Rivista "IBC" XVIII, 2010, 2

Dossier: Che il viaggio non sia stato inutile - Il Novecento: storie, memorie e luoghi

Le città silenziose

Giuseppe Masetti
[direttore dell'Istituto storico della Resistenza e dell'età contemporanea in Ravenna e provincia]

Di tutta l'intensa e prolungata vicenda militare alleata in Italia, protrattasi dall'estate del 1943 alla primavera del 1945, si può dire che oggi non esistano tracce monumentali o celebrative, malgrado l'elevato contributo di sangue versato, stimato in circa cinquantamila soldati caduti sul nostro territorio.

Fatta eccezione per l'elegante struttura marmorea ad archi incrociati, realizzata nel 1995 a Gaggio Montano (Bologna) in onore del contingente brasiliano che combatté a fianco della V Armata americana, si può dire che i soli monumenti alleati della Seconda guerra mondiale in Italia siano i cimiteri del Commonwealth. Se ne contano 37, sparsi tra la Sicilia e Milano, escludendo i due americani, quelli tedeschi, italiani e stranieri. La nostra regione, a conferma delle lunghe operazioni e del gran numero di vittime, ospita la maggior concentrazione di questi cimiteri, le cui sedi corrispondono ad altrettante fasi e battaglie decisive.

Lo studio di questi luoghi, e delle loro finalità progettuali, consente di leggere, meglio che nei testi ufficiali, la politica commemorativa attuata dal Commonwealth nei confronti dei caduti in guerra, ma anche la rappresentazione del senso civico di una nazione che è riuscita, qui, a contemperare la pietas e l'epos: a tenere insieme il cosiddetto "debito d'onore" della Patria verso chi è caduto per la difesa dell'Impero, il senso di comune appartenenza e la memoria della propria storia.

Princìpi, norme e finalità di questi cimiteri risalgono in verità alla Grande Guerra, quando nel 1917 la Commissione per le onoranze ai caduti in guerra stabilì che le spoglie dei soldati sarebbero state conservate nei paesi dove avevano combattuto e sarebbero stati commemorati in perpetuo da una lapide di marmo bianco, singola, uguale per tutti. Allora fu Rudyard Kipling a chiamare "città del silenzio" quegli ordinati campi cimiteriali che oggi raccolgono, su tutti i continenti, oltre un milione e settecentomila combattenti britannici delle due guerre, sepolti in 150 paesi diversi; fu sempre lui a dettare le epigrafi ricorrenti e a svolgere il ruolo di consulente letterario per la Commissione, mentre noti architetti e scultori inglesi dell'epoca definivano le forme standard degli apparati e i giardinieri reali dei Kew Gardens fornivano indicazioni per la disposizione delle piante a corredo dei vialetti interni.

Così, secondo quell'originario progetto, sono rimasti perfettamente conservati anche gli 11 cimiteri dell'Emilia-Romagna, che ospitano complessivamente 7840 caduti britannici, provenienti da 5 continenti. Indicati da un'apposita segnaletica verde, tutti orientati a mezzogiorno e non distanti da importanti vie di comunicazione, ai cimiteri si accede varcando un austero cancello in ferro battuto, tra due alte colonne in pietra a vista; ma gli elementi architettonici comuni a tutti sono i tempietti di forma neoclassica destinati a custodire i registri dei defunti e dei visitatori, e la grande "Croce del Sacrificio" in marmo bianco, posta al centro del campo. Un'imponente spada di bronzo, applicata sulla trave verticale della Croce, sopraelevata da un basamento ottagonale, celebra la fine dei soldati caduti, con una legittimazione suprema quasi religiosa, che peraltro tende a non invadere più di tanto gli spazi del ricordo individuale.

Ogni tomba, infatti, è contrassegnata da una pietra centinata, uguale per tutti, sulla quale sono incisi nel marmo il nome, l'età, il grado militare, con l'emblema del reggimento o della nazionalità di provenienza. Quando è stato possibile, i familiari hanno avuto a disposizione due righe per esprimere una dedica personalizzata, ma è anche vero che sono circa quattromila le tombe di soldati sconosciuti. L'uguaglianza di tutti davanti alla morte, il rispetto dell'individualità e dei valori religiosi anche diversi, sono i princìpi comuni e fondamentali di queste pregevoli architetture monumentali, impeccabilmente conservate nel tempo da appositi giardinieri alle dipendenze della Commonwealth War Graves Commission.

Il prato e i vialetti all'inglese sempre in ordine, il perfetto allineamento di pietre e di piante fiorite, la mancanza di qualsiasi altra forma di memoria familiare, conferiscono all'ambiente un'aura di armonia disciplinata, senza eccessi retorici o militari, che esorcizza il compianto e restituisce davvero la somma delle virtù civili riconosciute da quella cultura. Una sola epigrafe, ricorrente nei campi maggiori, dà conto di un patto, fra Stato e cittadini, e insieme di tutte queste attenzioni: "THEIR NAME LIVETH FOR EVERMORE". Per tutti coloro che hanno messo la loro vita al servizio dello Stato, quest'ultimo si impegna a garantire la perenne e pubblica riconoscenza: senza differenze, senza divisioni, senza gerarchie di grado e di valore.

Al di là della dimensione puramente militare, a ben guardare, questi cimiteri rappresentano qualcosa di più dei campi di sepoltura: sono occasioni permanenti per ribadire concetti fondativi del rapporto fra singolo e collettività; sono monito di coesione civile e di rispetto per le diverse confessioni. Sono onorati di fatto, con un particolare monumento funebre, all'interno dei cimiteri di Rimini e Forlì, i soldati gurkha e indiani cremati per motivi religiosi, i cui nomi restano incisi comunque su di una grande parete monumentale.

Dei complessivi 11 siti presenti in regione, uno solo si trova alle porte di Bologna, a fianco del grande cimitero dei polacchi, ove le croci bianche (e non le pietre centinate) si perdono a vista d'occhio; tutti gli altri si trovano dislocati in Romagna, a latitudini e dimensioni diverse, ma oramai visitati anche come puntuali fonti storiche, per documentare la durezza degli scontri qui sostenuti. Si va dalle 1939 tombe sul crinale di Coriano, lungo la strada che porta a San Marino, alle 618 di Rimini; dalle 775 di Cesena, alle 145 di Meldola; 738 se ne contano a Vecchiazzano, nella periferia di Forlì, e 496 sono invece allineate di fronte al Cimitero monumentale di Forlì, 956 a Piangipane di Ravenna, 212 a Villanova di Bagnacavallo, 1152 a Faenza - Santa Lucia; e, infine, sono 625 le tombe dell'Argenta Gap, ultima battaglia campale prima del Po.

Isole di un verde intenso, all'interno di una campagna già rigogliosa, a ogni primavera accolgono i rituali degli onori militari tributati da delegazioni internazionali e al tempo stesso testimoniano, agli occhi dei visitatori occasionali, la persistenza di una memoria collettiva sulla storia più dolorosa, affidata a un'architettura capace di interpretare valori condivisi.

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