Rivista "IBC" XVIII, 2010, 2

Dossier: Che il viaggio non sia stato inutile - Il Novecento: storie, memorie e luoghi

L'antifascismo modenese: i luoghi e i protagonisti

Metella Montanari
[vicedirettrice dell'Istituto storico di Modena]

Dopo la Seconda guerra mondiale, nel Modenese come nell'intera regione, la costruzione dell'identità collettiva risente in modo significativo dell'estesa partecipazione alla lotta partigiana e del consenso da questa raccolto, che determinano una forte identificazione popolare con l'esperienza e i valori dell'antifascismo e della Resistenza. Il Partito comunista, che dopo il 1945 conta in Emilia-Romagna il 20% dei propri iscritti sul piano nazionale e una netta egemonia sulle amministrazioni locali e le organizzazioni di massa, propone un paradigma interpretativo della storia della regione e dell'Italia che sottolinea una continuità lineare tra il socialismo e le lotte sociali del periodo prefascista, l'antifascismo, la Resistenza e l'impegno politico e sociale del dopoguerra.

In questa ricostruzione, l'antifascismo e la Resistenza non sono semplicemente l'evocazione di un'epopea vittoriosa, ma un modello etico e una pratica politica da spendere nel presente, nella lotta per la difesa degli spazi democratici e della Costituzione. Ma mentre la Resistenza - prevalentemente divulgata attraverso i motivi del patriottismo, dell'unità e della democrazia (sintetizzati nelle esperienze del CLN, il Comitato di liberazione nazionale) e del sacrificio - diventa una narrazione collettiva che dà voce e senso alle lotte per il lavoro e per i diritti sociali, alla rivendicazione di un equo benessere e al protagonismo di nuove figure sociali come le donne e i giovani, non altrettanto si può dire per l'antifascismo storico.

Nel suo farsi, l'antifascismo è un fenomeno estremamente complesso, non scevro da ambiguità e contraddizioni, capace di coinvolgere solo ristrette minoranze del Paese e non di incidere sulla tenuta del regime o di condizionarne la caduta. Al suo interno, la cospicua e decisiva componente comunista appare come una forza ancora in via di definizione, frammentaria e, per taluni aspetti, fortemente settaria e "antinazionale". In particolare, quest'ultimo fattore appare difficilmente conciliabile con il motivo e l'iconografia della Resistenza come secondo Risorgimento, coniati nell'immediato dopoguerra con l'intento di accreditare la lotta partigiana come guerra di popolo maturata contro l'invasore tedesco e contro quanti, fascisti prima ancora che italiani, si erano schierati o compromessi con il nazismo. In questa lettura, che consente anche di espungere la spinosa questione della guerra civile, se il fascismo diviene sinonimo di antinazionale e l'antifascismo di fedeltà alla patria e alla nazione, appare evidente tutta la problematicità di conciliare la tradizione politica classista e sovranazionale del comunismo anteguerra con quella maturata a partire da Salerno e durante i mesi della Resistenza.

La guerra di liberazione nazionale ribalta quindi completamente i binomi ideologici consolidatisi a partire dalla Prima guerra mondiale, in seguito alla quale, fino al '22, si scontrano da una parte l'interventismo e il nazionalismo di cui si fanno interpreti il Partito fascista e i gruppi socioeconomici che ne appoggiano l'ascesa, e dall'altra il neutralismo e l'internazionalismo dei socialisti. La prevalente matrice internazionalista dell'antifascismo di sinistra e la difficoltà di circoscrivere con nettezza i contorni di un mondo, l'antifascismo appunto, costituito perlopiù da una minoranza, solo in parte politicamente consapevole e lungimirante, non univocamente riconducibile a uno dei tre grandi partiti di massa dell'agone politico postbellico e sul quale pesa il giudizio di un'azione insufficiente nella contrapposizione al fascismo, rendono parzialmente spiegabile l'"uso" selettivo, ma anche l'oblio, dell'antifascismo nel dopoguerra.

Esso appare maggiormente improntato alla rievocazione del sacrificio dei militanti e alla rievocazione di singole figure emblematiche, piuttosto che alla definizione delle diverse culture politiche a cui si ispira. Ciascuno dei soggetti politici impegnati nella legittimazione della propria cultura di appartenenza e chiamati alla rievocazione-ricostruzione degli anni del regime e della Resistenza, individua nel "martirologio antifascista" una o più figure di riferimento, i cui tratti scolpiscono la nuova iconografia civile dell'Italia del dopoguerra: Antonio Gramsci per i comunisti, Giacomo Matteotti per i socialisti (che poi dovranno contendere questa memoria ai socialdemocratici), Carlo Rosselli per gli azionisti, Camillo Berneri per gli anarchici e don Giovanni Minzoni per i cattolici.

Nel Modenese, questo tipo di memoria, costruita sugli exempla vitae, poggia sulle figure del leader popolare Francesco Luigi Ferrari e del deputato socialista Pio Donati, ed è consegnata a un luogo di memoria fortemente evocativo: le tombe dei due personaggi all'interno del cimitero di San Cataldo di Modena. Nel settembre del 1960 l'Amministrazione provinciale approva all'unanimità di riportare e tumulare in città le salme dei due antifascisti, morti in esilio rispettivamente a Parigi e Bruxelles. L'iniziativa viene presa nell'ambito delle celebrazioni del centenario dell'Unità d'Italia ma trova conclusione solo nel 1965, in stretta connessione con il ventennale della Liberazione, attraverso una soluzione architettonica alquanto originale: essendo Ferrari di religione cattolica e Donati di religione ebraica, le due tombe sono collocate nelle rispettive aree del cimitero, separate da una lastra di vetro che consente la reciproca visibilità, e una vicinanza fisica e simbolica tra le due storie.

Se si escludono queste due figure, e quella meno conosciuta del socialista Ferruccio Teglio - sindaco di Modena dall'ottobre del 1920 fino all'aprile del 1921 (quando viene costretto alle dimissioni dalla pressione fascista) e ricordato con una lapide posta alla sommità dello scalone d'ingresso del Comune nel novembre del 1990 - più frequentemente accade che l'antifascismo storico venga assorbito nella Resistenza, che ne rappresenta il più alto completamento. Nella vicenda di Mario Ricci, per esempio, la militanza antifascista è l'elemento principale che accredita e legittima il ruolo del popolare comandante partigiano "Armando" durante la Resistenza, e il suo peso nelle battaglie democratiche del dopoguerra.

In tale visione a posteriori, gli antifascisti sono richiamati non tanto come protagonisti del loro tempo, ma come precursori di vicende future. Questo quadro presenta ben poche eccezioni se si osserva che anche la Guerra di Spagna viene letta soprattutto come "anticipazione" dello scontro armato durante la Resistenza (facendo proprio lo slogan di Rosselli: "Oggi in Spagna, domani in Italia") e, in ambito regionale, la vicenda delle "barricate di Parma" è rappresentata da tutti i partiti antifascisti come esempio di lotta di popolo, unitaria e vittoriosa.

L'antifascismo appare dunque come la fase in qualche modo "preparatoria" della Resistenza. Una saldatura così serrata ha come esito finale, oltre alla dissoluzione del primo nella seconda e il conseguente offuscamento delle rispettive peculiarità storiche, l'impossibilità di una pratica memoriale specifica. Un esempio concreto è, per esempio, la scarsità di segni che ricordino le vittime della violenza fascista (sia squadrista, sia degli apparati di controllo dello Stato) durante il Ventennio, in particolare se confrontata con la ricchezza di cippi e lapidi che ricordano i caduti partigiani o le stragi nazifasciste.

Le uniche eccezioni, in territorio modenese e allo stato attuale delle conoscenze, sono il cippo inaugurato nel 1947 su iniziativa del CLN di Rovereto sul Secchia (Novi di Modena) per ricordare l'uccisione del comunista Mirco Marri, avvenuta il 26 aprile 1922, e la lapide posata nel 1945 in memoria di Vermilio Bonesi a Vignola (oggi rimossa). Più frequenti sono, invece, i casi di accorpamento degli antifascisti ai partigiani: a Modena, nel cippo di viale Storchi che ricorda i caduti partigiani della zona, troviamo il riferimento al comunista Sergio Golinelli morto al confino nel 1932 e, sempre a Novi, uno dei comuni più attenti alla storia dell'antifascismo, il monumento alla Resistenza riporta anche i nomi di Adler Camurri e Rivoluzio Gilioli, due novesi morti combattendo nella guerra di Spagna.

Controversa, infine, la questione dell'eccidio del 7 aprile 1920 a Modena, quando durante un comizio indetto dalle due camere del lavoro presenti in città, socialista e anarchica, i regi carabinieri sparano sui lavoratori in sciopero riuniti in Piazza Grande, uccidendone 5. In assenza di un discorso pubblico e istituzionale che rivendichi come patrimonio collettivo il valore e il senso di tale episodio, in anni recenti i gruppi anarchici locali hanno occupato tale vuoto, spesso in posizione polemica con il Comune di Modena, e si sono fatti unici depositari e divulgatori di questa memoria.

Per tentare una prima individuazione dei luoghi di memoria dell'antifascismo, invece, occorre operare preliminarmente una distinzione tra quelli riconducibili a una prima fase, quella compresa tra il 1919 e il 1922, e quelli ascrivibili a una seconda fase, quella del regime. Nel primo caso i luoghi individuabili saranno quelli dell'attività antifascista o identificati dallo squadrismo fascista come tali (camere del lavoro, case del popolo, sedi di partito, ma anche luoghi di uccisioni ed eccidi), mentre nel secondo coincidono con i luoghi e gli istituti funzionali al mantenimento dell'ordine interno dello Stato (carceri, isole, città e paesi di confino). Una terza tipologia di luoghi potrebbe essere individuata tra gli spazi di libertà che sopravvivono, come quelli di aggregazione dell'antifascismo all'estero (caffè, ristoranti, sedi di partiti e di sindacati, eccetera), o quelli della clandestinità, quindi non facilmente riconoscibili (case di campagna, negozi, laboratori, eccetera).

Per quanto riguarda la prima fase, a Modena non risultano segni di memoria a ricordo degli assalti fascisti a sedi sindacali o associative. Emblematico il caso della Camera del lavoro unitaria di via del Carmine, incendiata e distrutta dai fascisti e, nel dopoguerra, sede di associazioni di area socialista. Sorte peggiore è toccata alla Camera del lavoro anarchica di via Sant'Agata, distrutta con tutti gli altri edifici della via per realizzare l'attuale piazza Matteotti.

Per quanto riguarda la seconda fase, il luogo di storia e memoria più rappresentativo è senz'altro il Forte urbano di Castelfranco Emilia, divenuto negli anni del regime uno dei tre carceri per antifascisti in Italia, insieme a quelli di Civitavecchia (Roma) e di Fossano (Cuneo). All'ingresso del carcere, tuttora in funzione, il 29 settembre 1986, per iniziativa dell'Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti e del locale Comitato per la difesa dell'ordine democratico, è stata collocata una lapide: "A perenne ricordo degli antifascisti rinchiusi in questo carcere durante la dittatura per aver creduto in un avvenire di pace, giustizia e libertà".

Per la terza tipologia, mentre diversi sono i luoghi della clandestinità conosciuti relativi al periodo della Resistenza, dobbiamo di nuovo rilevare una scarsità di informazioni e di segni che ci riportino alle esperienze dell'antifascismo storico. Le uniche testimonianze tangibili sono relative all'area comunista e in particolare le due lapidi, sulla via per Albareto a Modena e a Migliarina di Carpi, a ricordo dei congressi clandestini di costituzione del Partito comunista e di quello della gioventù comunista del settembre del 1930.

In conclusione, questo primo quadro di sintesi pone la necessità di una sorta di approccio filologico al ventennio fascista, per circoscrivere e ricostruire con maggiore precisione tanto le vicende dei singoli antifascisti quanto le loro culture di appartenenza, siano esse familiari, sociali o politiche. Da questa prima ricognizione, infatti, emergono numerosi elementi problematici, che discendono dal modo in cui il discorso pubblico sull'antifascismo è stato impostato nel dopoguerra da parte degli attori politici, istituzionali e culturali che maggiormente hanno interpretato il ruolo di protagonisti e di eredi di questa tradizione.


[Questo testo è una rielaborazione del lemma Luoghi di memoria inserito nel Dizionario storico dell'antifascismo modenese, Milano, Unicopli, 2010 (nda)]

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