Argenta (Ferrara)]

"Eco-": suffisso diffuso nel linguaggio e nella sensibilità collettiva, dallo spessore semantico intrigante. Di primo acchito ispira "ecologia" e atteggiamenti rispettosi dell'ambiente. "Ecomuseo" è dunque uno strumento che educa all'ecologia? Niente di più fuorviante! C'è dunque una definizione univoca di ecomuseo? Non esattamente. Meglio non avventurarsi in strabismi che tendono a uniformare il sapere locale e il rapporto con il territorio, annientando la diversità di culture, intuizioni ed esperienze che fanno di un luogo un contesto unico. Si può azzardare, però, qualche concetto.

"Nuova museologia", innovativo movimento filosofico degli anni Sessanta, avanzava già una tipologia di museo che affronta la dimensione sociale, mettendo in relazione i tanti oggetti e la vita quotidiana, legandoli ai luoghi, ai territori e alla cultura che li ha generati. "Mondi locali", libera comunità di pratiche tra ecomusei, individua da tempo nell'ecomuseo un "processo" o meglio "un patto con cui una comunità si prende cura di un territorio". Un patto non scritto ma percepito e condiviso come una bussola dello sviluppo locale, dove storia, territorio vivente e comunità locali sono risorse per l'esercizio della cittadinanza attiva, per darsi regole di convivenza e obiettivi di crescita in una visione di sviluppo sostenibile.

Se il museo, insomma, implica un edificio, delle collezioni e degli oggetti confinati tra muri e in vetrine, l'ecomuseo (dal greco oikos, casa, famiglia, da cui "economia") evoca sia la dimensione fisica del territorio, sia quella immateriale e intangibile del patrimonio storico, sociale ed economico. Cioè l'insieme di risorse, sia materiali che intangibili, identitarie ma riadattabili a nuovi valori culturali e nuove ragioni d'uso.

"Ecomusei in Emilia-Romagna: esperienze, cittadinanza attiva, patrimonio e sviluppo locale" è il titolo del workshop tenutosi ad Argenta e a Comacchio (Ferrara) tra il 26 e il 28 novembre 2009, promosso dall'Istituto per i beni culturali della Regione, dal Parco del Delta del Po e dagli ecomusei del territorio regionale, circa una ventina, interessati già dai primi incontri della rete informale avviata nel gennaio 2009. Il workshop è uno degli esiti del processo virtuoso, in parte spontaneo, in parte strutturato, attraverso cui in tutta Italia, da almeno due decenni, l'ecomuseo si va diffondendo; tanto che, da un lato, si è affermata una comunità di pratiche come "Mondi Locali", e, dall'altro, in diverse regioni, si è posta la necessità di dotarsi di leggi apposite, frutto di esperienze presentate nel corso dell'incontro.

La prima a legiferare, negli anni Novanta, è stata la Regione Piemonte; l'hanno seguita molte altre: l'Umbria, la Lombardia, la Toscana, la Provincia autonoma di Trento; sono in fase di predisposizione la Sardegna e la Puglia. Alcune regioni hanno privilegiato un provvedimento specifico, altre hanno elaborato leggi quadro in cui si collocano cultura, musei, ecomusei eccetera. È in atto una proposta per creare un coordinamento-osservatorio nazionale degli ecomusei tra le regioni... Ma, prima ancora di pensare a una dimensione interregionale, il workshop emiliano si è posto altre esigenze, ritenendole prioritarie per il nostro contesto specifico. L'appuntamento ad Argenta e Comacchio partiva dalla necessità reciproca di conoscersi, di capire su quali esperienze far scaturire il confronto. In sostanza i quesiti di partenza erano questi:

· gli ecomusei si riconoscono in pratiche ricorrenti, che ne danno una connotazione specifica?

· quanto sono percepiti, nei territori, come fattori sensibili delle sviluppo (dando per scontato che gli ecomusei non devono essere un forzatura o un'invenzione artificiosa ma devono nascere laddove ci sono volontà, ragioni e circostanze per farli vivere)?

· è percepita dagli ecomusei stessi l'opportunità di mettersi in rete per condividere un percorso di progettazione, per scambiare apporti con l'ecomuseologia e per migliorare le applicazioni dello speciale rapporto che può esistere tra tradizione, saperi dei luoghi, innovazione e politiche dello sviluppo locale?

· fare una rete ci fa sentire meno soli? E, soprattutto, migliora la consapevolezza nell'esercizio di ruolo dell'ecomuseo, per mobilitare risorse, individui, soggetti, visitatori, patrimonio, in sostanza il "territorio vivente", nelle varie realtà?

A queste domande, e con la consapevolezza di essere neofiti rispetto a realtà regionali già strutturate, gli ecomusei emiliani hanno risposto positivamente, convenendo sull'opportunità di un percorso di lavoro comune, dimensionato in base alle esigenze di partenza, rispetto alle quali alcuni si definiscono già ecomusei, altri, per il momento, preferiscono far parte di un processo utile a individuare modi di radicamento ed espressione nelle proprie realtà.


La distribuzione di queste strutture, in Emilia-Romagna, è fortemente condizionata dalla geografia produttiva. Nella fascia collinare o subcollinare, per esempio, prevalgono quelle legate a vocazioni colturali specifiche.

Come l'Ecomuseo della collina e del vino di Castello di Serravalle (Bologna),1 o il Museo dell'aceto balsamico tradizionale di Modena a Spilamberto. Due realtà che vedono partecipi sensibilità e popolazioni locali, per cui Serravalle offre esperienze di paesaggio e di sapori legati alla viticoltura, Spilamberto la sapienza operativa di aziende e famiglie che, custodendo acetaie centenarie, si sono tramandate doti produttive per quarti di secolo, di generazione in generazione. Oppure il Giardino delle erbe "Augusto Rinaldi Ceroni" di Casola Valsenio (Ravenna), che orienta rimedi officinali antichi al benessere odierno. E ancora i musei e i centri dedicati alla civiltà contadina di San Bartolomeo in Bosco (Ferrara) e San Marino di Bentivoglio (Bologna), con gli oggetti e le ricerche sul paesaggio rurale.

Nella fascia appenninica, attraverso la pianura e fino al mare, si impongono i paesaggi d'acque, siano essi costituiti da reti idrofluviali, invasi naturali e bacini artificiali, oppure da valli e zone umide dai fascinosi habitat naturali.

Idro - Ecomuseo delle acque di Ridracoli (Forlì-Cesena) racconta la storia e le sorti del fiume Bidente nelle foreste casentinesi emiliane: dall'acquedotto di Traiano di età romana, agli affioramenti archeologici di insediamenti abitativi e termali, fino all'evoluta tecnologia contemporanea della rete idrica e idroelettrica che sostiene il fabbisogno quotidiano di città e comunità della vasta Romagna fino alla costa.

Gli ecomusei omologhi delle Valli di Argenta (Ferrara) e delle acque del Dosolo di Sala Bolognese sono espressione della bonifica meccanica del Reno e di altri tributari appenninici confinanti e innestati nel bacino idrografico del Delta del Po; sono la testimonianza dell'azione costante nel governo delle acque, che scongiura le devastanti alluvioni del passato. Avvicinati, nella rispettiva missione, dalla recente riforma del Consorzio di bonifica renana, questi ecomusei sono antenne sensibili di una complessa organizzazione umana ed economica, e raccontano di un vasto territorio presidiato da impianti idraulici, canali, casse di espansione, che convogliano acque fluviali, torrenziali e meteoriche dall'Appennino all'Adriatico.

L'Ecomuseo della civiltà palustre di Villanova di Bagnacavallo (Ravenna) ha ricevuto in dote dall'abilità tramandata dai vallaroli - braccianti specializzati che migravano d'estate nelle valli argentane per la raccolta delle erbe palustri - la capacità di produrre intrecci artigianali di uso quotidiano per capanni, imbarcazioni e manufatti moderni destinati alla bioedilizia a risparmio energetico.

E ancora nel Ravennate il MUSA, il Museo del sale delle Saline di Cervia, bacini d'acqua salmastra di assoluto pregio ambientale: l'"oro bianco" della conservazione alimentare viene estratto e lavorato, ancora oggi, dai salinari, per essere commercializzato in tutto il mondo. E infine, nel Ferrarese, Comacchio, con i vallanti che curano l'ambiente lagunare e inscenano uno spettacolo sorprendente dai lavorieri di valle fino alla fabbrica dei marinati, dove nei grandi camini, periodicamente accesi, preparano l'anguilla marinata e altre specialità ittiche richieste oggi da un pubblico qualificato di estimatori e consumatori.


Dal paesaggio proviene una trama narrativa feconda e sempre attuale, in cui si mobilitano conoscenze che conferiscono ai luoghi spirito e caratteri distintivi, ingredienti speciali per chi ci abita e sorprendenti per chi li visita: elementi che migliorano la qualità della vita, contrastando il rischio di omologazione che il mondo globalizzato può comportare. È pertanto inevitabile il confronto degli ecomusei con i parchi, e il workshop di novembre se ne è occupato. Anche in Emilia-Romagna, infatti, molti di questi musei sono collocati all'interno di aree sottoposte a tutela ambientale, e affiora spesso la consuetudine a lavorare insieme: succede così ad Argenta, a Cervia, a Comacchio e a Villanova di Bagnacavallo rispetto al Parco del Delta del Po, e altrettanto vale per Idro rispetto al Parco delle Foreste casentinesi. Con i parchi e con la Regione gli ecomusei condividono uno scenario di fondo e un piano di lavoro convergente, costituito dal tema che lega tutti gli altri: il paesaggio e le strategie per qualificarlo.

Prima di mettere a punto questo piano di lavoro comune, volto a costituire una rete, il workshop ha messo a fuoco alcuni punti chiave. Innanzitutto gli ecomusei implicano processi di consapevolezza, richiedono impegno e sperimentazione di buone pratiche. Da un lato essi agiscono su tematiche trasversali alle politiche di governo del territorio: il turismo, l'ambiente, la cultura, l'arte, l'artigianato e l'agricoltura; di conseguenza sostengono le produzioni, i saperi e i prodotti locali, attivando processi molto differenti da altri strumenti decisionali e da altre forme di marketing territoriale.

Dall'altro lato, questi processi implicano un coinvolgimento dal basso molto particolare: gli ecomusei, infatti, sono istituti culturali ed educativi ma non funzionano come musei e biblioteche, sono strumenti partecipativi e sedi di espressione di cittadinanza ma non sono consulte cittadine, sono sedi di proposta a sostegno dei soggetti decisori ma non sono associazioni di categoria. Molto spesso aggregano assieme ai professionisti, gruppi di interesse, di cittadini e di volontari che danno loro voce in modo efficace, nelle scelte di sviluppo e nella mediazione dei conflitti.

Laddove incontrano condizioni e ragioni per affermarsi, insomma, gli ecomusei costituiscono un grande valore aggiunto, non facilmente misurabile e non monetizzabile. Sono strumenti con cui si possono alimentare "motivazioni" affinché le persone stesse, in forma associata e singola, si prendano cura del paesaggio, delle sue risorse e del patrimonio culturale. Partendo da queste considerazioni, è stato condiviso un piano di lavoro preliminare che ha posto questi obiettivi di fondo:

· promuovere, tramite l'Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna, un confronto tra tutti gli ecomusei esistenti, in cui coinvolgere le province e gli assessorati regionali interessati (turismo, agricoltura, pianificazione territoriale, ambiente, cultura e attività produttive), per riconoscere il ruolo di queste strutture e dare impulso a una rete di collaborazione che le porti a progettare insieme, attivare esperienze e scambiarsi conoscenze;2

· elaborare insieme e introdurre nella normativa regionale un provvedimento specifico dedicato agli ecomusei, che sia consono alla loro specificità e ne definisca funzioni, tematiche e ambiti d'intervento, senza omologarli o forzarli in altre forme istituzionali: non si pensa a una legge ma a uno strumento snello, una direttiva; il gruppo di lavoro costituito studierà e valuterà le leggi operanti in materia e i provvedimenti analoghi già attivati nelle altre regioni.

· programmare un calendario di incontri di formazione tematici, sulle pratiche innovative e sui concetti di base dell'ecomuseo (in molti hanno espresso l'esigenza di conoscere genesi ed evoluzione delle molteplici esperienze affermatesi negli ultimi anni); si pensa a incontri formativi e di lavoro "itineranti", volti a conoscere i vari contesti, per affermare una metodologia di scambio tra la rete e il singolo ecomuseo.


Note

(1) Si veda in proposito: F. Badiali, L. Vezzalini, Fuori dal palazzo, "IBC", XVI, 2009, 3, pp. 32-34.

(2) Per approfondire, si segnala il dossier Per un coordinamento regionale degli Ecomusei in Emilia-Romagna nella sezione "Parliamo di..." del sito web dell'Istituto regionale per i beni culturali: www.ibc.regione.emilia-romagna.it/wcm/ibc/menu/dx/07parliamo/storico/Ecomusei.htm.

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