Rivista "IBC" XIV, 2006, 2

itinerari, pubblicazioni

Una guida per ritornare nei boschi e nelle valli dell'Appennino, e riscoprire i luoghi che furono, e ancora sono, dei partigiani.
Andiamo in ribéllica

Francesco Berti Arnoaldi Veli
[presidente della Federazione italiana associazioni partigiane]

A sessantuno anni dal 25 aprile 1945, l'Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna (IBC), la Comunità montana Appennino Modena Est e il Comitato regionale per il 60° Anniversario della Resistenza e della Liberazione, hanno promosso la pubblicazione del volume Guerra e Resistenza sulla Linea Gotica tra Modena e Bologna. 1943-1945, dedicato alla memoria dello storico e partigiano Luigi Arbizzani. Percorrendo i territori di 14 comuni, la guida (a cura di Vito Paticchia, Bologna, IBC - Edizioni Artestampa, 2006) racconta le vicende che si svolsero nella vasta area appenninica tra i fiumi Secchia e Savena durante i venti mesi successivi all'armistizio dell'8 settembre 1943. Mappe dettagliate permettono di percorrere gli itinerari attrezzati allestiti dalla Regione in preparazione del Parco storico-culturale della Linea Gotica.

Tra le varie iniziative realizzate dall'IBC tra 2005 e 2006 segnaliamo in particolare la carta tematica Memoria e Musei in Emilia-Romagna; la mostra itinerante "L'offesa della razza. Razzismo e antisemitismo dell'Italia fascista" - che dopo Bologna, Reggio Emilia, Piacenza, Udine e Genova, ha visitato Asti dal 21 aprile al 14 maggio 2006 - e il volume Percorsi della memoria. 1940-1945: la storia, i luoghi, pubblicato nella collana "Immagini e documenti" della Soprintendenza per i beni librari e documentari.

Pubblichiamo qui di seguito la prefazione della guida Guerra e Resistenza sulla Linea Gotica tra Modena e Bologna. 1943-1945, scritta da Francesco Berti Arnoaldi Veli, già partigiano della Brigata "Giustizia e Libertà", oggi presidente della Federazione italiana associazioni partigiane.

 

Questa è la "terra dei partigiani Emilia" come la chiama con sentimento di figlio Vico Faggi in una delle poesie più belle del suo Corno alle Scale.1 È con lui, con la sua compagnia, che voglio ripensare questi luoghi di un Appennino suo e mio, pavullese lui per nascita, bombianese per elezione io, affacciato all'alta valle del Reno. Partigiani tutti due, anche se le nostre formazioni giunsero appena a sfiorarsi, e dovemmo conoscerci solo dopo; ma tutti due arrivati in tempo a respirare l'aria "di quell'anno / ch'ebbe per nome mille / e novecento e quarantaquattro" e che divise in due le nostre vite.

Che l'Appennino fosse terra di partigiani era scritto nella natura delle cose. Già da prima che arrivassero nel parlato parole come resistenza e partigiani, si sapeva che, se si voleva davvero scegliere il no e recidere ogni filo, ogni legame col fascismo, bisognava andare alla macchia e fare i ribelli. E la macchia appenninica era da sempre stata il colore delle nostre infanzie, il letto caldo pronto ad accoglierci in libero reame di ribelli. "Andiamo in ribéllica", fu l'incantevole parola che udii sgorgare allora dalle labbra di un mio compagno contadino, che nato nel dialetto esprimeva per grazia naturale in lingua questa straordinaria invenzione.

Ripercorriamo oggi i sentieri e le strade dell'antico reame dove i partigiani senza nemmeno accorgersene consumavano l'arcana metamorfosi che li faceva diventare ciò che dovevano essere. La notte, marciavano nel buio con la sensazione indicibile di essere i signori del buio stellato nel quale nessun altro, nemmeno i tedeschi e i fascisti, osava penetrare; e vivevano così la primigenia esperienza di liberazione. Queste valli, questi crinali che segnano come rughe profonde il viso del Padre Appennino, sono innanzitutto - prima che luoghi e paesaggi di singolare bellezza naturale - i luoghi di un eros che ha permesso a un altro poeta, Mario Tobino, di dire "fu un amore, amici" anche quando i tempi erano passati, e i partigiani cominciavano a morire.2 E, come tutti gli amori, amaro e intemperante, caparbio anche quando deluso, impossibile da dimenticare, strenuamente resistente.

Quando tutto è finito, c'è stata la stanchezza, i rancori hanno chiamato rancore, talora sangue; ma nel nuovo vivere da liberi, segreti lampi di nostalgie proibite conservavano il desiderio d'essere migliori di prima. Ma perché conservavano? Conservano, bisogna correggere: sessant'anni sono pochi per cancellare quello che accadde nei liberi boschi d'Appennino.

Adesso le strade che risalgono le valli verso il crinale toscano non portano più la paura dei rastrellamenti, dei camion di SS venuti per distruggere case, fienili e fino le chiese, e spargere morte: adesso il benessere è testimoniato da plaghe di nuove fabbriche, di nuove case, e l'Appennino da terra d'emigrazione di giovani in cerca di lavoro è diventato terra di immigrazione; la fatica secolare della civiltà rurale è scomparsa, il paesaggio - a saperlo leggere - rivela che vi sono condizioni mai viste di vita e libertà.

Ma nelle viscere di una storia breve - sessant'anni sono appena due generazioni - è sepolto, come un talento di un metallo raro e prezioso, quel moto che riunì tanti giovani a farsi ribelli, e tanti uomini e donne a riconoscerli come compagni di una ventura comune, e ad accogliergli nelle loro case indigenti, offrendogli qualcosa che nessuno si occupava di definire. Pietà, solidarietà? Chi sa? Le parole vengono dopo. Anche la difficile parola amore. Ma ora, che questa guida ci aiuta a contare i sassi conservati, le piccole lapidi, le croci, i cippi, i monumenti e i memoriali che segnano i limiti di quel reame di ribelli: ora sappiamo che gli itinerari suggeriti dalla guida non sono tanto consigli per trovare una buona trattoria, quanto sommessi suggerimenti a trovare qui le testimonianze di bande, gruppi, formazioni, e brigate che tutte insieme hanno ingravidato la terra appenninica del Bolognese, del Modenese, del Reggiano, di tracce e memorie dalle quali non possiamo più distaccarci perché sono né più né meno che la nostra storia.

La storia non è qualcosa di cui si possieda la conoscenza per scienza infusa solo perché si è vissuti, si sono visti sempre gli stessi luoghi, si sono conosciute persone. La storia della Resistenza, i primi a doversela studiare sono proprio quelli che "c'erano". Ma per capirla veramente bisogna andare, e tornare, e andare, e tornare sui luoghi veri, a toccare i sassi veri, nei monti veri dove sono passati Armando e i suoi garibaldini, dove Toni Giuriolo ha incontrato una morte da guerriero antico, dove uomini e donne hanno visto bruciare le loro case, e madri hanno visto cadere i loro figli infanti sotto le raffiche. Dove nomi da libro di scuola, come "Giustizia e Libertà", "Matteotti", "Sessantatreesima", diventano esperienze concrete d'una realtà vissuta e sempre presente.

Un radicale antidoto dunque contro un oblio che vorrebbe dire la perdita della nostra identità. Noi siamo noi stessi perché quella realtà è esistita in quel modo, in quei luoghi, in quel tempo. "Essere è non dimenticare",3 ha detto Mario Luzi con la rarefatta essenzialità della poesia. Noi siamo.

 

Note

(1) V. Faggi, Via Emilia, in Id., Corno alle Scale, Milano, All'Insegna del Pesce d'Oro, 1981; per leggere in rete la poesia citata: www.ilportoritrovato.net/html/faggi3.html.

(2) M. Tobino, Il clandestino, Milano, Mondadori, 1962.

(3) M. Luzi, A un compagno, in Id., Il giusto della vita, Milano, Garzanti, 1960 (da Poesie sparse); per leggere in rete la poesia citata: www.italica.rai.it/principali/argomenti/libri/luzi/sparse.htm.

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