Rivista "IBC" XV, 2007, 3

mostre e rassegne, progetti e realizzazioni, restauri

La Biblioteca civica riminese si prepara a festeggiare quattro secoli di vita con un progetto che unisce restauro storico e funzionalità moderne.
Le nuove sorti della Gambalunga

Marcello Di Bella
[dirigente del Settore cultura del Comune di Rimini]

La Biblioteca comunale di Rimini, intestata ad Alessandro Gambalunga, sta per compiere quattrocento anni. All'origine, scrive il Gambalunga nel suo testamento del 1617, era sistemata "nelle sale da basso della mia Casa che sono dirimpetto all'habitatione del seminario". Quel seminario non c'è più, come tanti altri edifici sbriciolati dalle bombe prima, durante e dopo la battaglia di Rimini del 1944, oppure incappati nelle controverse vicende della ricostruzione. Ma il palazzo di Alessandro Gambalunga, un muscoloso edificio di impianto tardorinascimentale, fu miracolosamente risparmiato, contrariamente a quanto accadde alla cappella di famiglia in cui fu sepolto, che era nella Chiesa del Paradiso, di fianco al Duomo, abbattuta in fitta compagnia proprio nel 1944.

In quel testamento, di lunghezza inconsueta, "due appaiono le sue principali preoccupazioni: la sorte della sua anima e quella del suo palazzo, da poco edificato, con la biblioteca che vi aveva allestito con tanto sforzo e profusione di mezzi [...] biblioteca che egli desiderò fosse conservata con tutti i suoi arredi, accresciuta e aperta al pubblico e per la gestione della quale introdusse nel testamento un vero e proprio regolamento, dotandola di un bibliotecario, di una rendita annua di ben trecentocinquanta scudi, a carico degli eredi pro tempore, di cui cinquanta per lo stipendio del bibliotecario e i rimanenti trecento a disposizione del Comune di Rimini per l'acquisto di nuovi libri e per ogni altro bisogno".1

Alessandro Gambalunga, colto e ricco ma privo di eredi diretti, voleva lasciare di sé una traccia durevole nel tempo e a buon diritto si può affermare che ci è riuscito, proprio con la fondazione di una biblioteca pubblica. "La Gambalunga è la prima biblioteca pubblica civica italiana" ci dice Paola Delbianco in un suo testo del 2004 compreso nel catalogo della mostra "Seicento inquieto. Arte e cultura a Rimini",2 un saggio di notevole interesse per la storia delle biblioteche e ricchissimo di informazioni puntuali, che ci permettono di abbracciare con uno sguardo ampio il tempo in cui si colloca l'esperimento gambalunghiano. In proposito suggerirei di leggere un'altra pubblicazione del 2000, curata da Piero Meldini, La Biblioteca Civica Gambalunga. L'edificio, la storia, le raccolte. Si tratta di una pubblicazione bilingue (italiano e inglese) edita dalla Biblioteca Gambalunga congiuntamente alla Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini che accompagnava una mostra intitolata "Vedere il tempo. Divagazioni lungo dodici secoli tra le cose notevoli della Biblioteca Civica Gambalunga".3

Fu quella un'occasione per dar conto, seppure in estrema sintesi, dei contenuti del secolare istituto, della stratificazione e varietà dei materiali, antichi e moderni, spesso di eccezionale valore non solo per l'ambito nazionale: nei secoli, la biblioteca di Alessandro Gambalunga, una cospicua raccolta pluridisciplinare di testi che potevano costituire la paideia dell'epoca, si è andata incrementando, sia lungo il vettore del tempo presente, sia lungo quello del passato: i codici miniati, tanto rari e preziosi sono, per fare un esempio, soprattutto un portato del secolo dell'erudizione antiquaria, del Settecento, in molti casi dovuti alla generosità di un arcivescovo, cardinale, nunzio apostolico, nonché prefetto degli archivi vaticani, il riminese Giuseppe Garampi, e dei suoi eredi.

Oggi la biblioteca, espansa soprattutto nel secondo dopoguerra, con l'aggiunta di un secondo corpo, in particolare dalla fine degli anni Settanta, è costituita da un sistema complesso di biblioteche interconnesse, cablate e in rete: quella dei manoscritti, del libro antico, di quello moderno e contemporaneo, dei periodici, dei ragazzi, delle stampe, dei disegni, delle fotografie, dei documenti, del volatile internet, del cinema (compresa una sala di proiezione che dallo scorso anno funziona non occasionalmente). Una biblioteca "ibrida", come si dice nella letteratura sull'argomento, tipica della situazione europea, immersa nel postmoderno, o, se si preferisce, nel postistorico. Frequentatissima, di fatto inserita nel pieno della cittadella universitaria riminese, vicina al museo della città: un anello importante di quella che potrebbe dirsi la cittadella della conoscenza riminese, un istituto che svolge anche attività culturali di un certo rilievo.

Gli anni, si diceva all'inizio, sono tanti: la biblioteca è satura, per il patrimonio che si è accresciuto, per i nuovi servizi resi, per il pubblico multiforme e moltiplicato. L'immagine della biblioteca quasi deserta, frequentata da pochi sfaccendati, è consegnata alla letteratura del primo Novecento o a quella più recente, magari un po' routinaria. È il luogo della memoria della città, ma anche la stazione di collegamento col mondo, lo spazio dello studio e anche del contatto umano, il posto dove trovare le parole e le immagini che servono, eccetera eccetera.

Si aprono dunque diverse strade. Per esempio, costruire una sede nuova, pensata appositamente e magari in modo estroso come accade qua e là nel mondo dove una nuova biblioteca è assunta come simbolo del potere del committente e polo identitario di una popolazione, di una nazione: basti pensare alla Biblioteca di Alessandria d'Egitto, progettata da uno studio norvegese, o alle tante che si costruiscono soprattutto nell'Europa del Nord, come la gigantesca torre della Brabant Library in Olanda. Possibilmente in periferia, mèta prediletta dai gitanti domenicali che amano i centri commerciali, quei "non luoghi" che ormai hanno surrogato la piazza, il perno della polis.

Oppure, cercare di risarcire i centri storici di quella vita culturale che sembra fuggirsene lontano, come avviene con i cinema che chiudono, gli abitanti che cedono il posto alle banche e gli artigiani che spariscono. Non è il caso di indulgere alla retorica della memoria e dell'identità: la biblioteca non è l'antidoto alla globalizzazione della conoscenza, alla supposta esaustività della rete, ma forse lo spazio in cui la congerie digitale può essere convenientemente setacciata e vagliata dall'elemento umano, dall'esercizio della critica, senza contare il fatto che il patrimonio acquisito nel tempo necessita non solo di una attività di restauro e conservazione in termini di fisicità, ma di una manutenzione culturale che lo faccia vivere e rivivere, secondo il carattere e le esigenze specifiche di una più o meno vasta comunità.

Il progetto di fattibilità di un restauro e di una rifunzionalizzazione presentato al pubblico tra marzo e aprile 2007 nella mostra "Passato, presente e futuro della Biblioteca civica Gambalunga" propone la seconda opzione, quella del recupero e della sua integrazione: tende a connettere e non a dividere, a conservare un radicamento secolare e a coniugarlo con le esigenze di sviluppo dinamico proprie di un organismo vivo e vitale. Il progetto - redatto da Claudio Galli, docente di Ingegneria nell'Università di Bologna, con la consulenza di Giovanni Carbonara, professore ordinario di Restauro nella Università La Sapienza di Roma, e i suggerimenti biblioteconomici della direzione della Gambalunga - si avvale dell'ottimo lavoro di due tesisti riminesi, Alberta Abati e Andrea Silvagni, che sono stati guidati dai progettisti in una complessa opera di rivisitazione storica del manufatto. La conoscenza dell'edificio su cui intervenire, gli approfondimenti storici, costruttivi e funzionali, ma anche cronologici, proporzionali e metrologici, sono stati infatti ritenuti premessa indispensabile all'agire progettuale.

Sullo sfondo dell'operazione si scorge la "Carta europea del patrimonio architettonico" sottoscritta ad Amsterdam nel 1975, che raccomanda di integrare l'esigenza della conservazione con quella della rivitalizzazione. Ne è scaturito un progetto che da un lato restaura Palazzo Gambalunga, il corpo originario del complesso bibliotecario, recuperandone preesistenze e intenzioni architettoniche, dall'altro interviene radicalmente sul corpo aggiunto, Palazzo Visconti. Gli spazi dell'utenza sono ridefiniti in ragione della loro intensità: quelli di maggiore frequentazione al piano terra, quelli più specializzati al primo piano, e sopra le funzioni di governo e gestione: il deposito librario e la distribuzione dei prestiti assolti da una torre libraria automatizzata, collocata all'estremità del corpo recente di Palazzo Visconti, secondo una soluzione già preconizzata nel 1956 da Mario Zuffa, al tempo direttore degli Istituti culturali.

La mostra primaverile, organizzata dalla Biblioteca in collaborazione con l'Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna, ha illustrato sinteticamente, ma compiutamente, il processo inventivo e narrativo del progetto, che mette capo a una struttura di tipo anagogico, in cui cioè le esigenze di studio, concentrazione e conservazione sono collegate ma distinte. Per usare una metafora della critica cinematografica, un'idea che tende a valorizzare lo "specifico bibliotecario", che significa lo "specifico del testo", qualunque esso sia, membranaceo o digitale, verbale o visivo, nel suo rapporto con la pluralità dei lettori.

 

Note

(1) M. Luchetti, Il testamento di Alessandro Gambalunga: un singolare atto di ultime volontà, in L'impresa ritrovata. Lo stemma dipinto di Alessandro Gambalunga: scritti in occasione del restauro, Rimini, Biblioteca civica Gambalunga, 2001, pp. 19-27.

(2) P. Delbianco, Alessandro Gambalunga, la Gambalunghiana e i suoi primi bibliotecari, in Seicento inquieto. Arte e cultura a Rimini, a cura di A. Mazza e P. G. Pasini, Milano - Rimini, Federico Motta Editore - Fondazione Cassa di risparmio di Rimini, 2004, pp. 213-219.

(3) La Biblioteca Civica Gambalunga. L'edificio, la storia, le raccolte, a cura di P. Meldini, Rimini, Biblioteca civica Gambalunga - Fondazione Cassa di risparmio di Rimini, 2000.

 

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