Rivista "IBC" XVII, 2009, 2

progetti e realizzazioni, restauri, leggi e politiche

A Castel San Giovanni, nel Piacentino, la Sala della Musica di Villa Braghieri ritorna alla vita dopo il restauro delle decorazioni, degli stucchi e degli arredi.
Musica, maestro!

Lidia Bortolotti
[IBC]

I restauri relativi a superfici decorate, tendaggi e arredi di un delizioso salotto, un tempo destinato all'ascolto della musica da camera, posto al primo piano della storica dimora di Villa Braghieri a Castel San Giovanni (Piacenza), sono stati presentati il 18 aprile 2009, nell'ambito della Settimana nazionale della cultura. Villa Braghieri sorge alla fine del secolo XVII come "casino di campagna " della nobile famiglia Chiapponi Scotti, che ne è proprietaria fino al 1810, anno in cui l'edificio viene acquistato da Pietro Albesani, grande proprietario terriero di Castel San Giovanni. I Braghieri, per successivi passaggi d'eredità, ne diventano proprietari nel 1905, conservandola fino al 1971, anno di morte dell'ultima proprietaria, Teresa Braghieri.1

Da quel momento in poi casa e terreni annessi, per volontà di Carlo Braghieri, vengono amministrati prima dall'Ente comunale di assistenza (ECA) e, dopo lo scioglimento dell'ECA da parte della Regione Emilia-Romagna, dallo stesso Comune attraverso una commissione apposita. Fin dal 1981 il Comune di Castel San Giovanni si impegna concretamente per pervenire alla piena acquisizione del pregevole immobile e del parco che lo circonda e, perfezionata questa fase, avvia una lunga e onerosa stagione di restauri che, per stralci successivi, interessano le strutture murarie, l'apparato decorativo e il parco, e che tuttora non è completata.

Il primo nucleo della villa, edificata per fasi successive, risale agli anni 1690-1698 ed è costituito inizialmente da due piani senza scantinato. Si tratta della trasformazione in nobile casino da caccia di un preesistente fabbricato rurale corredato di pozzo, trasformazione voluta dal conte Daniele Chiapponi. Ulteriori opere vengono eseguite nel 1713 e nel 1728, tuttavia gli interventi di completamento del fabbricato (la scala principale, l'ingresso, il salone, l'ala orientale con la facciata), la sistemazione del parco e del giardino e buona parte delle opere decorative interne sono definitivamente compiute negli anni attorno al 1790, anche se è plausibile supporre che nel 1773, in occasione della visita alla villa della duchessa Maria Amalia, consorte di Ferdinando di Borbone, buona parte delle opere di abbellimento fossero compiute; tali interventi conferiranno alla villa la forma definitiva che si è conservata fino a oggi. La volontà di completare queste ultime fondamentali opere va attribuita a Carlo Scotti, nipote della marchesa Teodora Chiapponi Scotti, il quale in quegli stessi anni pone mano alla completa ristrutturazione del suo "palazzo di città", sito in Strà Levata (l'attuale via Taverna a Piacenza), incaricando di quel progetto l'architetto Cosimo Morelli, che gode presso il patriziato piacentino della massima considerazione.

Gli interventi apportati alla villa dai successivi proprietari non alterano la fisionomia della parte residenziale e constano soprattutto nell'erezione di alcuni tramezzi, nell'eliminazione di scalette secondarie e nell'introduzione degli impianti idraulici, di illuminazione e riscaldamento. Opere che nel loro complesso non compromettono i connotati originari sia dei singoli ambienti che dell'insieme. Oltre alle opere di carattere decorativo, poi, la residenza è stata nel tempo arricchita con arredi importanti di epoche e scuole diverse, di cui solo una parte tuttora vi si conserva.

Con la proprietà Albesani - prima grazie a Pietro e poi a suo figlio Antonio, l'uno podestà di Castel San Giovanni per molti anni, l'altro primo sindaco postunitario - la villa diventa un significativo luogo di riferimento nel dibattito civile e culturale della comunità castellana. Gli ambienti non subiscono modifiche architettoniche ma vengono resi funzionali alle rinnovate esigenze degli autorevoli proprietari. La biblioteca risulta potenziata, mentre il salotto destinato agli incontri e alle discussioni, il salone del primo piano e le camere da letto per i numerosi ospiti, sono opportunamente sistemati. Sia gli Albesani che il successivo proprietario, Carlo Braghieri, sono notoriamente filantropi e amanti del teatro: se Pietro Albesani promuove la costruzione del locale Teatro comunale (inaugurato nel 1823), Braghieri ne sostiene la rinascita con nuove stagioni di prosa e di lirica.


Il primo consistente stralcio dei lavori di recupero, da tempo promossi dal Comune, ha realizzato il completo rifacimento dell'intero tetto della villa, il totale risanamento dalle infiltrazioni d'acqua del lato nord dell'edificio; mentre la parte rustica e alcuni ambienti di particolare pregio sono stati interamente recuperati, sia sotto il profilo strutturale che per quanto riguarda il restauro di stucchi, decorazioni pittoriche, papiers peints (questi ultimi caratterizzano in modo particolare la Sala Svizzera). In questi spazi hanno trovato sede la Biblioteca, l'Archivio storico, gli uffici del Settore cultura del Comune, sono stati inoltre restaurati la Biblioteca storica con i due studioli adiacenti e i relativi arredi originali. I lavori, diretti dall'architetto Marcello Spigaroli, sono stati condotti con particolare cura e perizia, rispettosi delle caratteristiche storiche e artistiche dell'immobile.

Le opere sono state rese possibili grazie all'alienazione di un podere agricolo anch'esso parte del lascito Braghieri, inoltre hanno goduto dei finanziamenti della Regione Emilia-Romagna (grazie alla legge "piani d'area"). Quanto alla Biblioteca, ha usufruito di finanziamenti erogati dalla Soprintendenza per i beni librari e documentari dell'Istituto regionale per i beni culturali (IBC), in particolare sui piani della legge 18-2000. Successivi stralci di lavori hanno interessato il parco (ora recuperato alla fruibilità dei cittadini), l'area d'ingresso, lo scalone, alcuni ambienti del piano terra e infine alcuni ambienti di rappresentanza del piano nobile, tra cui l'ampio Salone d'onore.

L'IBC - in accordo con il funzionario responsabile del Settore cultura, Giuseppe Gandini, e con gli amministratori del Comune - tra i numerosi ambienti che ancora necessitano di un adeguato recupero ha individuato la Sala della Musica, adiacente al restaurato Salone, destinando, su due distinti piani museali della legge regionale 18-2000, il necessario finanziamento per il recupero dell'ambiente e dei suoi elementi d'arredo. Si tratta di un elegante salotto di gusto tardo settecentesco, ideato per l'esecuzione e l'ascolto della musica da camera, le cui pareti sono ornate da delicati stucchi posti in evidenza da campiture nelle tonalità di rosa, verde e giallo paglierino, a cui s'intonano gli infissi delle porte e i tendaggi, mentre il pavimento è in cotto.

Il soffitto, a volta ribassata, presenta al centro due colombe incorniciate da una ghirlanda, coppie di cornucopie e medaglioni; le pareti sono scandite da specchiature con strumenti musicali sostenuti da festoni e intrecciati con rami d'alloro (nella parte superiore) e losanghe a rilievo (nella parte inferiore). Le porte, due di accesso e due finte, sono sormontate da sovrapporta decorati con urne ed elementi floreali; gli infissi originali sono in legno laccato con le filettature dorate. Il caminetto, in marmo rosso venato di bianco, presenta un bell'altorilievo in marmo bianco, sovrastato da un pannello in tessuto damascato che originariamente faceva da sfondo alla specchiera; lo zoccolo a finto marmo imita le cromìe del camino.

Prima del restauro la sala presentava evidenti danni al soffitto dovuti alle infiltrazioni dell'acqua piovana penetrate attraverso il coperto prima del suo risanamento: queste avevano provocato l'indebolimento dell'intonaco con cadute, distacchi localizzati e macchie. Le pareti erano interessate da un generale ingiallimento dovuto al deposito in superficie delle polveri, da fenditure, stuccature improprie, alcune abrasioni, graffi e fori; la presenza di crepe di varia entità, sia a parete che sul soffitto, era quasi certamente imputabile all'assestamento dell'edificio. L'intervento di restauro dell'apparato decorativo murario è stato realizzato con un primo finanziamento erogato sul piano 2005 e affidato alla ditta "Luigi Rizzi" di Cremona.

In considerazione delle condizioni complessive della stanza, l'intervento effettuato è stato di tipo conservativo: si è agito fondamentalmente risanando e pulendo le superfici senza modificare i rapporti di tono e i materiali originali, operando su soffitto, cornicione e pareti, sulle porte, sul caminetto e sulla relativa mensola, sul pannello sopracamino e sulla zoccolatura. La pulitura delle superfici è stata effettuata con metodi e strumenti appropriati alle diverse superfici da trattare: in particolare, per le pareti, il cornicione e il soffitto si è proceduto a una complessiva spolveratura con l'ausilio di aspiratori, pennelli morbidi e spugne Wishab; quindi le superfici sono state trattate con carte giapponesi e una soluzione leggermente basica, neutralizzata da acqua demineralizzata. I consolidamenti localizzati dell'intonaco staccato ed esfoliato sono stati effettuati con iniezioni di malte idrauliche prive di sali solubili.

Le stuccature improprie sono state eliminate meccanicamente, quindi si è proceduto con la nuova stuccatura delle lacune e delle crepe profonde con malta a base di calce e inerti setacciati, simili per composizione all'intonaco e agli stucchi esistenti. Con particolare perizia sono stati trattati gli stucchi, puliti a secco con pennelli idonei e gomme Wishab, quindi è stato effettuato il controllo dei rilievi e, dove necessario, il consolidamento mediante iniezioni a base di calce idraulica; le piccole integrazioni plastiche, effettuate ove necessarie, sono state trattate con velature per armonizzarle alle coloriture a calce. Le muffe presenti sono state trattate con specifico biocida a base di sali d'ammonio quaternario e infine sono state effettuate le riprese pittoriche localizzate del fondo, raccordando le alterazioni alla coloritura originale.


Una foto di questa stanza scattata da Riccardo Vlahov negli anni Ottanta, nel corso del rilevamento dei patrimoni culturali delle Opere pie, ne documenta lo stato di fatto. Degli arredi tardo-ottocenteschi presenti in quell'immagine, solo una parte è ancora conservata in loco: oltre ai tendaggi delle due finestre, si conservano un divano "alla turca", il paravento "cinese" con supporto in canna di bambù con tre pannelli in seta ricamati, il paracamino in legno con pannello in tessuto ricamato, la mostra di camino e il coprifuoco in tessuto damascato verde, il divano "Luigi Filippo" in tessuto damascato anch'esso di colore verde.

Tutti questi elementi, a eccezione del divano "alla turca" sono stati oggetto di un appropriato restauro, finanziato sul piano 2006 e affidato rispettivamente alla ditta "RT Restauro Tessile" di Albinea (Reggio Emilia) per il recupero delle due coppie di tende, della relativa cimasa lignea e delle embrasse, e a Tiziana Benzi di Piacenza per gli altri elementi d'arredo. All'avvio del restauro, tutti questi elementi si presentavano fortemente degradati, essendo sopravvissuti per circa vent'anni in un completo e colpevole abbandono in un ambiente non idoneo alla conservazione di manufatti artistici. Tutti caratterizzati dalla prevalenza di materiale tessile, risultavano ricoperti da uno spesso strato di sporcizia, polveri e deiezioni di volatili; erano inoltre interessati da un massiccio attacco di insetti xilofagi, talvolta deformazioni delle strutture di sostegno dovute all'umidità ambientale, lacerazioni e strappi.

Le due coppie di tende, costituite da pannelli laterali e mantovane, sono in tessuto meccanico damascato con fondo a effetto "Gros de Tours" marezzato, databili tra la fine del secolo XIX e l'inizio del XX. Il restauro è stato principalmente finalizzato alla pulitura, al consolidamento e alla rifoderatura delle parti tessili, essendo queste complessivamente in discreto stato conservativo ma interessate da sporco diffuso, sia sul davanti che sul retro. In particolare il tessuto delle fodere originali, di cui si è resa necessaria la sostituzione, risultava liso e interessato da molte lacune dovute a rosure di insetti e deiezioni di piccioni, particolarmente concentrate nelle parti superiori delle tende. Inoltre è stato necessario rivedere il sistema originale di apprensione e fissaggio di tende e mantovane: realizzato mediante inchiodatura alle cimase lignee, risultava inadeguato per una corretta conservazione degli apparati tessili. Le restauratrici di "RT" hanno pertanto studiato e realizzato una diversa metodologia di sostegno, utilizzando fasce di velcro applicate alle nuove fodere.

Per quanto riguarda gli altri elementi d'arredo, Tiziana Benzi ha effettuato un'attenta pulitura sia dei materiali tessili che degli elementi strutturali lignei, per i quali è stato necessario procedere alla disinfestazione con agenti antitarlo, al risarcimento degli elementi mancanti e alla chiusura dei fori di sfarfallamento; ha quindi effettuato il restauro vero e proprio degli elementi tessili, con idonei materiali e adeguate tecniche. Tra i diversi pezzi, particolarmente impegnativo è risultato il restauro del paravento "cinese", viste le precarie condizioni conservative in cui versava. Pur essendo in buono stato la struttura in bambù e le cerniere metalliche, risultavano molto danneggiati i pannelli in tessuto ricamato: tesi su fogli lignei di spessore sottile, presentavano numerosi tagli orizzontali ed erano deformati a causa dell'anomala condizione conservativa in ambiente umido; mancavano, inoltre, diversi frammenti della cornicetta in stucco dorato che rifinisce perimetralmente i pannelli. Nel ricamo vero e proprio il danno maggiore era costituito dal distacco e dalla deformazione dei fili metallici che costituiscono i raggi del grande sole posto nel pannello di mezzo. Oltre alle necessarie operazioni di pulizia e consolidamento, l'intervento ha provveduto all'eliminazione dei vistosi tagli e al riposizionamento di tutti gli elementi del ricamo; inoltre è stata ricostituita la cornicetta lacunosa, ricreandola ex novo mediante stampi a calco degli elementi esistenti.

L'impegno dell'IBC su questo edificio si conferma anche per il piano museale 2007 con il restauro conservativo di superfici murarie e arredi della "Camera da letto estiva", adiacente alla "Sala della Musica" qui descritta.


Nota

(1) Sulla storia di questa villa si veda anche il volume: A. M. Matteucci, C. E. Manfredi, A. Còccioli Mastroviti, Ville piacentine, Piacenza, TEP Edizioni d'arte, 1991 (in particolare: E. Landi, Villa Chiapponi Scotti di Castelbosco. Castel San Giovanni, pp. 524-527; M. Cuoghi Costantini, I papiers peints: storia e natura nella decorazione di primo Ottocento a Piacenza, pp. 74-85).

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