Rivista "IBC" XXV, 2017, 4

Dossier: IN PRIMO PIANO

Le pagine prendono il volo

Claudio Ballestracci
[Artista e progettista di allestimenti]

Porto due esempi di lavori realizzati nella casa dello scrittore Alfredo Panzini, a Bellaria.

Prima dell’apertura, l’attuale Casa Rossa ha subito lunghi anni di abbandono. Pertanto, quando me l’hanno affidata, era completamente vuota. I pochi mobili e oggetti rimasti sono, così, diventati meri simboli per identificare le stanze, mentre lo scrigno prezioso è costituito dalla ricchezza dell’archivio: manoscritti, lettere e fotografie. Non disponendo di altra collezione permanente, fin dall’inaugurazione, in sintonia con il direttore scientifico, Marco Antonio Bazzocchi, abbiamo deciso di puntare proprio sui documenti, valorizzandoli in allestimenti appositamente progettati. Allestimenti che si rinnovano, almeno parzialmente, anno dopo anno con l’intento di creare attorno alla casa museo un polo di interesse dinamico: la casa, sorta di laboratorio, è in continuo movimento e i visitatori sono stimolati a tornare.

Un’esposizione è affine a una pagina su cui scrivere, ma attraverso altre liturgie: l’espressività con le luci, le sottolineature favorite dagli spazi vuoti, la trama dettata dagli oggetti, le sfumature suggerite dai suoni. Ho progettato la scrivania trasparente quando l’unico oggetto presente nello studio dello scrittore era la sua vecchia scrivania: macchina da lavoro dello scrittore, simbolo della letteratura. A partire di qui, ho progettato una “scrivania” costituita da centinaia di pagine volanti in forma di banderuola, sorta di libro aperto a ricordare qualcosa di avvezzo all’aria, al vento, forse a un maestrale proveniente dal vicino mare. Sono pagine che prendono il volo dai cassetti andando a formare l’unica scrivania “leggibile”: l’opera dello scrittore.

Questa grande scrivania stilizzata – “abitata” dalla scrivania originale di Panzini – l’ho pensata costituita da una serie di canne in alluminio, che ne disegnano lo scheletro: su quelle sono montate, una sull’altra, piccole pagine trasparenti allacciate alle aste per mezzo di cardini. Ogni banderuola può essere aperta e ospita manoscritti o fotografie, facilmente sostituibili a seconda del tema affrontato volta per volta.

L’installazione, che avrebbe occupato quasi l’intera stanza, non è stata realizzata. Sono intervenuto, invece, sulla scrivania originale, trasformandone i cassetti in vetrine autoilluminanti. Nella stanza sono inoltre distribuite dodici piccole vetrine in forma di leggio, al cui interno trovano posto due pinze per serrare e mantenere i documenti in sospensione al centro della cornice, allo scopo di isolare e portare l’attenzione sui particolari più interessanti del manoscritto. Non è lo sguardo ad abbassarsi, bensì le carte che vengono a noi.

Le carte vengono a noi anche nella mostra La casa delle parole, allestita nel 2011ededicata al Dizionario moderno, probabilmente l’opera più interessante e complessa di Panzini.

Dal 1905, anno della prima edizione al 1935, quando uscì la settima, Panzini vi lavorò ininterrottamente: l’impegno è ben visibile nelle complesse elaborazioni delle carte d’archivio. In particolare, l’autore aveva escogitato una pratica maniera “tascabile” per appuntare le voci, via via, su schedine ottenute da ritagli di carta riciclata: il retro di cartoncini pubblicitari, di cartoline o vecchi giornali da alcuni dei quali si può risalire al periodo storico. Nelle sue mani divenivano “carte da gioco” doppiamente interessanti: per i contenuti, anche scabrosi, e per i commenti a margine, spesso comici o moralistici. Preziose e fragili come farfalle, ho cercato di combinare la cassetta dell’entomologo con un contenitore per granaglie o per il latte: una piccola vetrina montata su un tronco di cono in metallo, a inclinazione variabile e sufficientemente alta a far sì che l’osservatore riuscisse a ispezionare poche schede alla volta. La scelta del bidone per contenere ipotetici prodotti agricoli era dovuta alla sede della mostra – la casa del fattore Finotti, al servizio di Panzini – ma anche alla passione per il mondo contadino nostalgicamente raccontato dall’autore.

Ogni allestimento è infatti pensato attorno al tema e al luogo. Ho chiamato ironicamente “visori analogici” queste semplici vetrine per evidenziare la centralità del documento originale. Le carte scritte a mano, cancellate, corrette, piegate, “vissute dall’autore” creano un’aura non riproducibile artificialmente. Dalla pagina affiora una sorta di paesaggio che va oltre il contenuto: vi si avverte la pressione dei polpastrelli, l’avvallamento impercettibile della carta, un alone, una minuscola macchia, l’assottigliamento per cancellatura, un tassello di carta incollato, la ruggine di una graffetta. Frammenti, indizi da intuire. Tutto contribuisce a irradiare l’unicità e il mistero di un documento, sebbene sia vergato nero su bianco. Paradossalmente, proprio la trasparenza delle vetrine costruite per rendere esplicita l’opera diviene veicolo di mistero. Ho cercato di rimarcare questa evidenza mettendo in risalto il documento immergendo l’ambiente nella penombra per far risaltare i veri punti di attrazione della casa di uno scrittore: i suoi testi.

Nel medesimo allestimento avevo alloggiato le bozze della quinta edizione del Dizionario dentro sette faldoni trasparenti, flebilmente illuminati con luci a led. In genere, queste carte riposano per anni nel buio degli appositi contenitori: per non traumatizzarle, ne ho costruito un habitat che riproduce fedelmente il disegno del faldone, ma in materiale trasparente. Sono affascinato dalla tecnologia che non si vede o, meglio, quando si riesce a farne dimenticare la presenza: come se fossimo immersi nella storia di un film ben sapendo che è finzione cinematografica. Non sempre riesce, ma ho sperimentato che trattando la vetrina al modo di un piccolo sipario, predisponendo una drammaturgia minimale, si può indurre quell’immersione. Allo scopo, ho adottato, oltre alle luci sui documenti, una breve colonna sonora diffusa dalla stessa vetrina a volume molto basso mediante un altoparlante nascosto in un piccolo megafono, in modo da invitare il visitatore ad avvicinarsi instaurando un rapporto molto intimo con l’opera esposta.

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