Rivista "IBC" XX, 2012, 4

convegni e seminari

Bologna, nel Settecento, era un crocevia e una capitale: uniti dagli ideali dell'arte, forestieri arrivavano in città e bolognesi viaggiavano nel mondo.
Incroci felsinei

Sabine Frommel
[École pratique des hautes études, Parigi]

In tanti paesi europei, ma persino in Russia, Cina e America Latina, gli artisti bolognesi dettero un contributo straordinario allo sviluppo delle arti, abbracciandone tutti i generi, dall'architettura alla pittura, dal disegno e dalla scultura fino alla decorazione di interni e all'allestimento delle feste. Souplesse intellettuale, una straordinaria capacità di assimilazione e un particolare talento per l'integrazione permisero loro di mettere a punto sintesi inedite, fondate sul dialogo tra le proprie tradizioni e quelle dei paesi ospitanti. In questo senso, i bolognesi hanno ricoperto un ruolo essenziale per la migrazione di linguaggi e forme, la cui conoscenza si rivela fondamentale per la comprensione del patrimonio artistico europeo.

A questo fenomeno, suscettibile di modificare alcuni lineamenti della storia dell'arte moderna, si dedica un progetto di ricerca promosso dalla Fondazione Cassa di risparmio in Bologna, il Centro di studi sul Rinascimento (Fondazione Carisbo) e l'École pratique des hautes études (Università Paris Sorbonne). L'uscita del volume che raccoglie gli atti del secondo convegno internazionale dedicato al secolo XVII (curato da colei che scrive) ha coinciso con una nuova manifestazione sul Settecento, un periodo di fulminante irraggiamento della cultura bolognese. Le cinque sessioni del convegno internazionale di studi "Crocevia e capitale della migrazione artistica: forestieri a Bologna e bolognesi nel mondo (XVIII secolo)", tenutosi a Bologna dal 22 al 24 maggio 2012 presso Palazzo Fava e Casa Saraceni, sono state dedicate a temi che spaziano da un panorama sul contesto culturale del Settecento bolognese ad aspetti del collezionismo, dall'architettura alla scenografia e ai sistemi decorativi, alla storia della pittura.

Durante i lavori è emerso un ricco caleidoscopio di proposte e problematiche che ha offerto un ampio terreno per indagini e approfondimenti, in cui il tema del viaggio di uomini e opere è stato preso in esame secondo molteplici punti di vista. La prima sessione, curata da Gian Mario Anselmi, è stata incentrata su alcuni tratti specifici della situazione culturale bolognese del XVIII secolo. La nascita dell'Istituto delle scienze e delle arti (1711-1714), promosso da Luigi Ferdinando Marsili, contribuì a ricollocare nuovamente Bologna nel contesto culturale e scientifico europeo (Walter Tega). La prova di questo nuovo ruolo internazionale assunto dalla città è fornita, tra l'altro, dal ricco patrimonio librario cittadino, indagato attraverso lo studio degli inventari di due raccolte librarie private, ora disperse (Maria Gioia Tavoni).

Marinella Pigozzi ha evidenziato come un'anticipazione della strategia dei Lumi si possa già cogliere nel programma iconografico di Pier Jacopo Martello per la Galleria affrescata da Vittorio Maria Bigari in Palazzo Ranuzzi, secondo una strategia già presente ne Il vero parigino italiano, pubblicato a Roma nel 1718. All'interno dello Stato Pontificio, Bologna non smarrisce la propria capacità di attrazione di presenze intellettuali: la sua posizione strategica costituisce la premessa per la presenza in città di un flusso di viaggiatori provenienti da Nord e diretti a Roma, che si accentua con il progressivo affermarsi del Grand Tour. Attirati dal "magnete" della città eterna, i viaggiatori si fermavano solo per breve tempo a Bologna, conservando un'immagine abbastanza vaga della città di Petronio (Vincenzo De Caprio).

La seconda sessione, "Viaggiatori e collezionismo", presieduta e curata da Giovanna Perini Folesani, ha ripreso in parte i contenuti della prima, con un intervento sui viaggiatori inglesi a Bologna svolto da Annamaria Ambrosini Massari, che si è aperto con la proiezione di una sequenza da Barry Lindon, a dimostrazione che nel Settecento il Grand Tour serviva soprattutto per educare gli esponenti della ruling class, futuri acquirenti di quadri, piuttosto che gli artisti, attenti più al vocabolario e alla grammatica dell'arte bolognese che al suo stile.

La maggior parte degli interventi di questa sessione è stata dedicata al tema del collezionismo: quello della pittura bolognese all'estero (grazie all'intervento di Gudrun Swoboda sulla fortuna della pittura bolognese nelle collezioni viennesi) e quello dell'aristocrazia bolognese, svolto attraverso due case studies esemplari. Da un lato la collezione Guidotti, che nell'analisi di Raffaella Morselli appare come totalmente focalizzata non solo su Guido Reni, ma sugli esponenti minori della sua scuola, e quindi sulla dimensione locale. Dall'altro la collezione Hercolani, indagata da Ilaria Bianchi e da Giovanna Perini Folesani attraverso gli inventari e i cataloghi manoscritti di due momenti chiave della sua evoluzione: la collezione di Filippo di Alfonso, a inizio Settecento, e quella di Filippo di Marcantonio, a fine secolo. Legati a Vienna da molteplici legami (da cui discende la presenza, in collezione, di ritratti della famiglia imperiale), gli Hercolani, pur possedendo e acquisendo capolavori assoluti della pittura locale sei-settecentesca, si concentrano tuttavia su aree spazio-temporali diverse: quella di origine della loro famiglia (la Romagna), la pittura delle origini in Emilia - con qualche anticipo sulla posteriore "fortuna dei primitivi" italiana ed europea - e, infine, in particolare a fine secolo, la pittura europea (van Dyck, per esempio), soprattutto in virtù di acquisti effettuati a Mantova. Carla Bernardini si è poi occupata della fortuna dei capolavori bolognesi attraverso le riproduzioni, affidate a Gaetano Gandolfi, di importanti pale d'altare da parte di Antonio Buratti, collezionista di stampe e promotore di iniziative editoriali in Venezia, e da parte di Richard Dalton, bibliotecario della casa reale d'Inghilterra.

Nella sezione "Architettura" è stato lasciato ampio spazio agli studi incentrati sull'attività della "famiglia europea" dei Bibiena (su cui anche Deanna Lenzi è nuovamente intervenuta nella successiva sezione sulla scenografia, apportando nuove riflessioni), sull'attività di Francesco Galli Bibiena per l'opéra de Nancy e per il castello di Lunéville (Raphaël Tassin), e ancora su Giuseppe Antonio Landi (Bologna, 1713 - Belém, 1791), interprete del loro linguaggio nel lontano Brasile, anche sul piano dell'urbanesimo (Isabel Mendonça). Le ricerche di Nicola Navone hanno posto l'attenzione sul progetto di Flaminio Minozzi (1735-1817) per il ponte sulla Neva (1787-1788) e sulle declinazioni che il tema del ponte trionfale assume in Europa in quel giro di anni. L'autrice di questo articolo ha quindi tentato di collocare i fenomeni di migrazione del XVIII secolo in un orizzonte cronologico più ampio e di individuare le tipologie e i dinamismi di ricezione di modelli bolognesi in Europa e in Russia. Ha poi evidenziato come i metodi di ricerca non debbano tanto essere incentrati sulla ricerca di un'evoluzione dei fenomeni, quanto piuttosto chiarire i tratti particolari delle singole committenze, spesso legati alla legittimazione politica o culturale di un ambiente.

Nel XVIII secolo gli artisti bolognesi sono richiesti nei principali centri europei: la sessione su "Scenografia e sistemi decorativi" (presieduta da Deanna Lenzi e Anna Maria Matteucci) si è aperta con un intervento di Jérôme de La Gorce sull'attività parigina di Gioacchino Pizzoli per la Comédie-Française (1680-1699), per prendere poi in esame, con Ulrike Seeger, l'attività dei quadraturisti Marco Chiarini e Gaetano Fanti (1697-1715) per il Principe Eugenio di Savoia, grande collezionista ed estimatore della scuola pittorica bolognese. Martina Frank è poi intervenuta sul cosiddetto Werkskizzenbuch dei Galli Bibiena conservato al Theatermuseum di Vienna, che contiene i più evidenti riferimenti a un'attività della famiglia e della sua bottega per i gesuiti viennesi (1737). L'indagine si è quindi spostata nuovamente a San Pietroburgo seguendo, con Nadezda Chamina, le tracce di Domenico Corsini (1774-1814), scenografo e ornatista di origine bolognese, amico e coetaneo di Antonio Basoli e Pelagio Palagi.

La raccolta demaniale del Gabinetto disegni e stampe degli Uffizi offre un angolo visuale privilegiato per prendere in esame il collezionismo bolognese e di questo si è occupata la sessione intitolata "Chartae volant. Esempi della migrazione collezionistica del disegno bolognese del Settecento", curata da Marzia Faietti.

L'incremento della raccolta in età lorenese e oltre (Cristina Casoli e Ilaria Rossi), il gusto dei bolognesi del Settecento quale si evince nella vasta collezione dello scultore Emilio Santarelli donata nel 1866 (Claudia Cattani e Ilaria Rossi), l'acquisto nel 1906, auspice Corrado Ricci, di un fondo di disegni appartenuti a Francesco Malvezzi Campeggi (Raimondo Sassi) hanno costituito altrettante occasioni per riflettere su conoscenza oggettiva e scientifica e su convinzioni (o convenzioni) basate sul trascinamento di notizie dovute alla "tradizione" e mai verificate, nonché sulla necessità di ridefinire, almeno parzialmente, i parametri teorici della nozione di "scuola" e i suoi confini di applicabilità nel sistema tassonomico della classificazione delle opere. Sullo sfondo, la collezione messa a punto da Herbert P. Horne (Cristiana Garofalo), oggi visibile nella casa-museo che prende il nome dal suo fondatore, ha permesso di ampliare i parametri della nostra ricostruzione anche in direzione di un esponente di quel raffinato collezionismo anglosassone che, agli inizi del secolo scorso, privilegiò Firenze e l'arte fiorentina senza peraltro trascurare le presenze più significative del Settecento bolognese (Marzia Faietti, "Criteri identificativi e orizzonti conoscitivi del disegno bolognese del Settecento nella collezione degli Uffizi").

In chiusura la sezione "Pittura", a cura di Vera Fortunati, è stata l'occasione per seguire le tracce di Stefano Torelli (1704-1780), a cui è spettato un destino in paesi "ultramontani": fu pittore di corte di Augusto III di Sassonia a Dresda e della "monarca illuminata" Caterina II a San Pietroburgo e a Oranienbaum in Finlandia (Irene Graziani). Ma non si deve dimenticare che Bologna, nel Settecento, è stata centro della cultura artistica e musicale: nel 1770 il musicologo Charles Burney, il soprano Farinelli e il giovane Wolfgang Amadeus Mozart assistono alle esecuzioni musicali organizzate per la festa annuale dell'Accademia Filarmonica, una manifestazione voluta da padre Giambattista Martini che, nel convento francescano, dava inizio a una ricca raccolta di ritratti di celebri musicisti (Angelo Mazza).

La città felsinea è stata anche meta di un Grand Tour al femminile: a quasi trent'anni di distanza, due artiste europee, Angelika Kauffmann ed Élisabeth Vigée Le Brun, alla ricerca dell'affermazione internazionale, vennero accolte tra gli accademici d'onore della Clementina rispettivamente nel 1762 e nel 1789 (Stefania Biancani). E alla Clementina, come architetto, si formò anche Luigi Balugani, protagonista di una straordinaria avventura che - come delineato da Silvia Medde - lo portò a viaggiare intensamente nel Nord Africa e in parte del Medio Oriente, in qualità di disegnatore per conto di James Bruce of Kinnaird (1765-1771). Al termine dei lavori, Valeria Rubbi ha presentato nuovi documenti su Domenico Ferri (1795-1878), allievo di Basoli e scenografo del Théâtre Royal Italien di Parigi.

Il volume con gli atti del convegno sarà edito, come i precedenti, dalla Bononia University Press, e si pone l'obiettivo di gettare nuova luce sulla collocazione della cultura bolognese nell'universo internazionale, nella convinzione che questo importante contributo al tema più ampio dello scambio culturale nell'Europa dei secoli XV-XVIII si possa rivelare di grandissimo interesse per il dibattito sulle identità e sulle dinamiche di contaminazione tra i diversi paesi. Il progetto di ricerca mira ad aprire un nuovo e promettente campo di indagine che avvia a scoperte inedite.

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