Rivista "IBC" XVII, 2009, 2

interventi, pubblicazioni

Il censimento regionale delle opere realizzate negli edifici pubblici grazie alla cosiddetta "legge del 2%" impone alcune riflessioni sul valore civile dell'arte.
Vita urbana e arte contemporanea

Matilde Callari Galli
[antropologa]

Il percento per l'arte in Emilia-Romagna è il titolo del volume presentato a Bologna il 13 maggio 2009, nell'ambito di una giornata di studio che ha chiamato a raccolta vari specialisti della materia. Il libro, curato per l'Istituto regionale per i beni culturali da Claudia Collina, pubblica i risultati di un accurato censimento del patrimonio artistico nei luoghi in cui è stata applicata la legge n. 717 del 29 luglio 1949, in virtù della quale il 2% della spesa complessiva per la costruzione di un edificio pubblico deve essere destinato alla realizzazione di opere d'arte da acquistare o realizzare appositamente. Oltre all'ampio repertorio fotografico che documenta il patrimonio artistico censito, il volume raccoglie le nuove strategie legislative regionali sull'argomento, proposte da un gruppo di studio interistituzionale che ha elaborato un apposito progetto di legge per l'arte negli edifici pubblici. Tra le riflessioni dei vari esperti di storia dell'arte, architettura, antropologia culturale e legislazione amministrativa che hanno contribuito al volume, proponiamo quella dell'antropologa Matilde Callari Galli, che ringraziamo per la cortesia.1


"Mettere il proprio nome in giro"

È stato detto che dove più c'è bruttezza là c'è più violenza: e molte periferie e "centri storici" degradati sembrano confermare questa affermazione. E Luigi Zoja, riprendendo un filone del pensiero della Grecia classica, intreccia la giustizia con il valore estetico arrivando ad affermare che il brutto è immorale. Vere ferite inferte all'anima sono gli anonimi quartieri difficilmente riscattati da episodi architettonici di valore abbandonati rapidamente all'incuria e all'indifferenza, i paesaggi violentati da piani urbanistici velleitari e spesso incompiuti, gli esempi di edilizia illegale, gli edifici anonimi dell'edilizia residenziale che spesso ignorano il bisogno di giardini e parchi.

Molti degli atti di vandalismo con cui i giovani abitanti delle città occidentali si accaniscono contro gli edifici pubblici dei loro quartieri periferici potrebbero essere interpretati anche come la ribellione torva che in modo inconsulto viene rivolta contro il degrado, l'incuria, la casualità che caratterizzano le loro strade e le loro abitazioni. Durante i disordini che qualche anno fa hanno attraversato con maggior violenza le banlieues parigine, i giornali hanno riportato la notizia che a Clichy-sous-Bois la rabbia si è accanita soprattutto intorno ai grandi insiemi "prefabbricati", dove sono state distrutte in pochi giorni migliaia di macchine.

Se molto si è parlato dell'influenza che i luoghi hanno sul nostro umore, sulla nostra creatività, sulla capacità di convogliarci tali e tanti sentimenti, tali e tante emozioni da farci "innamorare" di loro, non si è molto riflettuto su cosa significhi essere costantemente circondati da luoghi anonimi, grigi e sciatti, comunque lontani da ogni ricerca estetica. Solo quando, per caso, un bambino sempre vissuto in una periferia - e neanche tra le più degradate - ci invade con l'entusiasmo e l'eccitazione con cui affronta una passeggiata nel "centro storico" della sua città, ci rendiamo conto della deprivazione sensoriale ed emotiva cui è esposta silenziosamente, giorno dopo giorno, la maggior parte delle nuove generazioni. E a questo non si risponde solo distruggendo un citofono o incendiando un "cassonetto", ma anche scrivendo il segno della propria presenza su una saracinesca, un muro, un vagone ferroviario. Sfuggire all'indifferenza e all'anonimato dei luoghi, "mettendo il proprio nome in giro", sui luoghi.

Qualunque sia la posizione che assumiamo nei confronti della postmodernità - sia se la rifiutiamo come movimento difficilmente individuabile e non chiaramente distinguibile dalla modernità, sia se la esaltiamo per i suoi effetti liberatori, sia se più cautamente consideriamo che nella contemporaneità si stanno aprendo nuovi spazi in cui possono trovare voce molti dei gruppi che sono stati esclusi dai secoli di "violenza e turbolenza" propri della modernità - dobbiamo riconoscere che ci troviamo di fronte a un incontro tra le diversità che ha andamenti totalmente nuovi e che per i loro ritmi e per la loro estensione non hanno nulla a che vedere con quelli dei secoli precedenti.

Nuove forme di migrazioni internazionali, nuovi sistemi di trasporto, nuovi flussi finanziari, nuove entità politiche costituiscono relazioni complesse che, senza riguardo alcuno, attraversano i confini e assumono come ambito per le loro pratiche socioculturali una espansione multipolare su vastissime aree territoriali. Simultaneamente il pianeta è attraversato da movimenti reali e virtuali di milioni di individui spinti a immaginare o a raggiungere "nuove patrie" da ragioni molteplici e spesso concomitanti - guerre, carestie, persecuzioni politiche, ricerca di maggior benessere e di libertà, ma anche di novità, di divertimento, di studio e di scambi intellettuali -; e su tutto, a confondere e insieme ad amalgamare, anch'essa globale e multilocale, una circolazione dinamica e vertiginosa di immagini, di idee, di oggetti, di usi e costumi. È stato scritto che le città divengono sempre più le "discariche" della globalizzazione, i terreni su cui si addensano i problemi della globalizzazione, anche se l'origine di questi esula in maniera crescente dai confini urbani: e i cittadini, con i loro rappresentanti, si trovano davanti al difficile compito di trovare soluzioni locali a contraddizioni globali.


Rendere plurale il discorso culturale

Di fronte a panorami così contraddittori appare importante riflettere sulle dinamiche della pluralità culturale che caratterizza la vita delle nostre città, attingendo sia alle riflessioni che le scienze sociali e umane applicano ai rapporti interculturali, sia alle produzioni che nei diversi campi artistici ed estetici da anni si sono focalizzate su di essi. E le finalità dovrebbero essere quelle di "pluralizzare" il discorso culturale, decentrandolo e allontanandolo da visioni egemoniche e gerarchizzanti, cercando la sua legittimità in una fenomenologia mobile e critica, nelle varietà delle sue forme, dei suoi momenti, dei suoi percorsi.

Questo implica dare un grande spazio alla interdisciplinarietà, al dialogo tra discipline e "saperi" diversi, accostare esperienze scientifiche, artistiche, produzioni filmiche e massmediologiche, porre a confronto gruppi e tradizioni diverse e/o contrastanti, rivolgendo il discorso a gruppi sociali, sessuali, etnici e generazionali diversi, per cercare con la loro partecipazione di attivare una formazione strutturata sulla differenza e sull'apertura verso relazioni intese come dimensioni aperte al dialogo, al confronto e alla mediazione.

In questo panorama di attività, dovremmo porre attenzione ai livelli emotivi e alle espressioni estetiche che sono in grado di analizzarli e di renderli comunicabili al di là dei soggetti direttamente implicati negli scambi affettivi: le esperienze estetiche possono contribuire a farci allacciare con la realtà un rapporto meno convenzionale, più elastico e inventivo, possono aprirci a interpretazioni dei luoghi e dei vissuti nuove e inaspettate, possono contribuire a combattere la banalizzazione e la passività.

Per capire lo spazio urbano, già mezzo secolo fa Lynch ci ricordava quanto l'estetica fosse importante per costruire "l'immagine della città", un'immagine che per Lynch conferisce significato allo spazio urbano, che è costruita tramite l'esperienza diretta, tramite il quotidiano attraversamento di strade e di piazze, tramite il depositarsi, nei suoi luoghi, di memorie e di ricordi. Ed è un'immagine che rimanda alle diverse identità dei gruppi che animano il vivere urbano, un'immagine che muta con dinamiche variabili e difficilmente prevedibili nello scambio continuo tra i luoghi e i vissuti dei loro abitanti.


L'espansione dei domini artistici

L'esperienza artistica coinvolge in modo totale - sensoriale, emotivo e cognitivo - tanto i suoi produttori che i suoi fruitori; attraverso l'accento sulla visione e sui procedimenti dello "straniamento", ma contemporaneamente sulla immedesimazione in qualcosa di determinato; evidenzia aspetti impliciti e percorsi sotterranei: in altre parole, aiuta a capire con più immediatezza, ma al tempo stesso con profondità, il mondo che ci circonda.

L'arte, e in particolare l'arte contemporanea, cerca di coinvolgere i suoi fruitori, si rivolge a essi come individui e come gruppi, accetta di aprirsi ai grandi temi della nostra epoca e al tempo stesso tenta di renderli soggettivi e individuali nell'espressività dell'artista e nell'accettazione del fruitore.

La componente più evidente, negli ultimi anni, dei paradigmi dei grandi eventi espositivi è una documentazione della presenza, nella contemporaneità, del multiculturalismo: dalla mostra "Les Magiciens de la Terre", a cura di Jean-Hubert Martin, gli artisti del "Terzo Mondo" hanno rivestito ruoli sempre più rilevanti nel panorama estetico mondiale: come conseguenza, la produzione artistica si è aperta a rappresentare le nuove prospettive identitarie, i difficili rapporti tra le alterità, l'indeterminatezza dei confini, nazionali ma anche sessuali e sociali, le illusioni della decolonizzazione, lo svanire della memoria identitaria, le angosce delle periferie e delle favelas, i meticciati culturali.

Aprendosi alle problematiche urbane, ha privilegiato la rappresentazione dei nuovi modelli migratori, ha cercato di colloquiare con i nuovi spazi aperti dalle nuove configurazioni delle città, ha inteso creare nuove centralità nei tessuti urbani, ha evidenziato l'emergere di nuove soggettività sociali, ha decostruito con ferocia o con ironia la banalità della società dello spettacolo. Molte espressioni artistiche superano oggi il livello della rappresentazione e si applicano ai temi della contemporaneità con sguardi inaspettati, indicando nuovi modi e nuove prospettive per interpretarli e per viverli.

E i nuovi soggetti delle migrazioni, delle diaspore, degli incontri, danno oggi voce ai loro disagi, alla loro disperazione e alle loro speranze, attraverso forme diverse di espressione artistica, attraverso livelli diversi di notorietà e di successo: la letteratura sempre più "meticcia", sempre più campo di quelli che Salman Rushdie ha definito "uomini tradotti", ma anche quella forma di scrittura, nuova e individuale, che costituisce ciò che è stato definito "blogsfera"; la rappresentazione visiva e l'espressione musicale che usando i mezzi più tradizionali e i più tecnologicamente avanzati, in un'alternanza spesso estremamente innovativa e suggestiva, fondono insieme tradizioni culturali diverse e invenzioni, memoria e presente; i racconti filmici, molti dei quali sono testi che documentano ed elaborano esperienze di incontri e scontri vissuti durante le esperienze personali di migrazioni e diaspore.

Questa espansione dei domini artistici è stata accompagnata da una pluralità di linguaggi e di mezzi espressivi: disegni, dipinti, sculture, fotografie, film ma anche installazioni, rappresentazioni, azioni performative, video, internet art. Questa commistione ribadisce una visione della storia come insieme intrecciato di esperienze culturali diverse, a volte convergenti, a volte opposte e conflittuali, a volte specchiantisi in percorsi paralleli, a volte innovative sino all'estremo, a volte innamorate del proprio passato: sempre, comunque, dotate di insegnamenti preziosi per il futuro di una umanità che ormai è destinata a vivere le sue molte, difficili diversità.

Adoperarsi affinché le nuove generazioni partecipino attivamente a questo mondo espressivo significa diffondere nei loro vissuti - nell'affettività e nella consapevolezza - un modello educativo che contrasti il modello che dipinge come gruppi monolitici, privi di dinamiche interne, di variazioni, di scontri, le culture: tutte, le "nostre" e le "loro". È invece necessario opporsi con pratiche efficaci alla visione delle nostre città come teatri dello "scontro di civiltà" ipotizzato da Samuel Huntington. Per immaginare e quindi progettare un multiculturalismo efficace, è necessario conoscere, in termini di pratiche vissute sin dai primi anni di vita, che tutte le culture, quelle dominanti e quelle dominate, non sono monolitiche ma sono attraversate da differenze interne, da contestazioni e critiche che per certi versi possono consentire, oggi più che ieri, dialoghi interculturali, progetti e azioni condivise.


Arte per la città

Molti fenomeni creativi odierni hanno come tema i conflittuali processi identitari, i mutamenti sociali che stravolgono le categorie tradizionali dell'ordine e del disordine, i nuovi incroci che attraversano la dimensione culturale e quella sociale: e molte città affidano all'arte il compito di aiutarle a individuare le nuove centralità dei loro sviluppi urbani e le direzioni delle loro politiche culturali.

E se Bilbao e Barcellona, trasformandosi con le loro rivoluzioni urbanistiche e artistiche in poli di attrazione turistici ed economici, sono anche esempi di uno sviluppo rivolto ad aumentare la vivibilità, progetti in scala minore, presenti in tutto il mondo, tentano di segnare i luoghi con espressioni estetiche che coinvolgano nel loro uso e nella loro configurazione i loro abitanti. Così l'arte entra nel quotidiano a Napoli, nella linea 1 della metropolitana, o a Nizza, con quindici artisti internazionali che hanno lavorato sullo spazio cittadino accompagnando il percorso di una linea di tramway, o a Colle Val d'Elsa, che anni fa aveva già visto l'intervento sui suoi colli di Sol Lewitt e che oggi affida a Jean Nouvel il progetto della trasformazione della piazza Arnolfo di Cambio.

Un'idea complessiva, appartenente più al livello dell'utopia che al campo della possibilità, potrebbe essere prevedere il lavoro di gruppi a carattere interdisciplinare che comprendano studiosi della vita urbana e artisti, i quali in modo diverso focalizzino la loro espressività sui problemi, sugli spazi e sui tempi della città contemporanea. Si potrebbero così individuare i luoghi che vivono la complessità del passaggio da quartiere operaio a quartiere a forte presenza di immigrati, da area centrale e monumentale ad area di degrado, da area rurale ad area di edilizia intensiva, da area caratterizzata da una forte identità a teatro di incontri tra gruppi appartenenti a culture e tradizioni diverse e non conosciute.

Intorno a essi e ai loro interstizi, alle loro problematiche, alle loro relazioni spesso conflittuali, sempre difficili da definire per la loro fluidità e la loro dinamicità, potrebbero essere chiamati a proporre ai loro abitanti forme di conoscenza, attività, azioni che affrontino con strumenti critici e artistici i nodi della quotidianità urbana.

Uno degli obiettivi potrebbe essere quello di rendere spazi oggi anonimi, quando non minacciosi, "luoghi" di incontro, di scambio, di partecipazione (anche temporanea). Si potrebbe pensare a interventi di public art rivolta non tanto a individui quanto a gruppi, lavorando sia sulla memoria di eventi che ne abbiano caratterizzato il passato, sia sulla quotidianità del loro presente, sia sul loro "spaesamento" che sul loro rimpianto di comunità.

Si potrebbero individuare i terrains vagues delle periferie - gli spazi modesti e impercettibili di cui parla Saskia Sassen - microspazi da rendere visibili e condivisi: con performance, installazioni effimere, giardini sonori, sculture pubbliche, nuove tecnologie di network, uso dei nuovi media. Potrebbe essere un modo per abituarci a cercare l'estetico nei percorsi quotidiani, nell'arte moderna mescolata al disordine e alla bruttezza, che con la sua presenza denuncia e trasforma; potrebbe essere un modo per spingerci a riflettere sui contrasti e ad assumere le nostre responsabilità rispetto all'ambiente in cui viviamo.

Molti i livelli di intervento che devono essere mobilitati per poter tracciare, nelle nostre città, percorsi di convivenza. Accanto a una progettazione politica di spazi urbani che facilitino lo sviluppo di cambiamenti nei settori del lavoro, dell'abitare, dell'istruzione, della politica stessa, la fruizione e la produzione di espressioni estetiche possono essere modalità utili soprattutto alle nuove generazioni: per strapparle all'analfabetismo nei vecchi e nei nuovi linguaggi, per attivare le loro energie verso l'invenzione di nuove strategie sociali, politiche o simboliche, che consentano loro, in un certo qual modo, di reinventare la città per sé stessi e per noi. È l'energia della speranza - e non quella della disperazione - che alimenta le creazioni sociali e culturali, il superamento dei propri limiti, e mette in discussione alcune frontiere, come quelle delle periferie e dei "ghetti", immaginari o reali che siano.


Nota

(1) M. Callari Galli, Vita urbana e arte contemporanea, in Il percento per l'arte in Emilia-Romagna. La legge del 29 luglio 1949 n. 717: applicazioni ed evoluzioni del 2% sul territorio, a cura di C. Collina, Bologna, Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna - Editrice Compositori, 2009 ("ER Musei e Territorio - Dossier", 5), pp. 91-95.


Bibliografia

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