Rivista "IBC" XXIII, 2015, 2

didattica, inchieste e interviste, leggi e politiche

Una tesi di laurea indaga sul grado di accessibilità dei musei archeologici dell'Emilia-Romagna, suggerendo soluzioni a costo limitato per migliorarla.
Reperti senza barriere

Paola Naldi
[laureata in Museografia nella Facoltà di lettere e filosofia dell'Università di Bologna]

La curiosità a volte spinge a fare azioni che in genere non si farebbero. Nel mio caso mi ha portato a compiere una ricerca, a tratti estenuante, su un tema che fino a non molto tempo fa non mi toccava per nulla. Sono malata dal mio concepimento, ma solo a 16 anni si sono manifestati i primi sintomi di una malattia rarissima, chiamata "NF2", indotta da una mutazione genetica. Per anni ho cercato di ignorarla, fino a quando non ho più potuto fingere. Nel frattempo mi sono ritrovata in una posizione particolare: sorda e non sorda, cieca e non cieca (almeno non a norma di legge). 1 Di conseguenza, nelle biglietterie museali, di verificavano situazioni svariate: biglietto normale, entrata libera, riduzione...

Questo dettaglio del biglietto ha cominciato a colpirmi, in modo particolare, durante il mio corso di studi universitario in Archeologia e culture del mondo antico. 2 La riflessione mi ha portato a considerare su vasta scala il problema del comportamento dei musei archeologici nei confronti delle disabilità motorie e sensoriali, partendo dalle disposizioni dell'Organizzazione delle Nazioni Unite e da quelle europee, per arrivare alle norme in vigore a livello regionale, in particolare nella mia terra, l'Emilia-Romagna. Se non ho considerato le disabilità cognitive non è perché avessero un valore inferiore, ma perché sono priva di competenze a riguardo.

E così ho iniziato a cercare la normativa inerente, i manifesti redatti a conclusione di convegni dedicati al tema, 3 le mostre e i percorsi museali utili alla mia ricerca. Ma in tutto questo, purtroppo, non potevo ignorare le mie varie disabilità, che mi limitavano non poco, prima fra tutte la sordità totale, sopraggiunta una volta terminato il liceo. Di qui la dipendenza da altri per arrivare fisicamente a un museo e parlare con i responsabili; di qui anche l'obbligo a usare le informazioni scritte, che mi portava a constatare l'inesistenza di dispense sulla maggioranza degli eventi e ad attendere (a volte invano) le risposte alle mie richieste di informazioni inviate per e-mail.

L'evoluzione della malattia mi ha inoltre costretto all'inattività per lunghi periodi. Ma per me l'argomento era così importante che non mi sono arresa. Ho scritto decine di email in tutta Italia ricevendo innumerevoli preziosi aiuti, ho passato ore su Internet a raccogliere materiale, ho visitato musei da Rimini a Parma grazie a un marito disponibile. E siccome ho il "vizio" di cercare gli aspetti positivi in tutto, ho concluso che avere impiegato tanto tempo per concludere la tesi sia stata un'enorme fortuna perché altrimenti avrei perso l'occasione di raccogliere moltissime informazioni. I dati raccolti non costituiscono una scoperta eccezionale, eppure ho notato che sono quasi sempre percepiti come una novità da chi lavora nei vari musei con cui ho avuto contatti.


Fino alla fine degli anni Settanta del Novecento il problema della disabilità e quello dell'integrazione nella società di chi ne è colpito, erano poco considerati a livello globale. Anche se l'ONU se ne preoccupava dagli anni Quaranta, infatti, solamente nel 2006 essa ha prodotto una convenzione con valore giuridico universale, creando molteplici aspettative per il suo grande contenuto e spostando l'attenzione dal deficit alla persona  in toto, al suo valore umano e al suo potenziale contributo sociale. 4 Finalmente tutti, almeno sulla carta, avevano gli stessi diritti di libertà, quindi, tra questi, anche il diritto di godere del patrimonio culturale. La Convenzione ONU, in Italia, è stata poi ratificata nel 2009 e da allora le istituzioni culturali hanno fatto enormi progressi, anche se sono ancora lontane dal traguardo.

Fin dagli anni Ottanta, nel nostro paese, è stata emanata una copiosa legislazione in materia, ma non in modo unitario e spesso con lunghe pause e con analisi poco diffuse. Il  corpus normativo, derivato soprattutto da dichiarazioni di principi e prescrizioni tecniche assemblate in alcune leggi sparse, è caotico e disorganizzato. È diventato comunque uno dei migliori a livello europeo, occupandosi dei problemi più urgenti: barriere architettoniche, accessibilità agli edifici, servizi igienici. Purtroppo ha tralasciato alcuni aspetti fondamentali, tra cui la fruizione della cultura nei musei e nei siti archeologici. Se infatti si può entrare senza difficoltà nella toilette e usufruirne, ma non si può godere altrettanto di quanto è esposto nel museo, perché accedervi?

Il mondo della disabilità è vario e vasto: ogni disabilità porta con sé specificità e particolarità difficilmente inquadrabili in maniera univoca: per unire accessibilità e cultura, quindi, anziché ricercare soluzioni da manuale andrebbero pensate ogni volta nuove soluzioni. Perché se i gradini di accesso, e altri ostacoli così evidenti, si vedono, ci sono barriere invisibili, e quindi non considerate, che potrebbero essere risolte in modo semplice e a basso costo.

Il punto di partenza per rendere universalmente accessibile un museo non è solo il progetto ma la mentalità e la sensibilità, che arrancano e faticano ad affermarsi. Così, in tempi di crisi, ci si nasconde dietro al timore di dover progettare soluzioni troppo costose, fattibili unicamente da esperti, giustificandosi con vincoli e deroghe che in realtà potrebbero trovare soluzioni di compromesso. Non agevola poi che siano limitatissime le sovvenzioni di iniziative museali stabili che non riguardino la solo disabilità motoria. Aspettando di uscire dalla recessione, insomma, chi ha deficit permanenti rischia di morire senza aver apprezzato il nostro meraviglioso patrimonio!


Un rapido accenno ai limiti che ho potuto riscontrare nei musei (limiti che difficilmente risultano tali per chi non ha problemi fisici) può iniziare dalle difficoltà che incontrano sordi e ipoacusici. Per queste persone sono barriere insormontabili presentazioni, conversazioni, conferenze e video esplicativi senza sottotitolatura e trascrizioni, una mancanza che si riscontra quasi sempre, nonostante che oramai, grazie ai programmi scaricabili dalla rete, la soluzione avrebbe un costo minimo. Inoltre il rumore di sottofondo è un notevole problema poiché, nonostante i luoghi comuni, i totalmente sordi sono solo una minoranza dei non udenti.

La scelta di comunicare in modo esclusivo con la lingua gestuale dipende principalmente da fattori culturali e non anatomici. Molti sordi, con estrema fatica, hanno imparato a parlare e a non usare gesti. Il fatto è che tra gli stessi non udenti si porta avanti una discussione decennale su oralismo e gestualità, creatrice di equivoci e confusione. Quindi, anziché sporadici eventi con costosissimi interpreti di LIS (la lingua italiana dei segni) è più saggio e realistico che il museo escogiti altre soluzioni, anche se portatrici di minor visibilità.

Per ipovedenti e ciechi gli ostacoli più frequenti sono costituiti dagli improvvisi cambiamenti di illuminazione, dalle segnalazioni o informazioni fornite esclusivamente in forma scritta, oppure redatte con un testo troppo piccolo e/o senza contrasto tonale. Si riscontrano negli ultimi anni, a livello globale, quindi anche in Italia, progetti di "arte da toccare", un approccio che sta diventando di moda e colpisce molto l'immaginario collettivo, "ricordandosi" finalmente di chi ha problemi di vista. L'esperienza tattile è bellissima, ma non si dovrebbe limitare unicamente, come quasi sempre accade, a eventi temporanei e a oggetti isolati, come se bastasse un'opera su mille per definire una mostra "accessibile" a tutti.

Lo scopo ultimo della mia indagine è stato mostrare come la riprogettazione del museo in chiave di accessibilità riguardi professionalità già esistenti ma da rinnovare, come sia realizzabile escogitando soluzioni a basso costo e coinvolgendo tutti in modo paritario. Questi accorgimenti riguardano tutti i tipi di pubblico, disabili e non: infatti un museo più inclusivo e a misura d'uomo non può che essere maggiormente apprezzato da ogni individuo, e compie così una delle sue missioni, cioè trasmettere cultura, in modo più incisivo.

Quindi, dopo aver "abbattuto" il muro costituito da una serie di pregiudizi (sui disabili, intesi spesso come pesi da sopportare o da compatire, o sull'impraticabilità dei progetti, dovuta ai costi o alle complicazioni della legge) occorre valorizzare ciò che si ha, sotto vari aspetti. Partendo dagli oggetti: nel caso dei musei archeologici, per esempio, i depositi museali conservano innumerevoli manufatti dello stesso tipo e non ritengo sia un danno inestimabile renderne uno toccabile e permetterne, così, il godimento generale. Ma vanno ripensate anche le professioni già esistenti per reinventarle con modalità nuove e scoprire che unendo gli sforzi si può fare qualcosa di innovativo e coinvolgente per tutti, senza stravolgere l'esistente ma semplicemente adattandolo con piccoli accorgimenti e a prezzi modesti (utilizzando la cosiddetta "filiera dell'accessibilità" di cui parla il "Manifesto di Matera"). 5 Senza dimenticare le risorse umane presenti al di fuori del museo, come volontari e associazioni di disabili, che potrebbero essere di grande aiuto, sia durante le visite, sia incidendo audioguide da ascoltare sui lettori mp3.


Concludendo, accenno un piccolo vademecum pratico per i musei che vogliano intraprendere questa strada:

· il personale, innanzitutto, dovrebbe prestare molta attenzione nello svolgere il proprio servizio, senza mostrare imbarazzo né compassione verso chi ha deficit: per esempio, in presenza di sordi occorre mostrare il viso all'utente, senza gesticolare né parlare troppo adagio. Per citare un caso di eccellenza, nei Musei Vaticani si può usufruire di una guida per sordi oralisti. 6 L' optimum sarebbe ciò che è stato realizzato al Colosseo, dove si può fare autonomamente il percorso turistico grazie alla dotazione di smartphone con sottotitoli, soluzione ancora inavvicinabile per la maggioranza delle strutture museali italiane (ma l'utilizzo di codici Quick Response e di applicazioni da scaricare sul proprio cellulare potrebbe limitare molto i costi);

· nei pannelli esplicativi bisognerebbe usare caratteri più grandi, con contrasto cromatico e con testi più brevi, prevedendo poi approfondimenti per chi è desideroso di saperne di più. Si inviterebbe così maggiormente alla lettura qualunque utente (dal ragazzo all'anziano, allo straniero), favorendo nel contempo quei disabili uditivi che a volte possiedono un linguaggio meno eloquente;

· guide e audioguide dovrebbero essere concepite e redatte con maggiore attenzione, in modo da essere chiare e dirette (per tutta l'utenza);

· i filmati e i video esplicativi dovrebbero essere sottotitolati (per chi ha ipoacusia e sordità totale);

· bisognerebbe sfruttare il più possibile la multisensorialità e creare itinerari accessibili anche a chi non può contare su tutti i cinque sensi, aggiungendo per esempio, ai percorsi visivi, altrettanti percorsi tattili e olfattivi.


Come rilevano le indagini condotte nel 2008 e nel 2013 nell'ambito del progetto "Godimento dei beni culturali e disabilità", che ha coinvolto solo una piccola parte dei musei dell'Emilia-Romagna, c'è ancora molto da fare. 7 Di questi, pochissimi hanno lavorato per il superamento delle barriere sensoriali e cercato di far comprendere la chiave di lettura del museo. Un esempio recente viene dal Museo civico di Belriguardo, a Voghiera, nel Ferrarese, dove però, nel contesto di una bellissima struttura appena rinnovata, i pannelli esplicativi contengono enormi spazi vuoti con scritte microscopiche.

Ma qualcosa si muove all'orizzonte, come dimostra il corso internazionale "Fare partecipazione al museo. Metodi e approcci per l'accessibilità e l'intercultura", svoltosi a Milano tra l'aprile e il maggio del 2015, organizzato da "Musei senza barriere" (progetto focalizzato all'inclusione) a "ABCittà officina del futuro" (cooperativa di professionisti che da anni si occupa di progettazione partecipata e facilitazione). 8 Le parole chiave delle giornate di formazione sono state accessibilità e intercultura: alla ricerca di soluzioni pratiche per avvicinare al museo tutti, non soltanto chi ha qualche disabilità.


Note

( 1) La legge 5 febbraio 1992 numero 104, più nota come legge 104/92, è il riferimento legislativo "per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate" ( www.legge104.it).

( 2) Il Decreto ministeriale 239 del 20 aprile 2006, all'articolo 1, comma 3, stabilisce che nei monumenti, musei, gallerie, scavi di antichità, parchi e giardini monumentali "è consentito l'ingresso gratuito ai cittadini dell'Unione europea portatori di handicap e a un loro familiare o ad altro accompagnatore che dimostri la propria appartenenza a servizi di assistenza socio-sanitaria" ( www.beniculturali.it/mibac/multimedia/MiBAC/documents/1226565861658_DM_239_2006.pdf).

( 3) Si possono leggere, per esempio, gli atti del convegno "Turismo 2.0. Accoglienza in tutto e per tutti" che si è tenuto a Torino il 3 dicembre 2014 in occasione della "Giornata internazionale delle persone con disabilità":  www.turismabile.it/info/convegni/199-convegno-turismo-2-0-accoglienza-in-tutto-e-per-tutti.

( 4) Per consultare la "Convenzione ONU sul diritto alle persone con disabilità":  www.unric.org/html/italian/pdf/Convenzione-disabili-ONU.pdf.

( 5) Per consultare il "Manifesto di Matera sull'accessibilità universale":  www.sociale.it/wp-content/uploads/2014/10/Manifesto-Matera.pdf.

( 6mv.vatican.va/2_IT/pages/z-Info/Didattica/MV_Info_Didattica_05_sordi.html.

( 7ibc.regione.emilia-romagna.it/istituto/progetti/progetti-1/godimento-del-patrimonio-culturale-e-disabilita.

( 8museisenzabarriere.org.

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