Rivista "IBC" XXVI, 2018, 3

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Recensione al libro di Claudio Ballestracci, "Con mano che vede. Disegnare per allestire", a cura di Maria Gregorio, prefazione di Massimo Pulini, contributi di Marco Antonio Bazzocchi e Daniele Serafini, Rimini, Panozzo Editore, 2018.
Visioni a portata di mano

Vittorio Ferorelli
[IBC]

Per chi sia capace di fare bene qualcosa, fino a farne un’arte, non è sempre un’impresa facile raccontare ciò che fa. Non solo perché l’artista può essere timido, chiuso nel suo guscio o restìo ad aprirsi. Ma anche perché non è affatto scontato che, oltre a saper fare, sia anche capace di condividere la sua sapienza. Così, quando un artista apre generosamente le porte del suo laboratorio e mette in mostra il suo metodo di lavoro, questa confidenza, come ogni disvelamento, ha un che di eccitante, perché offre l’occasione rara di entrare in un luogo altrimenti segreto.

Anche per questo, Con mano che vede, il libro realizzato da Claudio Ballestracci grazie alle cure appassionate della museologa Maria Gregorio, è un oggetto davvero prezioso, uno di quei libri che Ezio Raimondi avrebbe catalogato tra le forme concrete di cultura. Per nostra fortuna, infatti, in questo caso, oltre a saper lavorare la materia, e oltre a saper mettere su carta le sue idee grazie al disegno, l’artista sa anche adoperare le parole. E quindi eccolo raccontarci, con la felicità del narratore, la “liturgia segreta” del suo “fare arte”: un metodo artigianale che consiste nell’“innestare negli oggetti un resto della vita che era stata”, facendo in modo che da questo “residuo” prenda vita una nuova esistenza.

Il volume è confezionato con eleganza essenziale, nello stile grafico di un grande sketchbook dalla copertina scura. In 260 pagine raccoglie i disegni preparatori e le descrizioni evocative di 21 allestimenti destinati a mostre temporanee, musei permanenti e spazi urbani, progettati da Ballestracci nel corso di una carriera che lo ha portato a confrontarsi spesso con le esigenze della committenza pubblica, mettendo a segno importanti interventi strutturali, come quelli realizzati nel Museo “Francesco Baracca” a Lugo o nella Casa Rossa di Alfredo Panzini a Bellaria - Igea Marina, ma accettando anche incursioni estemporanee dentro territori decentrati o all’interno di centri storici.

Come la missione effettuata a Firenze, dove nel 2013 gli venne chiesto di creare un percorso che collegasse idealmente gli archivi della Soprintendenza archivistica per la Toscana, in Palazzo Neroni, con la Galleria delle carrozze di Palazzo Medici Riccardi, nell’isolato di fronte. Allora, passeggiando tra i corridoi ingombri di storia, lo sguardo dell’artista venne attirato dai faldoni, i raccoglitori che proteggono i documenti, e dai loro “occhi”: quei fori incorniciati di metallo che servono a prendere gli involucri con un dito per estrarli dagli scaffali. Tutto a un tratto, quei cerchietti gli suggeriscono un’immagine: sembrano gli oblò di una nave. E da qui prende forma l’intero progetto.

Dopo aver “visto”, la mano disegna un faldone aperto e adagiato sul dorso, in modo da creare la forma a V di un’imbarcazione. Quindi immagina una lunga fila di questi scafi: saranno loro a guidare i visitatori dalla galleria fino alle stanze della Soprintendenza. E dagli oblò di questi “bastimenti della memoria”, costruiti in metallo, alti circa 2 metri e larghi 3, da quei fori proverrà una forte luce, come tanti raggi luminosi che fenderanno l’oscurità in cui saranno immerse le carrozze: “Le navi/archivio” ‒ scrive l’artista ‒ “avrebbero avuto aspetto vetusto: consunte, usurate, fasciate. Nel contempo, avrebbero irradiato luce, calore: come gli anziani, i saggi. Imbarcazioni precarie e, insieme, ineluttabili. Un lungo nastro di navi in fila scomposta, una flotta sostenuta da lunghi puntelli. Chi le avesse seguite si sarebbe ritrovato all’interno del palazzo/archivio, arenato nel cuore della città”.Il metodo di Ballestracci ha qualcosa di allegramente frankesteiniano. Parte quasi sempre dalla materialità delle cose e le vivifica mettendole a contatto con il calore delle idee e con il fiato delle emozioni, fino a raggiungere una particolare temperatura emotiva che poi si trasmette agli occhi e alle orecchie di chi si avventura nelle sue “scatole sceniche”. Un ingresso che vale come un invito a esplorare queste installazioni come si fa con le isole misteriose, lasciando a ognuno la libertà di creare la propria rotta. Una tecnica di rianimazione che, in tempi di visite virtuali, visioni immersive e schermi liquidi, sembra indicare, con fare sommesso, la strada più discreta della fantasia e dell’artigianato fatto a mano.

Emerge, da tutti i progetti di cui l’artista racconta, una straordinaria capacità di evocare immagini, che ricorda la capacità respiratoria di chi sa immergersi in apnea e, grazie all’aria stivata nei polmoni, riesce a scendere in profondità. Un approccio magico-simbolico alla realtà che si fonda essenzialmente sull’uso della metafora, il linguaggio universale dell’immaginazione che accomuna gli artisti, sia quelli che lavorano con la materia, sia quelli che utilizzano le parole.

Lo ha spiegato con chiarezza decisiva John Berger, uno scrittore per il quale disegnare era uno dei mezzi migliori per allenare l’attenzione, lo strumento più affilato per tentare di vedere la realtà. Dopo lo schizzo e lo studio, la forma più complessa di disegno è quella che comunica le idee, portando sul foglio le immagini che si formano dentro la mente, facendo emergere qualcosa che non è ancora percettibile agli altri e che si vuole rendere visibile, come quando si cerca di raccontare un paesaggio oppure un sogno. Per descrivere questo tipo di disegni, di cui Ballestracci è maestro, Berger dice che sono come giardini segreti: “quando c’è abbastanza spazio, la visione rimane aperta e noi entriamo”.

A sentire gli apocalittici, la computergrafica avrebbe chiuso per sempre lo spazio di questa visione, mettendo una distanza sempre più grande fra chi disegna, chi progetta e chi realizza. Il libro di Claudio Ballestracci, con i suoi odori di china e matita, riuscirebbe a smentire anche i più pessimisti. Finché ci sarà carta, e finché ci saranno artisti capaci di tradurre in materia le idee grazie al linguaggio dell’immaginazione, le mani avranno ancora occhi bene aperti e continueranno a guardare lontano.

Libro:
Claudio Ballestracci, Con mano che vede. Disegnare per allestire, a cura di Maria Gregorio, prefazione di Massimo Pulini, contributi di Marco Antonio Bazzocchi e Daniele Serafini, Rimini, Panozzo Editore, 2018.

 

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