Rivista "IBC" XX, 2012, 4

corrispondenze, mostre e rassegne

A Parigi, attraverso le collezioni delle culture altre, una mostra ragiona sul rapporto tra l'arte e le forze opposte che sono alla base dell'esistenza umana.
Il disordine creativo

Valeria Cicala
[IBC]

Con il titolo Toilettes al Museo. Ventagli, velette e pois da Manet a Renoir. Ecco il trionfo della moda, il 26 novembre 2012, sulle pagine di "la Repubblica", Alberto Arbasino scriveva uno dei suoi excursus, denso di rimandi e di morbidi aculei, riguardo alcune delle mostre attualmente aperte a Parigi. Lo scrittore armonizzava considerazioni sui contenuti e sui contenitori di queste mostre e, in una sorta di dialogo postumo senza malinconie, si rivolgeva a Gae Aulenti a proposito del "suo" Musée d'Orsay e delle attuali proposte espositive della prima città di Francia, uno stato che, pure in tempo di recessione, ha appena inaugurato la succursale del Louvre nella città di Lens.

Una città che, dopo tanto carbone (è stata zona mineraria) e tanta povertà, cerca una nuova prospettiva e un riscatto nella cultura, grazie alla capacità azzardata, ma calcolata, della politica culturale del Louvre, e del governo, che già nel 2003 aveva avviato il progetto ora concluso, sostenuto dall'idea di portare altrove la potenzialità delle collezioni e di decentrare patrimonio e risorse a favore dell'economia dell'intero paese. Un messaggio confortante, che lascia sperare, ma al contempo mortifica le scelte, forse meglio parlare di non scelte, operate in ambiti affini nell'italica tellus.

Riprendendo le considerazioni di Arbasino sulle esposizioni in corso oltralpe, tra queste era citata quella allestita al Musée du quai Branly, "Cheveux chèris", che non sembra entusiasmarlo più di tanto, anche in rapporto al titolo, per quella parte della mostra che espone macabri scalpi e "dandysmi degli antipodi" che prevedono "le teste laboriosamente rimpicciolite e ridotte (Tsantsa) dei primitivi recenti Shuar, Jivaro, Macas, Morona-Santiago". Probabilmente, sebbene trovi questo museo "vastissimo e grandiosissimo e faticosissimo anche a causa delle culture etnologiche extraeuropee", il nostro acuminato recensore avrebbe apprezzato maggiormente un'altra mostra, perfetta per questo segmento di tempo complesso in cui noi ci muoviamo, spesso disorientati e alla ricerca di antidoti e certezze: "Les Maîtres du désordre" ("I signori del disordine"), realizzata tra la primavera e l'estate del 2012, successivamente proposta in Germania (al Kust- und Ausstellungshalle der Bundesrepublik di Bonn) e ora in attesa di essere aperta al pubblico alla Fondazione "La Caixa" di Madrid, dal 7 febbraio fino al 19 maggio 2013 (www.quaibranly.fr/fr/programmation/expositions/expositions-passees/les-maitres-du-desordre.html).

Originale e carica di suggestioni anche nella lettura più semplice e tradizionale che se ne voglia dare, e centrata su un tema universale, l'ordine e il disordine, i due estremi attraverso i quali si dipana l'umana esistenza, l'esposizione vuole essere anche una riflessione sull'arte contemporanea che si confronta con questi due concetti. E accosta gli artisti alle figure di rottura e, in genere, alle identità che interpretano disagi e forze occulte nelle diverse culture, concentrandosi sulla capacità di negoziazione che esse interpretano.

Molteplici sono i messaggi e i rimandi antropologici emanati dal percorso espositivo, che trasuda contemporaneità e insieme si centra su esperienze artistiche di secoli diversi e di contesti lontani dalla classicità occidentale, sebbene non manchino alcune opere che si riferiscono alla religiosità egizia e a quella greco-romana. Figure di animali che sono vere e proprie incarnazioni di divinità e spiriti, maschere e oggetti rituali, moderni ed essenziali, ma anche sorprendenti per composizione materica ed estrosità di forme, emergono in un itinerario incorniciato da tubolari in acciaio, gesso e stoppa. Costituiscono espressioni forti di quel rapporto psichico che da sempre accompagna la vita dell'uomo: il suo bisogno di esorcizzare il male, le paure, di trovare elementi di compensazione.

Una ricerca che procede nei millenni, rintracciabile a qualsiasi latitudine, quella che porta a riconoscere o a inventare trame mitologiche e letterarie, danze e suoni nei quali manifestazioni soprannaturali, percorsi di magia e sacralità assumono forme e materializzazioni differenti che si radicano ancora oggi in anacronistiche superstizioni o in ancestrali credenze, intrise delle tradizioni culturali e religiose dei diversi contesti, riconducibili alle modalità e ai momenti storici nei quali sono stati codificati.

"Pas d'art sans désordre": sotto questo incipit di Ben Vautier si distende un percorso di esorbitante e anomala bellezza, di oggetti capaci di raccontare l'impalpabile, il soprannaturale, la dimensione sghemba dell'esistenza. Nel tentativo di creare una sorta di ordine, accomunati dalla ricerca di una trasgressione che possa poi essere anche salvifica, ci si muove tra sciamani e "potenze" (tra cui si inserisce anche l'artista), figure che Alain Santacreu definisce "centrali psichiche", "serbatoi di influenze la cui localizzazione spaziotemporale nulla ha di fortuito".1

Curata da Jean de Loisy, che aveva firmato nel 2008 al Centre Pompidou "Traces du sacré", e allestita dagli architetti Dominique Jakob e Brendan MacFarlane, la mostra (e ci interessa sottolineare questa valenza) diviene un'opportunità per far conoscere, anche attraverso una lunga circuitazione in altre sedi, le collezioni di singolare pregio che il Musée du quai Branly possiede: quando il museo fu inaugurato si parlava di ben trecentomila oggetti (e tutti sono forniti di una "carta d'identità"), il percorso espositivo ne accoglie 3.500. Siamo di fronte a una documentazione privilegiata, in Europa, per quanto concerne le raccolte d'arte non occidentale (Asia, Africa, America, Oceania); raccolte che precedentemente si trovavano sparse in diversi musei della capitale francese, fatti salvi il recente e strabiliante allestimento incentrato sull'arte islamica al Louvre e le collezioni del Guimet.2

"Les Maîtres du désordre" si collocava benissimo nella programmazione di questo stimolante museo, dove i grandi temi espositivi dedicati alle civiltà extraeuropee si alternano con proposte incentrate sulla musica o sulla storia contemporanea. Ed è l'arte dei nostri giorni che apre la mostra, mettendo in fila su più scaffali una serie di globi terrestri dall'epidermide deforme, opera di Thomas Hirschhorn, intitolata Outgrowth: un messaggio penetrante che racconta e riassume la violenza, la paura ingovernabile nella quale è immersa la vita dell'intero globo. Questi inquietanti mappamondi intercettano e ammoniscono il visitatore proponendo un giro dell'orbe terracqueo attraverso fotografie che parlano di guerre, disastri, delitti di vario genere e natura; le immagini sono fermate con uno spesso adesivo e comunicano l'idea di un mondo rabberciato, slabbrato da escrescenze maligne. Un vero e proprio tour sulla precarietà e sull'imponderabile nel quale viviamo immersi. Ma questa premessa sconfortante non svia dalla stimolante proposta di un approccio che apre, comunque, alla conoscenza di altri stilemi culturali e alla fine conforta perché la matassa delle affinità si dipana sottile ed evidente come quel quid di follia e trasgressione che compone l'universo della creazione.

La ricchezza del patrimonio etnografico del grande museo francese si immerge in una tradizione di collezionismo radicato nella storia di questo paese, anche per la lunga vicenda coloniale che lo ha caratterizzato, ma riporta l'attenzione di chi scrive alle vicende del tutto differenti attraverso le quali si sono formate le raccolte di materiali etnografici e di arte orientale in Emilia-Romagna.

Proprio in un anno di grandi difficoltà per il patrimonio storico-artistico della regione, straziato dal terremoto dello scorso maggio, a Parma è stato riaperto al pubblico, con un nuovo e assai appropriato allestimento, il Museo d'arte cinese ed etnografico, che ebbe il suo primo nucleo nei materiali provenienti dall'Esposizione universale di Torino, organizzata dall'Italia nel 1898.

La riapertura, avvenuta dopo un attento intervento di recupero e restauro, restituisce al pubblico uno dei più significativi musei in Italia dedicati alla cultura cinese, ma si segnala anche per i manufatti di carattere etnografico provenienti da altre aree geografiche: Giappone, Indonesia, Brasile, Messico e Africa. Spesso sono state le missioni religiose e l'impegno nell'ambito dell'evangelizzazione a creare collezioni etnografiche: è stato così, per esempio, per una parte di quelle che si trovano al Museo degli sguardi, a Rimini.

La sontuosa morbidezza della collina "sacra" dell'entroterra riminese, Covignano, ancora in grado di restituire reminiscenze mitiche e stratigrafie archeologiche, accoglie già da anni il più significativo nucleo di opere per questo ambito in Emilia-Romagna. È costituito da settemila reperti provenienti dall'Africa, dall'Oceania, dall'America precolombiana e in minima parte dal continente asiatico, ed è stato allestito a Villa Alvarado. Si tratta, per queste collezioni, di un felice approdo dopo una lunga stagione di trasferimenti e di reperimento dei fondi per realizzare il recupero della struttura.3

Restando nell'atmosfera della mostra parigina, potremmo dire che in questo percorso espositivo, immerso in un paesaggio ricco di emozioni, si incontrano consuetudini e potenze di altri orizzonti, e che riti preromani, etruschi e centroitalici creano sinergie e sollecitano la creatività dei contemporanei, come pure la ricerca storico-archeologica, e fanno riflettere sul fatto che queste collezioni lontane sono giunte proprio qui per strani, imprevedibili casualità, forse non del tutto fortuite.


Note

(1) A. Santacreu, Una centrale "psichica" in piena Parigi, corrieremetapolitico.blogspot.it/2012/07/una-centrale-psichica-in-piena-parigi.html.

(2) Sull'apertura del Musée du quai Branly si veda anche: V. Cicala, Con diverso spirito, "IBC", XV, 2007, 1, pp. 26-27.

(3) Sulle vicende che hanno portato alla nascita del Museo degli sguardi si vedano: A. Aimi, Lo spazio dell'altro, "IBC", XI, 2003, 2, pp. 27-28 ; A. Salvi, Collezione "Canepa": andiamo a "vedere"..., "IBC", XIII, 2005, 3, pp. 30-33.

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