Rivista "IBC" XV, 2007, 3

linguaggi, mostre e rassegne, progetti e realizzazioni, storie e personaggi

Annette Peacock, straordinaria interprete della musica "di confine", ha scelto l'Arboreto di Mondaino, nel Riminese, per preparare la sua esclusiva tournée emiliano-romagnola.
Una dea di passaggio

Luca Baldazzi
[giornalista]
Valeria Cicala
[IBC]

Mondaino. Sulle colline riminesi, nella Valle del Conca. Siamo ancora in Romagna, ma la rotondità morbida delle Marche, del Montefeltro, già abbracciano il paesaggio. Ci viene incontro il profilo forte, inconfondibile di una rocca malatestiana, ma anche l'indicazione per raggiungere l'Arboreto, centro di educazione ambientale, e il Teatro Dimora. E mentre ci si avvicina a quello che impropriamente, di primo acchito, definiremmo un parco, si scivola nel concerto assolato delle cicale in un crepitante pomeriggio di giugno, tra piante e cespugli, lampi di ginestre e profumo di cedri. Siamo a un confine di colori, di suoni, di racconti. La leggenda vuole che ci sia Diana, la dea dei boschi, della caccia, dei margini, alle origini di quest'area. E al di là delle numerose tracce di questa antica divinità, disseminate nel Riminese, è l'opulenza della flora mediterranea a spargere sintomi che preparano a un contesto diverso da quello urbano, allo spazio della "marginalità". Quello in cui accadono altre cose, in cui si vivono altre storie.

Su queste alture si possono ancora incontrare i daini che hanno dato nome al paese e ai quali è dedicato il palio, che si svolge in piena estate: il daino, come il cervo, ben si ascrive all'iconografia che accompagna Diana, dea appartata e ombrosa, identificata con la luna; a suo agio tra i fruscii e i suoni della natura, venerata nelle radure, presso i corsi d'acqua, in quel perimetro che si chiamava lucus. E quando, inoltrandosi nell'arboreto, la pianta del teatro si materializza nella sua architettura di grande foglia, una struttura che si compenetra con la natura per esaltare la creatività totale che è cresciuta in questo luogo, si ha proprio la sensazione di essere dentro a una storia di impegno, di tradizione, di contemporaneità, ma quasi sospesa tra realtà e fiaba. Cercando poi informazioni sulle attività e sui tempi dell'Arboreto, se si scorre la raffinata, piccola guida, curata dalle sue "anime", ci si accorge che il logo che hanno scelto (anche per il bollettino elettronico, che informa sulla progettazione e sperimentazione scenica qui realizzate) è un particolare delle Storie di Diana e Atteone del Parmigianino: www.arboreto.org/info.htm. Il bollettino, non poteva essere diversamente, è intitolato "Il messaggero di Diana". È lei il genius loci.

Il progetto culturale dell'Arboreto è nato nel 1998, il Teatro Dimora nel 2004, tutto grazie a un ristretto gruppo di persone e ad alcune istituzioni, che hanno voluto realizzare uno straordinario laboratorio e hanno dato concretezza a quello che poteva restare un sogno. Così sono nati i "PerCorsi fra arte, comunicazione, natura". "Oggi, l'Arboreto non è solo un'opportunità di lavoro per trasmettere e raccogliere il sapere e produrre opere, bensì uno spazio aperto per lasciare qualcosa nell'attesa di incontrare altro, di nuovo e non conosciuto", così scrive Fabio Biondi, direttore artistico del Teatro Dimora che si fa forte della sua marginalità. E prosegue: "Per quanto ci riguarda, possiamo solo dire che l'arboreto è nato soprattutto dall'ascolto di un paesaggio, di una cultura del paesaggio, che ci ha suggerito cosa fare e come farlo, come trasformare e contaminare quella storia naturale infinita".

Dove, se non qui, poteva approdare Annette Peacock? Vestale della sua musica. Rigorosa e ascetica nella ricerca. Elegante ed eterea come una divinità: luminosa e lontana. Come Diana, forse una sua nuova incarnazione, nel biancore ancora giovane della pelle e degli abiti leggeri. E nella notte di San Giovanni, a Mondaino, questa dea di passaggio s'incontra con la luna che sembra fermarsi ad ascoltare la sua straordinaria voce.

[Valeria Cicala]

 

"Nel comporre musica si può procedere in diversi modi. Una via è stare dentro le forme della tradizione, e poi vedere quanto riesci ad allontanarti e liberartene. Ma un'altra strada è scavare dentro di te e provare a inventare un linguaggio del tutto nuovo, per esprimere quello che senti, che vuoi dire e che ancora non esiste. Io trovo molto più stimolante fare così". Sono parole di Annette Peacock. E potrebbero essere prese come un "manifesto" della poetica della compositrice, pianista e cantante americana, figura di culto per diverse avanguardie musicali a partire dal free jazz anni Sessanta, che nel giugno 2007 è stata invitata a tenere cinque concerti in Emilia-Romagna. Il progetto di "artista in residenza", promosso dall'assessore regionale alla cultura Alberto Ronchi con il Jazz Network e l'Arboreto di Mondaino, darà altri frutti: un disco dal vivo con il meglio delle registrazioni e un libro sul significato del trascorrere del tempo, tema caro alla Peacock, che per due settimane è stata ospite del Teatro Dimora dell'Arboreto. Una splendida occasione per avvicinarsi al percorso di una musicista pura ma tutt'altro che elitaria, poco o per nulla incline ai compromessi con il mercato discografico, ma sempre per poter tutelare la libertà di creare musica senza confini o etichette di genere.

Come pochi altri, Annette Peacock è stata un'anticipatrice di suoni, tendenze, idee: basta uno sguardo alla sua biografia e discografia per rendersene conto. Nata a Brooklyn, cresciuta in California, ha frequentato giovanissima i guru della beat generation e della controcultura Sixties statunitense, gente come Timothy Leary e Allen Ginsberg. Poi, ancora negli anni Sessanta, i maestri dell'improvvisazione quando il jazz era urlo, ricerca e new thing: è stata moglie di Gary Peacock, oggi applaudito contrabbassista al seguito di Keith Jarrett, poi ha stretto un lungo sodalizio con il pianista Paul Bley. Cominciando, in questa veste, a manifestare una creatività che significa soprattutto volontà di esplorare nuovi territori. È stata la Peacock, per esempio, la prima artista a "filtrare" la voce attraverso strumenti elettronici, e tra i primi ad accorgersi delle potenzialità del famoso sintetizzatore Moog, portato in tour con Bley nel pionieristico "Synthesizer Show" all'inizio degli anni Settanta.

"In origine" - ricorda oggi Annette - "il Moog veniva usato solo come strumento da studio d'incisione per creare jingles commerciali per la pubblicità. Poi nel 1968 uscì un disco di musica classica di Walter Carlos che suonava Bach al sintetizzatore. Lo ascoltai e me ne innamorai: era il primo strumento musicale veramente nuovo da trecento anni a questa parte, ma lo usavano come un giocattolo. Pensai che Robert Moog, l'inventore, doveva essere piuttosto frustrato e che dovevo assolutamente convincerlo a darmene uno. Insieme a Paul Bley andammo a casa sua con una station wagon, per portarci via subito il sintetizzatore prima che Moog cambiasse idea. Ci riuscimmo, ma nessuno all'epoca sapeva come usarlo dal vivo, e all'inizio rimase chiuso in un armadio. Impiegai sei mesi buoni a studiarlo e inventare un modo per far uscire la mia voce dal synth".

Quando poi, nel corso degli anni Settanta, l'uso dell'elettronica divenne pratica comune (e abusata fino a cadere nel kitsch), Annette era già altrove. Il periodo forse più caro ai suoi fan è quello in cui la Peacock si spostò su sonorità più vicine al pop-rock: iniziò con I'm the One, album inciso nel 1972 per la RCA che coniuga suggestioni blues e soul con il respiro della musica contemporanea d'avanguardia, per proseguire sugli stessi sentieri con X-dreams (1978) e The Perfect Release (1979). Dischi, questi ultimi, realizzati con vere e proprie rock band e con musicisti del calibro di Mick Ronson (chitarrista alla corte del "Duca Bianco" David Bowie), Chris Spedding e Bill Bruford. Qui Annette si prese altre libertà: per esempio diventare una pioniera del rap, inserendo la sua voce "parlata" più che "cantante" su un tappeto di chitarre e ritmi blues e funky in splendidi brani come My mama never taught me how to cook.

Libertà che traspaiono anche dai testi, con parole di fuoco contro il consumismo e l'ossessione del profitto (American Sport), il perbenismo e il razzismo ("Veniamo da culture diverse, ma abitiamo tutti allo stesso indirizzo"). Sono gli anni in cui esplodeva la new wave e lady Peacock, che nel frattempo si era trasferita in Inghilterra, si prese il lusso di dire no alle proposte di collaborazione di artisti del calibro di David Bowie e di Brian Eno, che voleva produrre un suo disco. "Mi ero avvicinata al rock come a una sfida, un esperimento" - spiega oggi - "per lavorare sugli accordi e vedere se potevo creare qualcosa di buono nei confini di quella forma musicale. Ma poi sono passata ad altro". Cioè a una musica da camera delicata e intimista, come quella che si può ascoltare sul disco An acrobat's heart, realizzato nel 2000 per l'etichetta ECM con il quartetto d'archi norvegese Cikada.1

Oggi Annette vive a Woodstock, nello Stato di New York. E continua a registrare e produrre dischi, che mette in vendita in tiratura limitata solo tramite il suo sito web (www.annettepeacock.com),2 saltando completamente i circuiti di distribuzione dell'industria discografica. "Confeziono i CD a uno a uno, li firmo, vado all'ufficio postale e li spedisco di persona a chi me li ha chiesti via e-mail, magari raccontandomi anche qualcosa di sé. È fantastico avere questo rapporto diretto con chi ascolta la mia musica: ho un pubblico tutto fatto di amici sparsi ai quattro angoli del mondo". Una dimensione che lei ama: parlare un linguaggio "globale", ma senza vincoli di mercato. "Spesso oggi" - aggiunge - "chi scrive musica ha per modello solo 'industria, successo, soldi': perciò nessuno vuole affrontare rischi, sul piano della ricerca e della composizione, e tutti si limitano ad assemblare pezzi di altre musiche. Lo chiamano eclettismo, ma non è altro che riprodurre in eterno le stesse formule. Così vedo in giro solo bravi esecutori: suonano benissimo, ma non hanno musica da suonare. Non creano, non scavano più dentro sé stessi. Quando ho iniziato a comporre, ho riflettuto molto su un celebre brano dei primi del Novecento di Charles Ives, The Unanswered Question [La domanda senza risposta, ndr]. Anche Leonard Bernstein lo ha studiato ed eseguito più volte. La domanda che Ives si poneva con quella composizione, un secolo fa, era: dove sta andando la musica? Da allora la classica si è evoluta, e anche il jazz. Ho sempre pensato che anche il pop avrebbe avuto una sua linea di sviluppo, ma finora non è stato così: forse mi sono sbagliata".

O forse l'evoluzione del pop è quella che abbiamo ascoltato la sera del 23 giugno 2007 sul palco del Teatro Dimora di Mondaino. Dove la Peacock, accompagnata dal bravissimo percussionista Roberto Dani, ha proposto un repertorio di ballate morbide e raffinate, melodie "aperte" e a volte appena accennate, acquerelli impressionisti che oscillano di continuo tra improvvisazione e forma-canzone. Con pianoforte, tastiera Roland, basi di batteria elettronica e una voce che sfida il tempo con freschezza intatta. Annette è una compositrice, prima che una performer, e anche dal vivo non si limita a eseguire i brani, ma si preoccupa della "resa" e dell'effetto di ogni suono e ogni pausa. Al pubblico regala una sensazione di bellezza concentrata, intensa e fragile: ogni canzone sembra vivere sul filo, su un equilibrio che si potrebbe spezzare a ogni istante e invece "regge" magnificamente fino all'ultima nota. Fragile in apparenza, in realtà fortissima di una devozione totale alla musica. Contemporanea, semplicemente, senza altre inutili etichette. E qui sta, oggi, il fascino più profondo di Annette Peacock.

[Luca Baldazzi]

 

Note

(1) Per una discografia sintetica di Annette Peacock vanno citati i titoli realizzati come solista (I'm the One, RCA, 1972; X-dreams, Aura Records, 1978; The Perfect Release, Aura Records, 1979; Live in Paris, Aura Records, 1981, non autorizzato; Sky-skating, Ironic Records, 1982; Been In the Streets Too Long, Ironic Records, 1983; I Have No Feelings, Ironic Records, 1986; Abstract-contact, Ironic Records, 1988; An acrobat's heart, ECM, 2000; 31:31, Ironic Records, 2005), la raccolta My Mama Never Taught Me How To Cook... The Aura Years 1978-1982 (Sanctuary, 2004) e i dischi con Paul Bley (Revenge. "The bigger the love the greater the hate", Polydor, 1971; Dual Unity, Freedom, 1971; Improvisie, America, 1971).

(2) Oltre al sito ufficiale va citato www.imtheone.net, con discografia completa, biografia, articoli e interviste.

 

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