Rivista "IBC" XIX, 2011, 1

immagini, inchieste e interviste, pubblicazioni, storie e personaggi

Li chiamarono "treni della felicità". Univano da Sud a Nord l'Italia affamata dalla guerra, annodando vite e storie diverse con il filo resistente della solidarietà.
I maccheroni in tasca

Giovanni Rinaldi
[storico]

Negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale quasi settantamila bambini dell'Italia centromeridionale vennero ospitati in affidamento temporaneo presso centinaia di famiglie di lavoratori del Centro e del Nord. Lo storico Giovanni Rinaldi e il regista Alessandro Piva hanno ricostruito questi viaggi, interrogando i testimoni diretti e riportando le loro voci in un libro (G. Rinaldi, I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie, prefazione di M. Mafai, Roma, Ediesse, 2009; www.giovannirinaldi.info/storiacinema.htm) e in un film documentario (A. Piva, Pasta nera, Italia, 2011; www.piva.it/seminalfilm/documentari-2/pasta-nera). Abbiamo chiesto allo storico di raccontarci alcune di queste storie, tra quelle che riguardano, in particolare, la nostra regione.


Fu il sindaco di Modena, Alfeo Corassori, a chiamarli "treni della felicità". Nelle stazioni, spesso, ad aspettare questi treni carichi di bambini, c'erano le bande musicali, organizzate dai tramvieri come dai ferrovieri, i sindaci con intere giunte comunali e i comitati di accoglienza che provvedevano alla collocazione dei piccoli presso le famiglie che si erano offerte di ospitarli. Le famiglie emiliano-romagnole, marchigiane, toscane e liguri, in una rete di "comitati per la salvezza dell'infanzia", accolsero, tra il 1945 e il 1952, come figli adottivi, i bambini del Sud, ma anche quelli provenienti da zone martoriate dai bombardamenti oppure alluvionate, come il Polesine. Una grande esperienza di massa che portò circa settantamila bambini a vivere questa esperienza.

Il movimento prese avvio nell'autunno del 1945 a Milano, da dove partirono, non senza difficoltà, i primi gruppi di bambini per l'Emilia. Il progetto fu organizzato, nelle sue fasi iniziali, dai Gruppi di difesa della donna, nati nella lotta partigiana, e dalla nascente UDI, l'Unione donne italiane, in coordinamento col Partito comunista. L'iniziativa delle donne comuniste, guidate da Teresa Noce, che ne fu l'interprete principale, contrastava la freddezza e lo scetticismo dei compagni dirigenti, che forse vedevano questa iniziativa troppo al femminile e di intento caritatevole. Teresa Noce racconterà: "Arrivavano richieste da ogni parte. I bambini affamati erano tanti. Cominciava il tempo umido e freddo e non c'era carbone. I casi pietosi erano molti, moltissimi. Bambini che dormivano in casse di segatura per avere meno freddo, senza lenzuola e senza coperte. Bambini rimasti soli o con parenti anziani che non avevano la forza e i mezzi per curarsi di loro. Bambini ammalati, che per il momento dovevamo escludere dalla lista e cercare di far ricoverare in ospedale. Bambini lerci, pieni di croste e pidocchi".

E così, le tante militanti che aderirono all'organizzazione dei viaggi curarono e vaccinarono i bambini, raccolsero indumenti e biancheria, calze e scarpe, organizzarono il taglio di capelli e l'eliminazione dei pidocchi. E, con l'aiuto delle Ferrovie, il primo treno fu pronto per il viaggio. Un lungo convoglio diretto a Reggio Emilia con duemila bambini. Dopo questo primo viaggio, altri ne seguirono, da ogni parte d'Italia. L'iniziativa si allargò, altri treni partirono: con i bambini di Torino, Roma, Cassino, da Napoli, dalla Calabria e dalla Sardegna. A ospitarli, le famiglie dei lavoratori di Reggio Emilia, poi quelle di Modena, Parma, Piacenza e, via via, città e piccoli paesi di tutta l'Emilia-Romagna. In molti casi, forte fu la sorpresa dei bambini meridionali, perché scoprivano agi e comodità a loro sconosciuti, e una società spesso vicina ideologicamente ma lontanissima nel tenore di vita. L'incontro tra queste due Italie e il confronto tra due culture, legate dagli stessi ideali politici e di solidarietà, ma sotto certi aspetti distanti anni luce tra loro, sembrava realizzare una seconda riunificazione nazionale dopo la tragica esperienza del fascismo.

Una delle "missioni" più imponenti, fu quella che dal Natale 1946 all'estate del 1947 portò dodicimila bambini napoletani verso le famiglie del Nord che si erano offerte di ospitarli per alcuni mesi. Uno dei principali organizzatori fu l'editore Gaetano Macchiaroli; presidente del comitato era Giorgio Amendola; tra i partecipanti c'erano Maurizio Valenzi, Mario Alicata, Maria Antonietta Macciocchi, Luciana Viviani (figlia di Raffaele) e Rubes Triva, sindaco di Modena. Sulla "Voce" del 22 dicembre 1946 Amendola scrive:


"Convinti della necessità di agire e di fare qualche cosa, anche se limitata, ma subito, onde portare un primo aiuto in attesa di più vaste e durature soluzioni degli enormi problemi incombenti, ci siamo raccolti in un primo gruppo di pediatri, insegnanti, uomini e donne di buona volontà per lavorare uniti per i bimbi di Napoli. [...] ci siamo proposti un primo obiettivo pratico: strappare per questi duri mesi invernali qualche migliaio di bimbi al freddo e alla fame inviandoli presso famiglie che possono offrire loro una generosa ospitalità. [...] come già testimoniano le autorevoli adesioni dei sindaci di Bologna, Modena, Reggio Emilia [...]. In questo grande miracolo di solidarietà umana e nazionale che farà dei bimbi di Napoli gli amici e i fratelli dei bimbi emiliani, toscani e di altre regioni, noi vediamo la premessa di una più umana e fraterna convivenza di tutti gli italiani".


Alcuni bambini napoletani giunsero a Crespellano, piccolo paese vicino Bologna. Fu l'Amministrazione comunale a invitare la popolazione perché li ospitasse. La famiglia di Giorgio Bertusi fu tra le prime: "C'era spirito di solidarietà e poi avevamo una conoscenza diretta, perché anche noi stavamo male, figurarsi queste famiglie abbandonate. I miei genitori erano operai. Mio padre Giovanni faceva il muratore, qualche volta l'oste o il carpentiere, e mia madre, Maria Zuffi, la sarta. Lui, Pasquale, il bambino, arrivò, e mio fratello lo andò a prelevare e lo portò a casa. In famiglia eravamo in cinque, di cui quattro in casa. Pasquale l'abbiamo sistemato in un letto in una camera vicino a noi".

Giorgio ricorda in particolare un episodio, riguardante il piccolo ospite: "Quando mamma faceva da mangiare i maccheroni, questo bambino prima finiva tutto il suo piatto; poi, se ne rimanevano un po', mia madre si era accorta che se li metteva in tasca. I maccheroni! Ha capito? 'Ma cosa fai?', chiedevamo. 'Li mangio questa sera', diceva. Non è che li lasciasse lì nel piatto, magari dicendo: 'Non ne voglio più'. No, i maccheroni se li metteva in tasca".

Ricorda anche che Pasquale venne a trovarli molti anni più tardi, con la moglie Stella: "Io gli scrissi: 'Venite, vi paghiamo il viaggio'. E infatti sono venuti. È arrivato con la moglie e la figlia", e sorride. Si ritrovarono di nuovo insieme dopo tanti anni, in condizioni totalmente diverse da quelle vissute in quel 1947: il bambino che metteva i maccheroni in tasca e il giovanotto che giocava con lui. "Ci fu una scena commovente, perché siamo molto emotivi noi, e loro anche di più. Piangemmo, che ci voleva un catino sotto... per le lacrime".


Ida Cavallini e Irma Siroli sono state, a Lugo, tra le più combattive militanti dell'UDI. Irma: "Ricordo la sera che arrivarono. C'eravamo noi, quelli del Partito socialista e del Partito d'azione. Avevamo una sala grande e avevamo preparato qualcosa da mangiare: latte, bibite, panini. C'erano le famiglie che si erano offerte per l'ospitalità. I bambini arrivarono verso mezzanotte. Erano distrutti per la stanchezza; nessuno mangiò, si addormentarono subito. Fatto lo smistamento, si decise di portare gli altri bambini a Ravenna. E allora, ad accompagnare i bambini a quell'ora lì, erano pochi quelli che si offrivano, così andammo io e la Lella Berardi. Accompagnammo questi bambini nelle Case del popolo, dove man mano venivano raccolti. In molti paesi, nel buio della notte, non si arrivava mai". Racconta di quella notte, Irma, tra strade dissestate, nel buio e nella nebbia. Ricorda che erano commosse: le viene il "magone" ancora oggi, a raccontarlo. "Tornammo a casa alla mattina, verso le quattro".

Ida Cavallini aggiunge: "Avevamo il massimo della preoccupazione... cvânt ch'a i mandegna a ca, i purèn, i n'paréva gnânch piò ló: quando li mandavamo a casa, i poverini, non parevano neanche più loro". Irma dice che ogni tanto organizzavano delle festicciole: "Li trattavamo benissimo, forse anche più dei nostri figli". Irma sottolinea che quei tempi sono molto lontani, che le differenze con il presente sono grandi e che la loro militanza - di comuniste che lavoravano con altre donne, repubblicane, azioniste e senza partito - era una militanza "diversa": il loro "fare" era pratica quotidiana e non solo ideologia. "Erano gli anni subito dopo la guerra. Quello che facevamo era politica pulita, lo facevamo col cuore, quindi era anche un impegno sofferto. Ci mettevamo l'anima".


Umberto Mafferri è rimasto a vivere in Romagna. Scomparso di recente, lo ricordo emozionato, in attesa dell'intervista nella Biblioteca comunale di Lugo. Si presentò subito, fiero dei suoi due cognomi: "Io sono Umberto Mafferri Randi". Arrivò a Lugo nel 1946, aveva "nove anni e un mese". Veniva da Frosinone: con Cassino, uno dei territori più devastati dai bombardamenti alleati. La malaria, dopo le bombe, falcidiò la popolazione e soprattutto i bambini. Il piccolo era terrorizzato dalla guerra e dal frastuono delle bombe che cadevano: "Ricordo che scappavo sotto i bombardamenti in una città completamente distrutta". Il treno in cui viaggiò, con circa 850 bambini, impiegherà due lunghi giorni per raggiungere tutte le destinazioni.

Umberto aveva sempre sognato di viaggiare: "Decisi di venire via per spirito d'avventura, perché papà e mamma non mi volevano mica mandare. Per me il viaggio fu un'avventura verso l'ignoto, come le storie che da piccoli leggevamo nei libri. Quando si seppe che il comitato di liberazione organizzava le partenze, dissi subito deciso ai miei genitori: 'Ci voglio andare anch'io'". All'arrivo in stazione, a Lugo, i bambini sentirono per la prima volta le donne che li accoglievano parlare in dialetto romagnolo. Pensarono fosse russo e si spaventarono a tal punto che si fece fatica a convincerli di scendere dal treno. "Ci portarono in autobus fino in piazza Baracca, dove attaccata alla chiesa c'era la sezione del Partito comunista, e lì ci misero in fila. Il medico ci visitò, poi arrivarono le famiglie. Sceglievano, credo, solo per simpatia. A un certo punto si fece avanti una coppia, i coniugi Randi: Costante e sua moglie Lucia Saiani. Mi scelsero e mi portarono a casa loro".

Dopo quattro mesi, Umberto tornò a casa: "Ci sono rimasto quaranta giorni, ma ero malinconico e desideravo tornare a Lugo. Tutti i giorni scappavo di casa e correvo in stazione a guardare i treni che partivano, stavo lì per ore. La mamma, allora, decise di accompagnarmi a Lugo per conoscere la famiglia che mi aveva ospitato. Lei aveva capito, perché una madre certe cose le sente dentro. Io avevo piacere di ritornare, e loro, la famiglia Randi, avevano piacere di riavermi, perché non avevano figli. E io sono tornato qui e non sono più andato via".


Rosanna De Luca, a soli 4 anni, in una sera d'estate arrivò a Voltana, in Romagna. "Eravamo quasi settanta bambini sul treno. Tutti sfollati da Atina a Monte San Giovanni Campano, in provincia di Frosinone. Ricordo solo che partimmo da questo paese e c'erano i miei genitori. Tutti dicevano: 'Non li mandate via! Perché là ci sono i comunisti che se li mangiano!'. Ricordo il viaggio di notte, che a me sembrò eterno, e il cartellino col nome cucito al cappotto, perché ero la più piccola. Era l'estate del 1946 e tutti piangevamo per la paura".

Rosanna prosegue: "Con me viaggiavano i miei fratelli, Diego di 6 anni e Vincenzo di 8, e mi coccolavano. A Faenza, in stazione, ci aspettavano le famiglie che ci avrebbero ospitati. Si avvicinò una coppia di Voltana e lui, Renzo Morelli, mi prese per mano. C'era anche Lorica Filippi di 17 anni, la sua fidanzata". Renzo e Lorica erano giovanissimi, ma la guerra, come era successo a tanti altri, li aveva già resi adulti. Alle spalle di Lorica si addensava il peso di un'immane tragedia familiare: pochi mesi prima, i fascisti avevano ucciso il padre Angelo e i fratelli Gustavo e Oriano. Rosanna racconta: "Qualche tempo dopo, Renzo e Lorica si sposarono e diventarono la mia nuova famiglia. Ad Atina erano rimasti mia madre, mio padre Giovanni, che soffrì molto questo distacco, e altri tre fratelli. A Voltana mangiai le polpette per la prima volta e mi sembrarono il cibo più buono del mondo".

Rosanna ha vissuto con i Morelli due anni, tornando poi ad Atina. Quindi, per alcuni anni, farà la spola tra le due famiglie, che le vogliono bene senza pretendere l'esclusiva dell'affetto. Il tempo avrebbe deciso su quale strada sarebbe proseguito il suo itinerario. Rosanna ha trovato lavoro e affetti a Ravenna, dove ancora oggi vive con i suoi due figli.


A Lugo, Marisa Muccinelli e suo fratello Giovanni mi raccontano del loro piccolo ospite, Benedetto Piacentini di Frosinone, che la loro mamma considerava "sacro": "Avevamo un'officina meccanica e stavamo bene. Mio padre tornò a casa dal lavoro e ci raccontò cosa aveva sentito. Parlò con mia madre di questi bambini che venivano da paesi lontani, dove la guerra aveva distrutto tutto. Si consultarono e lei disse di sì: era d'accordo a ospitarli".

Sulla scrivania davanti a noi, un pacco pieno di fotografie. Marisa ce ne mostra una in particolare, scattata a Frosinone il 6 luglio 1946. Nella foto, Benedetto è con il fratello Domenico, anche lui ospitato a Lugo. Sono nella stazione di Frosinone, appena scesi dal treno. A terra, una cesta con i regali che la famiglia Muccinelli inviava alla famiglia Piacentini. Con la foto, una lettera scritta dai genitori:


"Frosinone 10-7-1946.

Cara Signora Tina ti voglio inviare queste poche righe per farti sapere le mie buone notizie che grazia di Dio ci troviamo tutti bene cosi spero di voi tutti in famiglia. ti faccio sapere la mia contenteze quando è arivato Benedetto e il fratello Domenico stavano proprio bene ti faccio sapere che Benedetto non se ne puo scordare di tutte le vostre benevolenze e tinvio la sua foto che gle l'anno fatta sulla stazione di Frosinone quanto sono arivati Io non ho piu altro da dirti ricevi i piu sinceri ringraziamenti di tutto cio il bene che mi avete fatto solo Iddio lo sapra

Cara Mamma Tina

adesso parlo io che sono Vostro Caro Benedetto e con cio Vi do noto del mio viaggio che ha biamo fatto bellissimo assieme con mio Fratello e Compagni

Cara Mamma Vi faccio presente del nostro arrivo che siamo arrivati alle ore 15 del giorno sei e quando siamo arrivati ci anno fatto una Bella accoglienza pure glialtri del paese non solo dei miei genitori che veramente Sono Stati Tutti Contenti nel veder il nostro Cambiamento quindi io per adesso chiudo il mio scritto Salutarvi a tutti uniti in Famiglia

Mi firmo vostro Caro Benedetto

Adesso parlo io che sono il padre,

Carissimo compagnio Bruno con un po di ritardo vengo ha scrivere queste poche righe che non puoi immaginare la gioia che avemo avuto tanto noi e altrettanto i compagni di Frosinone nel vedere Benedetto nel suo ritorno bellissimo che stava bene di salute e di vestiario che tutto il popolo lo guardavano perche i cittadini di Frosinone non credevano come li avete trattati benissimo perche dicevano i comunisti dell'Altitalia li fanno morire di fame invece so rimasti tutti meravigliati come stavano bene e cosi carissimo Bruno ti faccio sapere che io non mi dimendicherò mai di voi tutti in famiglia e del partito Comunista adesso non ho altro da dirti ricevi tanti saluti dal tuo amico Armando e tanti saluti a tutta la famiglia e mille ringraziamento del complimento che mi avete mandato e tanti saluti da mia moglie Vincenzina e da tutti i miei figli ma di piu da Benedetto

Gianni"


Questa era l'Italia che veniva fuori dal ventennio, dalle macerie della guerra, nella povertà estrema delle classi contadine e bracciantili, un'Italia che provava a essere una, al di là delle differenze. Un'Italia popolare, che spesso si sostituiva alle grandi istituzioni nell'organizzare dal basso nuove forme di società solidale e di gestione collettiva della cosa pubblica; era divisa dalle ideologie, ma unita in un'idea della politica come strumento necessario per costruire insieme il bene comune.

Si scoprì "una solidarietà possibile tra Nord e Sud, tra operai e contadini," - come ha scritto Miriam Mafai - "un conoscersi tra gente che aveva vissuto in modo diverso le atrocità della guerra; il superamento, da una parte e dall'altra, di antiche incomprensioni e diffidenze; un entrare in contatto di mondi diversi: il mezzadro emiliano e il sottoproletario meridionale; con lo stabilirsi di rapporti di fraternità che resisteranno nel tempo".1 Resisteranno? Tocca a noi deciderlo.


Nota

(1) M. Mafai, L'apprendistato della politica. Le donne italiane nel dopoguerra, Roma, Editori Riuniti, 1979, p. 137.

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