Rivista "IBC" VIII, 2000, 3

pubblicazioni, storie e personaggi

Un antidoto della malinconia

Andrea Donati
[collaboratore della Biblioteca civica "Gambalunga" di Rimini]

Scriveva Manganelli una decina d'anni fa: "Non ci fosse l'estate, e se fosse possibile traslocarla di qualche chilometro, verrebbe fuori una città italiana, fatta un po' di Roma antica, un po' di romanico, una folgorazione rinascimentale, e perfino un aroma neoclassico". E concludeva: "Credo che Rimini sia una città da ritrovare, una città nascosta, segreta, pudica..." Prestiamo ascolto a Manganelli e visitiamo la Biblioteca civica Gambalunga di Rimini, magari facendoci aiutare dalla guida a stampa bilingue recentemente pubblicata, introdotta da Piero Meldini e corredata da schede approntate dai vari curatori delle raccolte e delle sezioni.1Prima però proviamo con l'aiuto dell'immaginazione a riandare a quell'epoca in cui Alessandro Gambalunga decideva di costruire la sua sontuosa dimora, che è una delle poche antiche ad essere sopravvissute all'ultima guerra, la luce dei cui ambienti, come ha giustamente notato Piero Meldini, può ricordare certi interni di Vermeer. Ci dobbiamo allora domandare chi era questo mecenate delle lettere e perché decideva di investire una parte non indifferente del patrimonio di famiglia per dotare la sua casa di una biblioteca che non aveva pari tra quelle degli altri privati cittadini, un progetto che allora avrebbe avuto più senso in una città come Roma, Venezia o Milano (dove appunto nel 1609 Federico Borromeo inaugurava l'Ambrosiana).

Sempre si è detto che Alessandro Gambalunga, nipote di un maestro muratore lombardo e figlio di un mercante "da ferro" arricchitosi ben oltre le fortune comuni, frustrato forse nella sua pur giusta ambizione di essere chiamato a far parte di quel Consiglio cittadino allora presieduto da riminesi illustri e spiantati, abbia deciso di immortalare sé ed il proprio casato minacciato di estinzione per la mancanza di eredi diretti attraverso un'operazione che oggi diremmo "di immagine". Questo tuttavia spiega solo il fatto esteriore, ben inteso di primaria importanza, che a Rimini, per lascito testamentario, vide la luce il 25 settembre del 1617 una "fondazione" privata a scopo culturale e ad uso pubblico da parte di un mecenate laico e non patrizio. Si trattò di un evento straordinario nella piena accezione del termine, non solo perché si dava avvio alla istituzione in assoluto più importante e rappresentativa della città, che ne avrebbe definito e conservato nel tempo a venire i ricordi e l'identità, ma anche perché l'intuizione ed il progetto anticipavano i tempi e preannunciavano una modernità che se poteva essere avvertita nelle capitali della cultura italiana ed europea, non può non sorprendere abbia investito una città che, dopo un fulgido Trecento ed un folgorante Quattrocento, dalla fine della Signoria Malatestiana languiva in una inesorabile decadenza di lettere e di arti.

Quali furono tuttavia i motivi segreti che mossero la volontà di un uomo che i ritratti superstiti ci consegnano in pose rigide e fastose, ma con uno sguardo tuttavia in cui brilla una indubbia gentilezza d'animo e con un'aria soffusa di inguaribile malinconia? A vedere lo spirito dell'uomo nel suo secolo, c'è da convenire con chi riconosce nella precoce intuizione della biblioteca pubblica uno di quei colpi di genio che hanno reso grande il Seicento e i suoi protagonisti. Da chi eventualmente Alessandro Gambalunga abbia mutuato l'idea o se questa sia frutto della sua intraprendenza non è dato sapere. E neppure possiamo immaginare le conversazioni che avevano luogo nella sua "accademia" domestica posta sotto l'impresa araldica della luna e della cometa e di quella gamba in atto di correre che poco si addice all'immagine di Alessandro sigillata da una funerea etichetta spagnola.

Piace tuttavia immaginare che un individuo così sensibile alle lettere abbia ricercato in un'operazione tanto complessa come quella di dar vita dal nulla ad una biblioteca di millequattrocentotrentotto volumi - di cui novecentotrentasei numerati a catena, tutti significativamente usciti dai torchi degli stampatori e non dagli scrittori monastici - il suo personale "antidoto della malinconia", come di lì a poco consiglierà in un suo quanto meno originale libretto lo stralunato bibliotecario Giuseppe Malatesta Garuffi... e come ci ha ricordato più di recente con una certa inquietudine e facezia il romanzo del nostro Piero Meldini.


Il 12 agosto 1619 moriva l'illustre mecenate lasciando il Comune erede del palazzo e della biblioteca; e da allora la sua cometa brilla solo sulle splendide legature alle armi in marocchino rosso, in pergamena naturale o tinta in verde fatte fare appositamente in casa dal "libraro" stipendiato Matteo Severini. Restò a proteggere la sua biblioteca un testamento ferreo che ne disciplinava l'apertura al pubblico, la conservazione e l'incremento del patrimonio librario con una lucidità e una lungimiranza degne del miglior legislatore della cosa pubblica. A raccogliere la volontà del suo mecenate si susseguono per tutto il Seicento bibliotecari operosi e fedeli allo spirito del fondatore.

Michele Moretti è un fedelissimo del Gambalunga, ne coglie le ultime volontà al capezzale e cura il primo inventario della biblioteca. Il sacerdote e bibliofilo Girolamo Avanzolini fu il primo "cacciatore" di codici e benemerito salvatore di ciò che allora andava per ultimo definitivamente perdendosi della gloriosa Libreria di San Francesco, pergamene altrimenti destinate a ricoprire salumi nelle botteghe riminesi. A lui si deve il recupero dell'Anticlaudianus di Alano di Lilla, già appartenuto a Roberto Valturio, che aveva lasciato i suoi libri al convento francescano; a lui l'amico Giacomo Villani fece dono di sette codici fra cui l'autografo dei poemi Hesperis e Argonauticon che l'umanista Basinio Parmense aveva donato a suo tempo allo stesso Valturio; a lui ancora pervenne in dono dal medico Francesco Angeli il Commentario di Vespasiano da Bisticci splendidamente illustrato da miniature attribuite a Francesco Antonio del Chierico. Libri e codici di grande importanza continuano a riempire gli scaffali in noce delle tre sale della biblioteca per tutto il secolo, basti segnalare l'elegante codice quattrocentesco delle Metamorfosi di Ovidio con le armi Badoer o lo straordinario esemplare delle Fantesies de Mère Sote di Pierre Gringore, stampato su pergamena nel 1516 e miniato su basi silografiche. Di Giuseppe Malatesta Garuffi piace più ricordare gli umori secenteschi e quello spirito eccentrico e poligrafo che sembrano allontanarlo infinitamente dallo sguardo dolcemente malinconico dell'augusto fondatore e proiettarlo nel più caleidoscopico teatro barocco.


Dopo una stagione d'oro di libri e di bibliotecari, ognuno caratterizzato da una indubbia cultura e da una personalità originale, seguono grigi e ristagnanti i primi quattro decenni del Settecento. Solo astro nascente, muove i suoi primi passi nelle tre austere sale della Gambalunghiana il giovane studioso Giuseppe Garampi, futuro cardinale e nunzio apostolico, che per lo splendido mecenatismo diventa la figura più emblematica e per certi versi decisiva per le sorti della biblioteca nel corso del Settecento.

Il Garampi è mosso da una passione bibliografica sincera ed inesauribile; e pur avendo come centro dei suoi interessi la storia ecclesiastica e in particolare monastica e spirituale, e Rimini, la sua città natale, nel cuore, da autentico intellettuale colto ed illuminato non esclude i campi più vasti della letteratura delle scienze e delle arti. Il suo infaticabile impegno come protettore della biblioteca, dagli esordi dilettanteschi alla costante cura prodigata a distanza con infinita diplomazia e sagace acume politico dalla Curia romana o dalle diverse sedi della sua nunziatura, assicura alle raccolte pubbliche riminesi i fondi antichi dei conventi decaduti o i cimeli di altre librerie, come le preziose pergamene dell'Abbazia di San Giuliano e i codici e gli incunaboli della Congregazione di San Girolamo, tra i quali spiccano il Passionario riminese del secolo XII, il De Civitate Dei scritto e superbamente miniato per Pandolfo Malatesta, la raccolta dei libelli antigiudaici di Niccolò di Lira e Girolamo Ispano già appartenuta ai Gonzaga.

Alla sua morte, avvenuta nel 1792, il Garampi lascia una raccolta principesca che conta ben ottantasei codici e ventisette incunaboli, più numerosi apografi e minuziose schede, non poche tratte dalla Vaticana, che costituiscono spesso l'unica fonte o copia esistente di documenti altrimenti perduti e di capitale importanza per la storia ecclesiastica e locale. Tra i tanti cimeli merita speciale menzione la Regalis historia scritta da frate Leonardo per Carlo Malatesta, il cosiddetto codice "gradenighiano" della Divina Commedia della fine del secolo XIV, con un commento ampliato di Jacopo della Lana e splendide figure acquarellate, il De Civitate Dei nell'edizione del 1470 per i torchi di Giovanni e Vindelino da Spira, il Valturio nell'edizione veronese del 1472 di Giovanni di Niccolò pure con silografie acquarellate.

Il mecenatismo illuminato del Garampi trasforma profondamente la consistenza e la qualità delle raccolte bibliografiche, codicologiche e archivistiche del primo nucleo secentesco della Gambalunghiana. Nel frattempo erano avvenuti mutamenti anche negli arredi interni: nel 1756 era stata infatti aggiunta una quarta sala progettata dall'artista riminese Giovan Battista Costa in stile barocchetto dove fanno ancora oggi sfoggio i due mappamondi del Blaeu.


L'Ottocento gambalunghiano prende dunque avvio da un profondo rinnovamento settecentesco che aveva visto diversi riminesi farsi strada nella carriera politicoecclesiastica, negli studi e nelle lettere: sono i bei nomi, oltre che del Garampi, del suo maestro, il medico Giovanni Bianchi rinnovatore dell'Accademia dei Lincei, dello scienziato Giovanni Antonio Battarra, del poeta Aurelio De' Giorgi Bertola.

Il nuovo secolo inizia dapprima sotto la guida di bibliotecari valenti ed eruditi, Lorenzo Antonio Drudi e Luigi Nardi, i quali si impegnano in un'opera di riordino e di catalogazione di svariati materiali, molti dei quali giunti alla rinfusa con le soppressioni napoleoniche dei conventi cittadini; successivamente di Luigi e Carlo Tonini, che fanno del governo della biblioteca prima di tutto un impegno civile. L'opera indefessa del padre e del figlio, da entrambi orientata verso studi e ricerche di carattere storico ed archeologico, innalza ancora una volta la Gambalunghiana a centro culturale di livello europeo.

Non a caso il frutto di tanta stima riconosciuta prima ancora dagli stranieri che dagli italiani dura così a lungo da portare in dote alla Biblioteca nel 1934, per lascito testamentario della figlia, il prestigioso fondo di Adolphe Noël des Vergers, illustre studioso di epigrafia e di etruscologia imparentato con l'editore parigino Didot, amico di Bartolomeo Borghesi e di Theodor Mommsen, mecenate e raffinato uomo di cultura che aveva scelto come sua dimora una sontuosa villa sui colli riminesi.

Le donazioni e i lasciti di famiglie e di persone legate per svariate ragioni ed interessi alla città si susseguono per tutto l'Ottocento e il Novecento. Tra le tante, merita una menzione speciale il ricchissimo fondo dei Lettimi-Francolini, fondamentale per lo studio del movimento operaio riminese e romagnolo; questa illustre famiglia lasciava a Rimini pure un magnifico palazzo, un tempo attribuito al Bramante e poi bombardato dai caccia americani e lasciato in abbandono fino a oggi, quando nelle loro volontà doveva sorgere una scuola di musica. E non ci si dovrebbe sorprendere di questi interessi musicali a Rimini se in un altro fondo, quello dei Mattei-Gentili, troviamo ben seiecento volumi di musica a stampa e centotrentasette libretti d'opera relativi per lo più al periodo ottocentesco, segno tangibile che anche in riviera, prima che si suonasse il rock, Euterpe andava a teatro e vestiva l'abito lungo.


Grazie alla nuova guida si possono scoprire altri aspetti di questo ricco e variegato patrimonio culturale. Esiste tra gli altri un curioso fondo "Oriente asiatico" di cinquecento volumi, frutto di una fondazione voluta nel 1940 dal nobile medico milanese Prassitele Piccinini. Il conte - che negli anni Trenta si era già segnalato come uno dei principali artefici dello sviluppo degli studi asiatici in Italia finanziando le due missioni in Tibet del noto archeologo, esploratore e orientalista Giuseppe Tucci (che alla Gambalunghiana inviò personalmente una trentina di volumi) - aveva ravvivato durante tutto il periodo fascista le attività culturali sulla riviera, dove possedeva un villino balneare, promuovendo studi e ricerche sulla talassoterapia e un convegno internazionale italo-nipponico.

La guida traccia inoltre i profili di altre sezioni, come quella ricchissima dei periodici, tutti catalogati e disponibili; del gabinetto disegni e stampe, dove spiccano le incisioni di Rosaspina; della fototeca, arricchita dal recente lascito del fotografo riminese Davide Minghini, collaboratore e amico di Federico Fellini; della Cineteca, che conserva, oltre a lungometraggi d'autore (basti tra tutti citare Amarcord), documentari di straordinario interesse come quello degli anni Dieci dal titolo Rimini l'Ostenda d'Italia.

Esibiti i cimeli e le rarità nelle sale storiche, a partire da quella arredata con i mobili appartenuti ai Des Vergers, passando poi nell'ariosa sala barocchetta del Costa, per finire nelle austere sale secentesche, possiamo ora guardare attraverso la lente immaginosa del cannocchiale della memoria ai quattro secoli trascorsi e cercare quella voce della luna che un giorno parlò al malinconico Gambalunga e gli indicò nei libri l'"antidoto della malinconia". E quand'anche non ci riuscisse di trovare questo sidereo balsamo, dovremmo pur ringraziare il buon Gambalunga con quelle stesse parole con cui l'umile frate Lorenzo Ganganelli, futuro papa Clemente XIV, in una lettera dal tono galante si rivolgeva al cardinale Passionei: "È ai Vostri libri, Monsignore, che devo dei ringraziamenti, non al mio spirito".


Nota

(1) La Biblioteca civica Gambalunga. L'edificio, la storia, le raccolte, a cura di P. Meldini, Rimini, Biblioteca civica Gambalunga, 2000.

 

(1) La Biblioteca civica Gambalunga. L'edificio, la storia, le raccolte, a cura di P. Meldini, Rimini, Biblioteca civica Gambalunga, 2000.

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