Rivista "IBC" XXIII, 2015, 3

mostre e rassegne, pubblicazioni

Divina Commedia. Le visioni di Doré, Scaramuzza, Nattini, a cura di S. Roffi, Cinisello Balsamo (Milano), Silvana Editoriale, 2012.
Gli occhi sulla Divina Commedia

Enzo Vignoli
[collaboratore della rivista "OLFA. Osservatorio letterario Ferrara e l'Altrove"]

Nel 750° anniversario della nascita di Dante Alighieri e già in vista del 2021, quando ricorreranno i 700 anni dalla morte, il Museo d'arte della città di Ravenna ripropone integralmente, fino al 10 gennaio 2016, una mostra che aveva già preso vita nel 2012 negli spazi più intimi della Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo, come testimonia il catalogo edito da Silvana Editoriale.

Il poema dantesco ha stimolato nei secoli l'immaginazione visiva di molti artisti. Su tutti il Michelangelo del  Giudizio Universale. Forse solo leggendaria, invece, un'opera del Buonarroti che illustrava l'intera Commedia e che sarebbe andata perduta durante un nubifragio. Celebri sono, ancora, le incisioni che William Blake realizzò in Inghilterra verso la fine della vita, fra il 1826 e il 1827. L'esposizione ravennate si concentra, da un lato, sul raffronto sincronico fra l'interpretazione di due artisti coevi, Gustave Doré e Francesco Scaramuzza, entrambi vissuti fino agli anni ottanta del XIX secolo. Dall'altro, con Amos Nattini (1892-1985), spazia in una visuale più vicina nel tempo alla nostra concezione storica e filosofica, tra superomismo dannunziano e preludio al genere fantasy.

La raffigurazione della  Divina Commedia che si presenta automaticamente alla mente dell'uomo contemporaneo, almeno in Italia, è quella di Doré. Se ci è concesso un parallelismo un po' audace, capita con Doré quello che in letteratura avviene con Jules Verne. Entrambi i personaggi fanno parte di un mondo a sé, non storicizzato e non ben connotato da un punto di vista geografico. Suona quasi estraneo e irriconoscibile il nome di "Jules Verne", che ben poco si apparenta ai nostri ricordi infantili dei romanzi fantastici di "Giulio Verne". Anche il cognome di "Doré" si è insinuato da sempre nel nostro immaginario come quello di un misterioso artista, privo di connotazioni nazionali e che, semmai, anche per via di accostamenti a filastrocche infantili e del fatto che tuttora capiti a volte di trovare scritto "Gustavo" il suo nome di battesimo, viene automaticamente considerato italiano.

Fatta questa premessa, appare veramente arduo il raffronto fra Doré e Francesco Scaramuzza (1803-1886), il cui cognome è pressoché sconosciuto ai più. Sintonizzandoci sull'epoca in cui le loro rappresentazioni dantesche prendevano vita, leggiamo che la gran parte della critica propendeva più per il francese che per l'italiano, con rare eccezioni. Fra queste, Luciano Scarabelli argomentò che la palma del migliore andava attribuita all'artista parmense, perché più aderente al testo dantesco.

Ma quella di Scaramuzza è pur sempre una rappresentazione, una trasposizione interpretativa. Egli sembra limitarsi a seguire in modo diligente il dettato dantesco; anzi, i suoi tratti sovente delicati e dolci - che, come ha notato il curatore Roffi, sembrano rifarsi al Correggio - non di rado sottraggono drammaticità all'immaginario dantesco. Doré, invece, è artista visionario che, non prescindendo dal verso di Dante, lo sa però restituire con immagini del tutto personali, vivide, potenti, che si insinuano nella mente di chi osserva. Mentre Scaramuzza si sofferma spesso sulla rappresentazione del dannato, così come appare ai suoi occhi e a quelli del lettore della  Divina Commedia, Doré apre il suo sguardo in una visione netta, orrifica ma pulita, del paesaggio infernale, cercando di mettersi nella tragica situazione di quanti "devono lasciare ogni speranza".

Diversa è la condizione esposta da Amos Nattini. Nato nel 1892 e morto nel 1985, Nattini conobbe e lavorò per Gabriele D'Annunzio, che lo incitò a compiere le cento tavole ad acquerello con cui l'artista volle illustrare l'intera  Commedia (unica eccezione è quella a olio dedicata al I canto del  Purgatorio). L'artista risente del clima epico ed eroico degli anni in cui si trovò a vivere: i "superuomini" a cui Stefano Roffi ha paragonato i suoi dannati, più che personaggi non rassegnati alla disperazione, sembrano forzati sul punto di esplodere in una forma di ribellione assoluta che potrebbe portarli a sopraffare lo stesso Caronte, il tragico traghettatore infernale.

La carnalità violenta, prorompente e sensuale dei personaggi illustrati da Nattini - non c'è anima, ma solo corpo nelle sue tavole - ci allontana sia dalla visione di Scaramuzza che talora tende a rappresentare le anime morte semiavvolte in una nebbia che le nasconde in parte alla nostra vista, sia alla drammatica percezione di Doré, che sottolinea la condizione senza speranza dei dannati accentuandola con la visione tesa e oscura del paesaggio infernale.

Per quanto le circa cinquecento opere esposte illustrino tutte le cantiche della  Commedia, in queste righe abbiamo fatto riferimento quasi esclusivamente all' Inferno, che meglio si presta a stimolare in maniera feconda la fantasia degli artisti. D'altronde, lo stesso Dante, con riferimento al  Paradiso, non nasconde di avere visto, lì, cose difficili da riferire a parole.


Divina Commedia. Le visioni di Doré, Scaramuzza, Nattini, a cura di S. Roffi, Cinisello Balsamo (Milano), Silvana Editoriale, 2012, 335 pagine, 30,00 euro.

 

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