Rivista "IBC" IX, 2001, 3

convegni e seminari, restauri, pubblicazioni

Che resterà del Novecento?

Luigi Crocetti
[già presidente dell'Associazione italiana biblioteche (AIB)]

Conservare il Novecento (Roma, Associazione italiana biblioteche, 2001) è il volume che raccoglie gli atti dell'omonimo convegno tenutosi nel marzo del 2000 a Ferrara, nell'ambito del Salone dell'arte del restauro e della conservazione dei beni culturali e ambientali. Ne abbiamo chiesto la recensione ad uno dei membri del comitato scientifico e organizzativo, nonché autorevole protagonista del dibattito. Gli atti del convegno che ha animato l'edizione di quest'anno del Salone ferrarese, dedicato in particolare alla conservazione della stampa periodica novecentesca, sono attualmente in preparazione.

Parlare per secoli, per mezzi secoli, per decenni, è sempre un parlare astratto. Sono creazioni nostre, senza rispondenza nella fisicità; ma sono nella memoria, possono divenire un'evocazione spontanea. Clemente Rebora ebbe una volta il coraggio di dedicare un suo libro di versi, Frammenti lirici, "ai primi dieci anni del secolo XX" (il libro era del '13); e Contini commentava: "Mai fu vergata dedica più astratta, a documento d'un''impersonalità' ben più spontanea che intenzionale". Ma perché il titolo Conservare il Novecento? Perché biblioteche e archivi dedicati al Novecento o che comunque conservano oggetti novecenteschi hanno bisogno di riflessioni speciali? Non è un secolo come gli altri? Credo ci fossero buone ragioni per scegliere quel titolo. Cercherò di esporle.

Ci mettiamo dal punto di vista dei materiali. C'è una prima considerazione, di carattere tecnico-storico. È indubbio (anche tenendo conto di alcune indispensabili distinzioni) che l'arco cronologico in questione presenta caratteristiche tecniche che consistono talvolta nell'accentuarsi di caratteristiche della seconda metà del secolo precedente e talvolta gli sono peculiari. Tra le prime si possono annoverare l'ulteriore scadimento generalizzato nella qualità della carta e il progressivo aumento percentuale dell'edizione in brossura; l'affermazione è però valida soprattutto per i primi settant'anni del secolo, poiché l'ultima parte di questo ha invece visto un rialzarsi degli standard qualitativi, con la diffusione di carte migliori per la durabilità e il ripopolamento del parco delle edizioni rilegate (sia pure quasi sempre di materiali sintetici); e a questo proposito è istruttivo, nel volume citato, l'intervento di Tiziana Plebani. Peculiare (ma prendiamo l'aggettivo con cautela) gli è invece la proliferazione dei supporti. La presenza di disegni e fotografie è abbastanza comune anche prima del Novecento. Non così la presenza di filmati, documenti sonori, audiovisivi, e talvolta già risorse elettroniche, come ora si definiscono. Ma soprattutto, direi, l'invadente presenza non di un altro materiale ma di un'altra categoria bibliografica: i seriali, i periodici. Sono soprattutto questi a imprimere nuova fisionomia alle raccolte di ciò che è appartenuto alle persone di cultura del Novecento, e a portare con sé nuove difficoltà per gli ordinatori e i conservatori.

Ma tutto questo non pare ancora sufficiente a fare del Novecento una categoria a sé. Il fatto è che la mutazione principale non sta nei materiali, ma nell'approccio a questi materiali, e cioè negli operatori. L'attenzione precoce (cioè a breve distanza dalla scomparsa di un autore, o addirittura, in qualche caso, ad autore vivente) a salvare la documentazione che potremmo chiamare culturale non è certo di oggi, ed è parallela al fenomeno che Contini chiamava delle edizioni postume in vita. I tanti "fondi" sparpagliati nelle biblioteche e negli archivi d'Italia stanno lì a mostrarcelo; sta a mostrarcelo la monumentalizzazione - come con brutta ma efficace parola è chiamata in questo libro - di dimore di scrittori e artisti, col loro corredo di carte. Ma qualcosa è cambiato. Vediamo alcuni punti.

Primo. Biblioteche e archivi tradizionali non sono più i protagonisti assoluti della corsa a conservare (ma il fondo "Falqui" della Nazionale di Roma, qui ben descritto da Giuliana Zagra, resta esempio illustre di ciò che anche le grandi biblioteche statali potrebbero fare). Perché d'una corsa a conservare ormai si tratta. Ed ecco che vi partecipano altri tipi d'istituto: università, banche, amministrazioni pubbliche; anche se queste ultime, è vero, quasi sempre non conservano il ricavato delle loro operazioni presso di sé ma l'assegnano, appunto, a biblioteche e archivi, di solito scelti con lodevoli criteri di coerenza storico-geografica.

Le ragioni di questo sono varie, ma credo che la principale stia nel fatto che il materiale ha raggiunto ormai un elevato valore economico, di mercato, cui i bilanci degl'istituti tradizionali non possono più attingere, e fa sì che, nel migliore dei casi, gl'istituti siano solo i riceventi. L'attribuzione del materiale diretta e generosa, cioè la donazione, da parte di una persona o dei suoi eredi, a una biblioteca si va facendo sempre più rara (ma un bellissimo esempio in contrario è di questi giorni, con l'arrivo delle splendide, ridenti carte di Giuseppe Ungaretti all'Archivio contemporaneo "Alessandro Bonsanti" del fiorentino Gabinetto Vieusseux).

Secondo. Non si cercano più soltanto le carte immortali, le opere d'arte oggettivate in un foglio scritto: in una parola, l'autografo. Si cercano tutte le tessere che servano a ricostruire il mosaico, e in un mosaico nessuna tessera ha meno valore dell'altra. Che il periodico emanante da uno dei centri pionieri del "movimento degli archivi culturali" (potremmo forse chiamare così tutto l'insieme) s'intitoli Autografo suona ormai come molto datato, e spia di un atteggiamento originario che ormai si è modificato profondamente. Le autografoteche sono roba d'altri tempi, o solo da collezionisti. Gli autografi come tali, è ovvio, mantengono tutta la loro preziosità; ma non possono più bastare a sé stessi. Si mira alla possibile ricostruzione integrale d'un tessuto storico, dove tutto si tiene.

Ecco allora che oggetti di desiderio diventano gli archivi editoriali o redazionali: archivi degli editori, archivi di giornali e di riviste; ed ecco gli studiosi di storia del libro cooperare con gli storici della letteratura e della cultura; ecco una fondazione originariamente editoriale come la Fondazione "Arnoldo e Alberto Mondadori" entrare a far parte della costellazione degli archivi culturali, o "d'interesse culturale", come forse li chiamerebbe Gabriele Turi, che usa quest'espressione nel volume di cui si tratta. Alla fine dello scorso maggio si è svolto a Livorno, nella sede della Biblioteca "Labronica", un convegno dedicato, così il titolo, a "Conservazione e catalogazione di carteggi". La "Labronica" ha un interesse specifico per questo tema, detentrice com'è della sterminata e preziosa autografoteca "Bastogi", una collezione che va dal Medioevo all'Ottocento, formata in notevole percentuale da lettere, in parte costituenti carteggi e minicarteggi; e la biblioteca è ora impegnata nell'immane lavoro di catalogazione analitica del materiale.

Neil Harris, che guida l'operazione, ha nel suo intervento illustrato la distinzione tra fondi, agglomerati, con un centro, e fondi, agglomerati, senza centro. Con un centro sono soprattutto i fondi classici, tradizionali, fino al Vittoriale degli Italiani; ma non fino a Casa Moretti, nonostante in questa l'interesse per l'autore eponimo sovrasti naturalmente gli altri. Siamo ora in un'età di centri senza centro, o meglio in cui i tanti fondi raccolti non esauriscono il loro scopo in sé stessi. Prendo come esempio l'Archivio contemporaneo: è costituito, finora, da oltre cento fondi particolari. In ciascuno di essi un centro c'è: a volta a volta, Pasolini o Cecchi o il già citato Ungaretti. Ma stanno uno insieme con l'altro; ciascuno s'interseca con l'altro, in qualche modo lo completa e l'invera; e ciascuno di essi è anche strumento dell'operazione fondamentale che, se ha un centro, questo non è più una personalità, ma la cultura d'un secolo (sarebbe forse meglio dire la cultura d'una società, poiché è abbastanza facile prevedere che gli archivi culturali, almeno i grandi, vivranno a lungo - qui glie ne facciamo augurio - e amplieranno i loro confini a età future).

Così, i nuovi archivi culturali sfuggono al dilemma consueto della conservazione: conservare tutto o scegliere? Per essi il dubbio non sussiste: Si deve fare ogni sforzo perché il tessuto non presenti strappi, si tratta di conservare tutto, ed è naturale che sia così (anche se, debbo dire, vedere conservati in un certo fondo anche i biglietti del tram, che l'originatore accumulava scrupolosamente, mi ha dato un senso di capogiro: bisogna pur dire che il verso dei biglietti tranviari è stato supporto a poesie di Montale, ma questi di quel fondo erano biglietti nel loro stato primordiale).

Terzo. Un punto chiave - su cui giustamente insiste Renzo Cremante nell'introduzione alla sua sessione, intitolata alle "Biblioteche e archivi d'autore" - è l'unità instaurata tra archivio e biblioteca, se con questi due nomi, nel contesto imprecisi, si designano le carte manoscritte e le stampe possedute da una persona. "Questa unità," - dice Cremante - "questa integrità rappresentano di per sé stesse un bene culturale prezioso e un modello apprezzabile, corrispondendo pienamente all'esigenza fondamentale e avvertita come virtualmente irrinunciabile da parte degli addetti ai lavori di tutelare sempre la completezza e la sistematicità della documentazione. Sono naturalmente sotto gli occhi di tutti i rischi di disgregazione, di smembramento, di dispersione che generalmente incombono sulle raccolte, a cominciare dal caso più consueto di separazione fra l'archivio propriamente detto e la biblioteca di uno scrittore; e non è chi non ravvisi la necessità di non risparmiare sforzi per salvaguardarne l'aggregazione". E Cremante parla poi di "libri che hanno cambiato status, diventando, da pubblicazioni, carte personali (e si pensi, d'altro canto, a tipologie particolari di materiale diverso e meno facilmente classificabile da un punto di vista autonomo, quali i ritagli di giornale o i documenti fotografici ed iconografici)".

Così Cremante; e consiglierei a tutti di leggere le descrizioni, che subito dopo di lui dà Laura Desideri, dei fantastici vilucchi documentari formati da Carlo Betocchi nei libri del suo fondo dell'Archivio contemporaneo. Ma dappertutto, e non solo in questi casi, i canonici confini tra archivio e biblioteca vanno per molti aspetti sbiadendo (se si esclude il tipo "archivio di ente"); e vorrei ricordare anche qui e ancora una volta le parole con cui Alessandro Bonsanti dichiarava nel 1980 che "il libro entrato in Archivio diventa [...] materiale archivistico perdendo dal punto di vista istituzionale la natura che possiede nel sistema biblioteconomico". Quest'unità, concettuale e gestionale, è una conquista utile rispetto alla tradizionale impermeabilità tra i due "generi".

Quarto. È certo che la benvenuta proliferazione d'iniziative per la conservazione di documenti per la storia della letteratura e della cultura porta con sé qualche inconveniente: massimo fra tutti la loro mancata coordinazione, e dal punto di vista delle acquisizioni, e dal punto di vista dell'indicizzazione, e dal punto di vista della conservazione propriamente detta. "Accumulare materiale archivistico del passato, o del presente, senza abbozzare strategie conservative, non giova alla trasmissione di memoria storica", dice Isabella Zanni Rosiello nel suo intervento. Fino a pochi decenni fa la disponibilità ad accogliere materiali come quelli di cui stiamo parlando era in pratica del solo apparato delle biblioteche e degli archivi statali; ora che la disponibilità s'è moltiplicata si presenta qualche rischio di disomogeneità e - talvolta - d'improvvisazione.

I fattori più negativi stanno nella lievitazione dei prezzi (perché in questo campo il regime di concorrenza produce effetti opposti a quelli che dovrebbe produrre nell'economia classica; e ci sono stati perfino episodi di concorrenza, diciamo così, sleale), nella disorganicità delle norme descrittive seguite e nella discutibilità di certe inventate misure di conservazione fisica. Qui il rimedio non può stare che in una maggiore cooperazione e collaborazione. Non si potrebbe pensare a una sorta di "consiglio degli archivi" aperto a coloro che hanno responsabilità in materia, su base volontaria e sciolto da tutele ministeriali? La conservazione del Novecento sembra ormai affidata soprattutto a istituti sorti "spontaneamente", o che istituzionalmente si occupavano d'altro.

La crescita, se non vogliamo dire la nascita, degli archivi culturali appare sempre più come l'operazione più nuova tra quante si sono viste negli ultimi cinquant'anni. Non avrebbe certo avuto il successo che ha avuto e la risonanza che ha avuto (oggi l'acquisizione di un fondo compare in evidenza su tutti i quotidiani) se le sue radici stessero soltanto in una moda culturale, o in personali passioni di studiosi e ricercatori. Dove sono, dunque, le sue radici? E a che cosa si deve il suo presentarsi come lo sviluppo di un servizio pubblico?

La mania dell'archivio: così è stata definita, tra lo scherzoso e il critico, e così risponderà qualcuno. Una mania diffusa oggi a tanti livelli e in tanti campi. La stessa mania che pervade la gente quando popola le aste di manoscritti, di vini e di francobolli, e che ci riempie di stupore al confronto con la vita quotidiana e con la cultura corrente, che di queste cose non sa che farsene. Ezio Raimondi, parlando in questo libro di Archivi e vita letteraria, si chiede: "che cosa accadrà di quello che si definisce ora 'il mondo letterario e culturale' nel caso di generazioni più giovani, che si formano oramai in sistemi di percezione culturale diversa?". Qui non c'è alcuna contrapposizione o gerarchia tra culture, tra cultura alta e cultura bassa. Ci sono soltanto culture diverse o, com'è splendidamente detto, sistemi di percezione culturale diversa. E può darsi che la corsa agli archivi sia l'ultimo e nobile prodotto di un'onda lunga, che per l'Italia dura dagli anni Trenta del Novecento: un'onda d'acque diverse in soluzione irrisolvibile, l'acqua della "nuova filologia" (quella di Barbi e Pasquali) e l'acqua della "critica degli scartafacci" (quella di Contini, che pure defluiva dalla prima e vi riconfluiva). La nuova coscienza dell'opera come fabbrica, e dell'analisi della fabbrica come chiave dell'opera stessa, ha forse tra i suoi sottoprodotti la spinta a raccogliere frammenti, incarnazioni inedite, documenti subsuperficiali. Si è aggiunta la coscienza che lo scrittore, e almeno lo scrittore moderno, lo scrittore del Novecento, non lavora isolato, ma in un mondo di pubblico, di altri scrittori e, soprattutto, di editori.

Ai sistemi di percezione culturale diversa si accompagna (e forse è loro indissolubilmente legato, insieme causa ed effetto) qualcos'altro: la rivoluzione tecnologica. Quella del Novecento sarà con ogni probabilità l'ultima cultura a poter essere documentata nei modi, tutto sommato, classici: carte, libri e oggetti fisici in generale. Non abbiamo ancora alcuna sicurezza su ciò che ci attende. Non ci attendiamo, certo, la morte del libro o della carta stampata; ma, proprio nel campo di cui stiamo parlando, la morte di quell'apparato di contorno fatto di schede, foglietti d'appunti, scritture di traverso, schizzi, sgorbi, cancellature. Appunto, in una parola, gli scartafacci, le paperoles. Il file accoglie impassibilmente ogni nostro desiderio, permettendoci ogni capriccio, ogni provvisorietà, ogni incertezza, che provvederemo in seguito a sanare; ma può anche essere esposto a interventi arbitrari ed estranei. Quando qualcuno ci spedisce un suo scritto, sappiamo che sotto ciò che leggiamo può esserci una stesura in tutto o in parte diversa. Anche questo testo che sto scrivendo non è forse più lungo delle parti distrutte e rifatte, ma queste ormai non esistono più, né io stesso sarei in grado di ricostruirle. Poteva, certo, accadere anche, per esempio, con una lettera tradizionale; ma le probabilità che restasse traccia del precedente erano abbastanza alte. Gli archivi del futuro, di che cosa saranno fatti? Biblioteconomia e archivistica annaspano ancora, e forse annasperanno ancora per molto tempo, sia sul piano teorico sia sul piano pratico; a non parlare della stessa filologia, che si vede mancare sotto i piedi concetti fondamentali come il concetto di edizione o il concetto di autenticità (e forse, con gl'ipertesti, perfino il concetto di autore). Naturalmente è comodo rimandare certe soluzioni all'avvenire (non dubitiamo che soluzioni ci saranno, e forse la stessa tecnologia, col suo potere autorisarcente, troverà i rimedi); ma sarà in ogni modo utile cominciare a pensarci fin d'ora, come infatti sta accadendo, con riflessioni e ipotesi.

Tutti i temi cui ho accennato sono presenti in questo volume, e altro ancora. Nella sua piccola mole, Conservare il Novecento è così denso di motivi da renderne impossibile, in sede come questa, una rendicontazione completa. Non ho parlato, per esempio, dei problemi specifici degli archivi musicali (Giovanni Morelli e Veniero Rizzardi), degli archivi sonori (Maria Carla Sotgiu), degli archivi RAI (Luigi Parola), delle fototeche (Maurizio Festanti), della conservazione del libro per ragazzi (Antonella Agnoli). Ognuno di questi (e altri) punti meriterebbe un esame approfondito; ma le competenze personali sono quelle che sono, cioè scarse dovunque ma in particolare nelle specificità ricordate. Nonostante la sua ricchezza, credo che questo libro non possa essere che l'inizio d'una serie, augurabilmente sul fondamento degl'incontri annuali di Ferrara. Una serie che rispecchi di volta in volta aspetti sempre più approfonditi o sempre più specifici di quest'affascinante impresa, collettiva di una collettività talvolta involontaria ma cogente, che consiste in un atto d'amore per un secolo breve, bello e terribile: la raccolta di un patrimonio documentario quale nessun altro secolo ha mai avuto.

 

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