Rivista "IBC" XX, 2012, 4

corrispondenze, itinerari, progetti e realizzazioni

A Glasgow le stanze dei musei riescono a essere luoghi di vita quotidiana per gli abitanti, attirando anche persone che di solito non ci mettono piede...
Uno 'scotch' al museo

Alessandra Falconi
[Museo "Casa Rossa di Alfredo Panzini", Bellaria - Igea Marina (Rimini)]

Il progetto "LEM - The Learning Museum" - realizzato tra il novembre 2010 e l'ottobre 2013, finanziato dal programma "Lifelong Learning Grundtvig" e coordinato dall'Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna - consente ai partner, e ai partner associati, di partecipare a visite di studio o stage presso altre istituzioni del partenariato (tutte le informazioni sulla mobilità prevista dal progetto e sulle modalità per diventare partner associati sono disponibili suwww.lemproject.eu).

Alessandra Falconi del museo "La Casa Rossa di Alfredo Panzini" (Bellaria - Igea Marina, Rimini), partner associato di "LEM", ha usufruito di uno stage presso i musei di Glasgow, in Scozia, nel luglio 2012 e in queste pagine racconta la sua esperienza.


La mia full immersion scozzese comincia nel centro storico di Glasgow, sotto la pioggia, davanti al GoMA, la Gallery of Modern Art (www.glasgowlife.org.uk/museums/goma/). Mi accoglie Katie Bruce, che mi spiega come e perché questo museo sia diventato una engaged gallery, una istituzione impegnata: da anni lavorano in collaborazione con associazioni e settori della città che si occupano di giustizia sociale e hanno sviluppato progetti molto importanti: "Elbow Room", sui diritti umani; "Sanctuary", sui richiedenti asilo e rifugiati; "Rule of Thumb", sulla violenza contro le donne.

Questi progetti hanno coinvolto artisti di fama internazionale ma anche tanti esponenti locali, che hanno lavorato con i target groups nei vari sottoprogetti. L'arte, e nello specifico gli artisti scelti, hanno messo a disposizione i loro linguaggi e le loro poetiche per accedere a mondi difficili e spesso inespressi, taciuti, e questo ha permesso al GoMA di entrare nel cuore delle comunità locali perché ha coinvolto le persone. Il rifugiato si è sentito accolto, valorizzato, ha lavorato con degli artisti, ha avuto la possibilità di parlare a una comunità intera attraverso la propria opera. In questo modo il museo ha ampliato il suo pubblico, raggiungendo probabilmente anche chi non credeva che una galleria d'arte potesse diventare luogo di vita e di riscatto sociale. Agli occhi dei cittadini, insomma, il GoMA ha assunto un'importanza ancora maggiore. In altre parole, una politica culturale socialmente impegnata fa bene a chi la propone, non solo ai destinatari.

Ogni sabato mattina, poi, c'è il "Saturday Art Club", durante il quale vengono proposti laboratori a partire da opere o artisti esposti in galleria. Non bisogna mai sottovalutare l'importanza, per i bambini (ma non solo), di lavorare in un luogo bello, e qui lo spazio di lavoro è meraviglioso. Luce, colori, possibilità di fare e di sperimentare... E, tutto intorno, vetrate meravigliose che spaziano sui tetti della città: il laboratorio sullo skyline era quasi scontato.

Ai bambini vengono affidati materiali di pregio e quello che mi ha colpito è stato il modo oculato in cui questi vengono adoperati, senza che ci sia bisogno di mettere delle regole. Per la mia esperienza, mi sarei aspettata che alcuni di questi materiali venissero usati a sproposito, pur di usarli, quasi in modo bulimico; e invece no. Nella Gallery 2 c'è poi uno spazio allestito in modo permanente per i bambini: è un luogo in cui fare una pausa, disegnare e leggere, con un grande specchio, autoritratti e divanetti per coccolarsi un po'.


Colpisce come i musei di Glasgow siano luoghi di vita quotidiana delle persone: si prende un caffè, ci si incontra per una riunione, si legge il giornale, si va a vedere una nuova installazione, ci si ripara dalla pioggia, si passa il tempo con i propri bambini. Al Tramway (www.tramway.org), freschissime di parto, alcune neomamme approfittavano degli Hiddens Gardens per fare un corso di massaggio infantile.

Al People's Palace (www.glasgowlife.org.uk/museums/our-museums/peoples-palace/) un gruppo di nonne faceva una passeggiata nelle sale museali che solitamente frequentano per il corso di dizione che aiuta a correggere il loro accento scozzese. Il museo è affollato quasi come i nostri centri commerciali: possibile? Persone che guardano gli oggetti esposti e si raccontano delle storie, perché in questo museo le didascalie sono pezzi di ricordi e le visite guidate racconti condivisi. Alle 13 si apre la porta del laboratorio e i bambini possono entrare per disegnare usando sia i colori sia i materiali tessili: ci sono delle "carte-stoffe" molto belle, di vari colori, e anche in questo caso i bambini le usano con parsimonia. Si siedono in gruppi o da soli, con genitori, tate o nonni, e cominciano a lavorare scegliendo i materiali che più ispirano la loro fantasia. Il tema è "l'estate che vorrei": sono otto giorni che piove ininterrottamente.

A Glasgow si potrebbe avere il dubbio che il museo si dimentichi di fare il museo: cosa c'entrano i rifugiati con l'arte contemporanea, il massaggio infantile con un giardino-opera d'arte, il corso di dizione con una raccolta storica della collettività? La risposta mi arriva da Rosemary James (Tramway) e da Siobhan McConnahie (Glasgow Museum Resource Centre; www.glasgowlife.org.uk/museums/our-museums/glasgow-museum-resource-centre/). Ci sono tante comunità che, in un museo, non pensano nemmeno di entrare. È fondamentale arrivare a loro, provare a costruire un dialogo. Come? Facilitando l'accesso con atelier e progetti speciali. Ma anche individuando i bisogni del proprio quartiere o quelli della comunità più vasta, rintracciando i percorsi di vita delle persone, sforzandosi di capire come far sì che i musei diventino parte della mappa quotidiana, dei percorsi abituali.

Ecco che torna utile il networking, il lavoro coordinato con comunità, gruppi, associazioni. Quando arrivò al Tramway, Rosemary, grazie a una ricerca sui target, si accorse che la galleria si rivolgeva a un pubblico ben preciso: cittadini che spesso praticavano arte a vari livelli. Vengono realizzati dei focus groups, attivati i social network e si individuano tre obiettivi: quello delle famiglie (e cominciano i "Family day"), quello dei giovani sotto i 25 anni ("Notti al museo"), e quello delle comunità e delle minoranze.

Il quartiere in cui sorge Tramway è abitato da varie comunità: quella magrebina, quella originaria dell'Europa dell'Est, quella indoafgana. Per avvicinare le persone alla galleria, Tramway comincia a cercare artisti che vivano in Scozia ma abbiano il loro background in queste comunità. L'operazione è tuttora in corso ma anche in questo caso, oltre a un filone più artistico (per esempio la collaborazione con le cinque scuole d'arte di Glasgow), la galleria sta cercando di contraddistinguersi per un maggiore impegno sociale. Tramway, infatti, grazie a un'associazione che promuove i linguaggi artistici nelle carceri, lavora anche con i detenuti: le opere da essi realizzate vengono esposte, il pubblico può commentarle e gli autori possono ricevere i commenti.

Siobhan mi parla delle "competenze vere", quelle che servono realmente alle persone: nel caso dei migranti, per esempio, ciò che occorre è sviluppare o potenziare la literacy (la capacità di saper leggere e scrivere in inglese) e la possibilità di sentirsi benvenuti. I musei dovrebbero lavorare su questi bisogni di base, cercando partner qualificati ma anche facendo lo sforzo di arrivare ai singoli, magari usando bene le nuove tecnologie.


A proposito di coinvolgimento, in inglese c'è un termine che rende l'idea ancora meglio che in italiano: embedded audience. Persone che seguono l'attività, tornano, ritornano, partecipano.

Il GoMA, per esempio, lavora con l'ospedale pediatrico, con ragazzi dai 12 ai 18 anni, e uno dei progetti realizzati ("I propose") ha previsto l'esposizione dei lavori dentro l'ascensore, in un luogo di massima visibilità e passaggio.

Un altro progetto molto coinvolgente è l'Open Museum che si sviluppa a partire dal Glasgow Museum Resource Centre (GMRC), nell'estremo sud della città (www.glasgowlife.org.uk/museums/our-museums/open-museum/). Sono stati realizzati quasi settanta kit portatili che contengono oggetti con i quali far partire attività diverse incentrate sullo storytelling, il raccontare storie. Queste scatole, curate nei dettagli, riguardano tantissimi argomenti e permettono di sviluppare facilmente azioni nelle comunità locali, soprattutto laddove non ci sono spazi espositivi che permettono alla cultura di essere collante di una comunità.

Grazie all'Open Museum sono stata a Castlemilk, una zona della periferia caratterizzata da un alto tasso di disoccupazione. A causa di una tempesta, un albero centenario è stato sradicato e sono emerse una serie di bottiglie che sono diventate protagoniste di un week-end dell'archeologia. Il museo aveva il compito di curare uno spazio hands-on in cui si potesse "toccare con mano" il mondo delle fate. L'Open Museum, infatti, allestisce musei laddove non ce ne sono, scegliendo i pezzi dell'esposizione con la comunità, a seconda del tema affrontato.

Va sottolineato, in proposito, il ruolo dei conservatori. Occorre infatti trovare un punto di equilibrio tra il bisogno di rendere "accessibili" gli oggetti culturali (che significa anche farli toccare, mandarli in giro per la città...) e le esigenze del restauro e della conservazione. Al GMRC i conservatori sono coinvolti nel lavoro, i loro laboratori sono tutti visibili al di là del vetro e alcune opere da restaurare o in restauro sono a portata di mano degli utenti: se i parassiti attaccano gli animali imbalsamati, si possono vedere gli animali chiusi in una plastica isolante pronti per andare nelle celle frigorifere.

Un altro aspetto mi ha colpito molto: da noi ci sono musei che devono chiudere perché sono appena fuori dal centro cittadino e non vengono vissuti abbastanza. A Glasgow i musei sono pressoché sperduti ovunque ma in nessuno di loro troverete quell'aria polverosa che purtroppo capita di respirare da noi. Come fanno? Qui la mentalità sembra condivisa: i musei sono concepiti solo come luoghi di vita, luoghi di benessere e di sostegno alla persona.


Altra lezione appresa sul campo: non basta fare il progetto una volta, bisogna fidelizzare il pubblico. Per esempio, non basta fare laboratori con i disabili, occorre una programmazione che li tenga dentro la vita del museo, in modo che esso possa diventare per loro spazio di vita e di inclusione.

È quello che succede al Trongate 103 con "Project Ability", uno spazio bellissimo nel quale i disabili dipingono, lavorano il vetro e la ceramica (www.trongate103.com). O allo Scotland Street School Museum con il laboratorio sulla stampa: dalle 12 alle 13 i bambini con meno di cinque anni sperimentano la tipografia a partire dalle costruzioni di legno e dai Lego.

Al Riverside Museum (www.glasgowlife.org.uk/museums/our-museums/riverside-museum/) anche l'industria è coinvolta nel progetto: ha fornito materiali e pezzi esposti. Una cinquantina di ingegneri in pensione collaborano come volontari. Sono cinque i target selezionati: pre 5, famiglie, scuole, teenagers, persone con disabilità. Il venerdì il museo apre un'ora dopo al pubblico per lasciare tempo alla visita di bambini autistici o con sindrome di Asperger, che vengono seguiti da un'associazione.

Al St. Mungo Museum of Religious Life and Art ho partecipato a una sessione del progetto "Curious", uno dei più importanti in questo momento per la vita culturale di Glasgow, anche perché è inserito all'interno del programma culturale delle Olimpiadi (www.glasgowlife.org.uk/museums/our-museums/st-mungo-museum/). "Curious" è una mostra che collega oggetti e persone attraverso le storie, puntando al dialogo interculturale e interreligioso. Si può scoprire che il "batti-burro" tipico delle isole scozzesi è anche un oggetto presente nelle favole russe ed è molto simile a un oggetto che serve per fare vino in Sudafrica. Durante il percorso i visitatori sono invitati a fotografarsi con il cellulare davanti a un'immagine di sfondo e a inviare la loro foto; intanto, su un monitor di fianco allo sfondo, passano tutte le foto inviate. È un modo, anche questo, di coinvolgere attivamente le persone e consente uno straordinario feed-back sul pubblico attratto dalla mostra.


Anche gli adolescenti sono un target importante. Al Tramway ho seguito un workshop con un gruppo di adolescenti che lavoravano sul tema "Moving Image and Digital Art", usando tecniche artistiche e software per produrre delle animazioni. Nello stesso museo un altro progetto coinvolge i ragazzi nella redazione di una rivista culturale cartacea e online abbinata a un blog, mandandoli come inviati a mostre e spettacoli e chiedendo loro di scrivere recensioni.

Ma l'esperienza più appassionante, da questo punto di vista, l'ho potuta sperimentare al Kelvingrove Art Gallery and Museum (www.glasgowlife.org.uk/museums/our-museums/kelvingrove/). Per attirare gli adolescenti, grazie a un'importante donazione il Museo è riuscito a realizzare un progetto spettacolare, un videogioco in cui i ragazzi diventano avatar di sé stessi. Il facoltoso donatore voleva fare qualcosa che ispirasse i giovani; ma come attrarli e coinvolgerli a partire dalle opere del museo?

È stato fatto un primo lavoro di esplorazione delle opinioni del target: cosa ammirate negli altri? Le risposte sono state: la fiducia in sé stessi, la compassione, la capacità di fare gesti belli per gli altri, la determinazione, la capacità di superare problemi e difficoltà. Ogni settore del museo ha quindi riesplorato i propri contenuti cercando storie sulla fiducia, sulla compassione, sulla determinazione, sulle difficoltà superate... Sono nate così le missioni e sottomissioni alle quali gli adolescenti si sottopongono, correndo con passione per i corridoi del museo e vivendo in modo davvero positivo il ponte culturale creato tra realtà e virtualità. Ed è anche uno splendido esempio di come la passione per le tecnologie e per i videogiochi possa diventare alleata di un museo, riuscendo ad attrarre un segmento di pubblico davvero difficile.

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