Rivista "IBC" XV, 2007, 3

interventi, pubblicazioni, storie e personaggi

Fumi tossici, intossicazioni da piombo, rumori assordanti: la vita quotidiana a Roma e ad Atene in una pagina memorabile di un grande antichista bolognese.
Veleni sull'Antichità

Giancarlo Susini
[accademico dei Lincei, già docente di Storia romana all'Università di Bologna]

Il 10 ottobre di quest'anno Giancarlo Susini, insigne Maestro della storia e della comunicazione antica dell'Ateneo felsineo, avrebbe compiuto 80 anni. È stato uno dei riferimenti costanti dell'Istituto per i beni culturali fino a quell'autunno del 2000 in cui ci ha lasciati. Desideriamo festeggiare questo "non compleanno" proponendo ai nostri lettori uno dei tanti articoli che scrisse per le pagine culturali del "Resto del Carlino", il quotidiano di cui fu per decenni eminente collaboratore. Le righe di Susini, stimolanti e impaginate sempre con elegante e ironica saggezza, non hanno perso attualità. Quelle battute continuano a trasmettere stile, pertinenza, passione.

Aveva anche il dono, non così frequente tra gli accademici della sua generazione, di saper scrivere e parlare con grande efficacia e con linguaggio sempre attento e adeguato ai suoi interlocutori. Sapeva comunicare. Lo gratificava scrivere per un giornale, riteneva fosse importante rivolgersi alle persone più diverse, stimolarne la curiosità sulla storia, sui problemi della conservazione e della valorizzazione del patrimonio; alimentarne una consapevole memoria con spirito critico. Raccontava, senza pedanteria. Rendeva attuali situazioni lontane nel tempo. Indagava il paesaggio, consumando scarpe, interrogando persone, annusando stratificazioni archeologiche e umane. Per i suoi 70 anni gli dedicammo un piccolo volume che raccoglieva la sua entusiastica e generosa collaborazione alle riviste dell'IBC:1 mentre si procede a raccogliere una selezione dei suoi scritti giornalistici dagli anni Ottanta al 2000, ritroviamo la leggerezza della sua profonda conoscenza in queste colonne sui mali da inquinamento.

[Valeria Cicala]

 

Taratatum-tum: così, in continuazione, di giorno e soprattutto di notte, rotolavano i carri lungo le strade delle città antiche. Le ruote e i cerchi non avevano copertoni, s'intende, e quando il piano stradale non era un semplice manto di terra e polvere ma invece - come a Roma e nelle città dei Romani - era tutto un basolato a grossi pietroni, il rumore era intollerabile. Quel che oggi definiremmo inquinamento acustico era poi aggravato dagli schiamazzi notturni, contro i quali gli edili, magistrati competenti, inutilmente si adoperavano. Per lenire un poco il fracasso del rotolio dei carri sui bàsoli, si favoriva o addirittura si preparava sul lastricato una sorta di binario, cioè quegli incavi profondi che anche a Bologna erano tracciati lungo il tratto centrale del decumano romano, cioè sull'asse dalle Due Torri alla Galleria del Toro.

Altrove, sempre i Romani escogitarono un altro sistema: inventarono le tangenziali, cioè fecero passare all'esterno dell'abitato le grandi arterie che prima le attraversavano. È questo il caso della via Flaminia, che da Roma, per la Sabina, l'Umbria e il Furlo, attraversava tutta la penisola, sboccava a Fano e poi risaliva la riviera adriatica per terminare a Rimini, proprio di fronte all'arco monumentale d'Augusto, che fungeva anche da porta di città. Questa arteria subì naturalmente molti restauri e rifacimenti nei lunghi tempi dei Romani (uno massiccio e di spicco, fu proprio quello operato da Augusto), che nell'attraversamento di alcune città in Umbria sperimentarono di far passare la via fuori centro. Forse per la risorgiva di questo talento antico, inventammo, noi italiani, le "tangenziali" tra gli anni Cinquanta e i Settanta: tutti ricordiamo che invece, appena passate le frontiere, negli altri paesi, le strade di lungo percorso attraversavano adagio, con l'intoppo di tanti semafori e molta gente, proprio il centro delle città. Poi, anche gli altri hanno imparato.

Ma non era solo lo strepitus rotarum, il rumore dei carri (come lo definisce Orazio), a rendere difficile la vita a Roma. Giovenale racconta sarcasticamente delle delizie degli affollamenti, per via e in piazza, dove il minimo che si potesse raccogliere era qualche calcio sui polpacci. Seneca scrive poi esplicitamente di aria pesante (gravitas è il suo termine), e Orazio parla addirittura di fumus. Noi lo chiamiamo smog (anche se le origini di quell'aria pesante erano un poco diverse), e allo smog è intitolato un delizioso libro di uno studioso tedesco, Karl-Wilhelm Weeber, Smog sull'Attica. I problemi ecologici nell'antichità, appena tradotto in italiano un anno dopo l'edizione tedesca (Milano, Garzanti, 1991, 176 pagine). Quel libro segna la ripresa degli studi sull'ambiente antico (non vi si parla solo dell'Attica ma anche di Roma), come se le pulsioni di oggi per l'ambiente e la sua pulizia avessero favorito un transfert alla conoscenza del lontano passato. Dunque, smog a Roma, dove si cucinava spesso lungo le strade, dove le case dei Romani, le case della gente, prendevano fuoco facilmente. Perché noi siamo abituati a ricostruire il paesaggio antico sulla base anzitutto di quel che resta di monumentale, in marmo e in mattone, poi le preziose incisioni del Piranesi ci hanno di più affezionato a simile immaginario, che Cinecittà e Hollywood hanno trasformato in smaccati scenari. Ma tanta gente abitava in case modeste con pareti a telaio in legno, un miscuglio di malta, di sassi, di graticci e di paglia. Il fuoco vi era di casa. Poi bisogna aggiungere che nelle città romane le cloache (di cui i Romani erano maestri) non sempre smaltivano i liquami, e andavano a sboccare sul fiume vicino (il Tevere era biondo, come vuole la retorica, o era giallastro?).

In città, tra caseggiato e caseggiato, si aprivano talvolta degli stretti budelli (li chiamavano ambitus), naturalmente senza scolo, colmi di rifiuti e di sorci: ecco perché i notabili alla fin fine preferivano farsi la villa nel suburbio. Le cose non andavano meglio tra gli antichi Greci: fogne quasi sempre a cielo aperto buttavano, ad Atene, su due fiumiciattoli pur celebri nella letteratura, il Céfiso e l'Ilisso. Ma ad Atene i secoli della crescita della città avevano recato un disastro in più, il disboscamento: le colline al centro della piana di Atene, cioè quella dell'Acropoli, poi la Pnice e il Licabetto, erano state in parte potate per farvi crescere i colonnati e gli epistili dei monumenti più prestigiosi. I Greci poi, e in particolare gli Ateniesi che erano alla testa di una potente confederazione di città e isole, ricorrevano al disboscamento quando si trattava di costruire nuove navi per la loro flotta. Anzi, addirittura il tributo che gli alleati pagavano al tesoro della lega (ci restano alcuni rendiconti) spesso si computava in numero di alberi di alto fusto, come accadeva per esempio con la lontana isola di Scarpanto.

Con uno sguardo più generale al mondo antico, la nostra conoscenza si completa con le distruzioni programmate di terre e di colture davanti al nemico: il concetto di terra bruciata ha origini ben remote. Così accadde in Grecia durante la guerra tra Greci, la guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta, così accadrà quando, per così dire, Annibale era alle porte di Roma e il Temporeggiatore che lo fronteggiava, Quinto Fabio Massimo, gli bruciava tutto, ma proprio tutto, davanti: e Annibale non era da meno. Le guerre antiche (e non) più si combattono sotto casa più colpiscono l'ambiente in misure selvagge. Si aggiungevano poi i fenomeni sempre ricorrenti nella storia degli uomini e dei loro paesaggi: le eruzioni vulcaniche, i terremoti, gli alluvionamenti e le inondazioni, i tentativi spesso vani di imbrigliare i fiumi, la siccità, la desertificazione. Gli scrittori antichi che ne riferiscono sono ora raccolti nell'opera di Giangiacomo Panessa, almeno per il mondo dei Greci (Fonti greche e latine per la storia dell'ambiente e del clima nel mondo greco, Pisa, Scuola Normale Superiore, 1991, 2 tomi per complessive 1.029 pagine).

E infine parliamo delle miniere: veri cunicoli sotto terra sulle Alpi, in Val d'Aosta, poi in Stiria, e sui Carpazi, e in Spagna, tanto per fare degli esempi. Altrettante ferite, nella religiosità antica, alla sacertà della terra, che appariva come consegnata dagli dei a coperchio di altre potenze sacre, la terra con i suoi fiumi e le sue sorgenti. Per inciderla, per tracciarvi solchi, per ricavarne nuove fenditure (arare i campi, scavare canali) occorrevano riti e rispetti particolari: tutti ricordiamo come finì lo scherno di Remo, fratello di Romolo, quando scavalcò il famoso solco che delimitava Roma. Ma i Romani (non solo loro) avevano bisogno di metalli, e quindi bucarono le montagne. Commenta Silio Italico che il minatore delle Asturie tornava in superficie carico di minerali d'oro, ma lui stesso era pallido come l'oro che aveva scavato. Poi alcuni ingredienti finivano nei cibi, e facevano male, come polvere di marmo, trementina e piombo nei vini. Ma anche nell'acqua, le cui condutture negli acquedotti romani, specie nelle città (a Bologna portavano impressi i nomi dei questori e dei funzionari incaricati di controllare la portata) erano in piombo. Qualcuno tra gli studiosi ha sottolineato i rischi di quell'acqua fresca degli acquedotti romani, altri studiosi hanno ridimensionato le ipotesi. Un barlume di verità si trova sempre, dappertutto.

["Il Resto del Carlino", 24 aprile 1992]

 

Nota

(1) Sguardi di memoria. Scritti di Giancarlo Susini per l'Istituto beni artistici, culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna, a cura di V. Cicala, Bologna, IBC - Grafis, 1997: il volume è ormai esaurito, ma se ne può scaricare la versione elettronica: www.ibc.regione.emilia-romagna.it/susini.htm.

 

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