Rivista "IBC" XIX, 2011, 2

inchieste e interviste, progetti e realizzazioni

In sedia a rotelle, da solo, negli spazi del nuovo Museo d'arte contemporanea di Roma. Un test rivela quanto sia importante, quando si costruisce una struttura nuova, progettarla in modo che sia accessibile a tutti.
Nei panni degli altri

Alessandro Califano
[Centro ricerca e documentazione arti visive, Roma]

È buona norma per un curatore - e pratica abbastanza condivisa - percorrere ogni giorno, al di là di motivi contingenti, gli spazi espositivi del proprio museo. In parte per controllare che tutto proceda come dovuto, in parte per quella serendipity che a volte ispira felici intuizioni. Altrettanto buona norma - ma tale pratica è meno diffusa - è condividere temporaneamente spazio e funzioni di altri professionisti della stessa istituzione: l'ufficio relazioni con il pubblico, la biglietteria, il servizio di custodia e sicurezza, i percorsi delle imprese di pulizia e manutenzione. Assai meno frequente, invece - anche se molti condividono, almeno in teoria, la necessità di adattare il messaggio espresso dalle collezioni ai diversi pubblici - è la diretta immedesimazione con l'ottica di un visitatore.

Certo, pedagogia e psicologia dell'infanzia vengono in aiuto per darci un'idea di come giovani o giovanissimi guardano (o non guardano) alle collezioni. Certo, i parametri dell'educazione degli adulti ci guidano nel progettare visite guidate coinvolgenti, e norme architettoniche, a volte bizantinamente dettagliate, assicurano che un disabile possa accedere alle sale espositive. Ma è poco frequente che un curatore si metta, per così dire, nei panni dell'altro e segua da cima a fondo un percorso espositivo, levando, nel farlo, gli occhiali da vista, attutendo i suoni che si dà per scontato udire, muovendosi su di una sedia a rotelle.

Approfittando di una situazione ottimale abbastanza rara nella vita lavorativa di un professionista dei musei (l'avere assistito all'intero processo di trasformazione che ha preceduto l'apertura di un nuovo padiglione in un'istituzione museale preesistente), chi scrive ha percorso in sedia a rotelle tutti gli spazi del nuovo Museo d'arte contemporanea di Roma (MACRO): l'ala progettata da Odile Decq dal 2004 e inaugurata il 3 dicembre 2010. È un percorso su tre livelli che va dall'ingresso alla lobby, dagli spazi espositivi alla libreria, dalle passerelle sospese agli ascensori, dalla ristorazione ai servizi, dal guardaroba al terrazzo che copre parte del nuovo edificio (www.macro.roma.museum).

L'indagine che qui si riassume è parte di un molto più ampio Risk Assessment del MACRO, elaborato da chi scrive. Arricchito di grafici, filmati e fotografie, esso verrà raccolto in una monografia di prossima pubblicazione. Ma già solo questa analisi, che descrive le impressioni di un visitatore in sedia a rotelle limitatamente al piano d'accesso al museo, offre spunti di riflessione volti a favorire una politica museografica più inclusiva e democratica.

L'androne della nuova ala del museo, aperto sullo stretto cortile d'accesso alla lobby, lascia spaziare la vista sulla libreria e provoca sensazioni ambivalenti. La palina con il campanello per richiedere assistenza all'ingresso è ben posizionata, contrassegnata da un cartello leggibile a distanza, ma la pavimentazione lascia a desiderare. Seguendo una soluzione già vista - al Museo di Quai Branly a Parigi, ma anche nel restauro dell'ufficio postale di Ridolfi (1932) in piazza Bologna a Roma - i lastroni inglobano dei faretti per l'illuminazione dal basso. Qui, però, si sono voluti creare dei giochi di luce inclinando i lastroni, invece che i fari sottostanti, creando un pavimento irregolare. Questo può disturbare ipovedenti e anziani, ma costituisce un vero pericolo per la stabilità di una sedia a rotelle. Appare evidente come l'aspetto estetico abbia qui avuto la priorità sulle considerazioni legate all'accessibilità e alla fruibilità degli spazi.

Perplessità anche per il vialetto d'accesso verso la lobby: il percorso a zigzag impone varie correzioni direzionali, mentre la sua sopraelevazione rispetto alle due aree circostanti costituisce un pericolo, anche per un pedone, nel caso si finisca fuori tracciato. La soluzione (non la tortuosità, però!) si giustifica con l'esigenza di evitare che sul sentiero si accumulino pozze d'acqua in caso di pioggia. Ma una diversa soluzione - come realizzare una canalizzazione sottostante ai lastroni del percorso - avrebbe permesso di mantenere le aree circostanti a una quota leggermente più elevata, riducendo le conseguenze di una fuoriuscita dal tracciato e forse permettendo anche un drenaggio migliore delle acque.

Il campanello per la richiesta di assistenza all'ingresso, visto nell'androne, rivela tutta la sua importanza una volta giunti al portone di accesso alla lobby: aprire da soli il massiccio battente, controllando con l'altra mano la sedia a rotelle, sarebbe impossibile. Una porta rotante ad avvio automatico avrebbe consentito maggiore autonomia anche a un visitatore disabile. All'interno della lobby, mentre libreria e biglietteria (un po' alto, il bancone, calibrato su di un adulto in posizione eretta) sono chiaramente visibili, pur in assenza di segnaletica, non può dirsi altrettanto del guardaroba e dei servizi, celati dietro il box dell'auditorium.

Il bordo dell'auditorium è parzialmente sollevato rispetto al pavimento, che scende obliquo fino alla base del box. Questa differenza di quota suscita perplessità: cadendo ai bordi del box, un oggetto scivolerebbe fino alla sua base - a una distanza di qualche metro, vari decimetri più in basso. Recuperarlo sarebbe disagevole anche per una persona in buone condizioni fisiche, costretta a calarsi carponi fino in fondo alla trincea (l'ho visto però fare di routine agli addetti alle pulizie). Proprio a ridosso della base del box, inoltre, sono disposti dei potenti fari per l'illuminazione dal basso (nessuno dotato di schermatura di sicurezza). Anche qui, si cercava chiaramente un effetto estetico, piuttosto che la fruibilità e la messa in sicurezza di uno spazio.

È appena il caso di ricordare che una perdita d'acqua dal soffitto a vetri della lobby (era previsto anche un gioco d'acqua, al momento disattivato) verrebbe convogliata almeno in parte proprio lungo il dislivello alla base del box dell'auditorium. Prescindendo da un corto circuito, perché creare uno spazio privo di bocchettoni di scolo delle acque, costringendo quindi a eliminarla manualmente? È bene ricordare, a questo proposito, che qui non si tratta di lavori di adattamento di un preesistente edificio - ove le soluzioni precedenti possono, entro certi limiti, legare le mani a chi intervenga poi - ma di un edificio progettato ex novo per le funzioni che deve espletare. Le pecche funzionali devono pertanto considerarsi come vere e proprie incoerenze progettuali.

Aggirato il box dell'auditorium, a cui accedono due pedane metalliche in leggera pendenza, si giunge al guardaroba. Anche qui, il bancone è troppo alto per una sedia a rotelle. La parte mobile del bancone, tuttavia, che costituisce al tempo stesso l'accesso per gli operatori, è inclinata e consente di porgere senza sforzo giacche e borse. Nondimeno, pure in questo caso si avverte una carenza nella valutazione dell'impatto funzionale di una scelta estetica. Incuriosito da un vistoso strappo nella divisa della persona addetta al servizio, ho chiesto spiegazioni. La mia fonte, confermata da una seconda persona addetta di passaggio, mi ha rivelato che erano stati almeno quattro o cinque, fino a quel momento, gli incidenti che hanno visto un addetto impigliarsi nel terminale a becco acuto della parte mobile del bancone, con danni al vestiario, anche se fortunatamente non alle persone.

È una scelta estetica, quella dei terminali a becco, che sembra quasi un marchio di fabbrica della nuova ala del museo. La ritroviamo nella libreria, dove il diverso materiale - legno e cristallo, anziché metallo - è già scheggiato e scolorito a pochi mesi dall'inaugurazione, proprio a causa degli urti involontari alle estremità assottigliate e appuntite dei banconi espositivi, a mo' di prora navale. Il punto più rischioso, per chi si muova su di una sedia a rotelle (ad altezza di bambino!) è il bancone della cassa, la cui estremità punta direttamente al viso. Malgrado la nuova libreria sia assai più vasta di quella allestita nel vecchio edificio, i percorsi tra i banchi sono poi angusti, rendendo in alcuni punti difficoltoso il passaggio contemporaneo di una sedia a rotelle e di un pedone.

Ma è un altro punto, più inaspettato, quello dove estetica e fruibilità divergono nettamente. I servizi igienici sono ben visibili dal guardaroba, ma restano sacrificati fra un pilastro e l'auditorium per chi provenga dalla direzione inversa. L'accesso è disagevole: una porta conduce a un vestibolo, dove altre due porte danno sulla parte riservata alle donne e quella riservata agli uomini. L'apertura di entrambe richiede una certa forza muscolare. Poi, certo, il lavabo a isola centrale, con le luci rosse e blu che si riflettono sulla ceramica, ripetute a perdita d'occhio nelle pareti a specchio, produce un effetto piacevole. Spiacevole risulta però, a questo punto, l'accesso al bagno per i disabili. Una volta aperta, con la consueta difficoltà, la porta che chiude il vano, esso si rivela così angusto che il passaggio dalla sedia a rotelle al vaso sanitario appare pressoché impossibile, nonostante la presenza dell'apposita maniglia a parete. Manovrare una sedia a rotelle, sia pure leggera come quella da me usata, risulta estremamente difficoltoso. Con una sedia a rotelle appena più massiccia, muoversi sarebbe impossibile. Pecca quanto mai grave, questa, che riduce a esercizio velleitario l'indubbia cura estetica riservata alla progettazione dei servizi igienici.

Anche altrove, la sicurezza, o quantomeno il benessere, di un visitatore disabile non sono stati tenuti adeguatamente da conto, a livello progettuale o esecutivo. Consideriamo in primo luogo la sezione dedicata ai video, che si diparte dalla lobby. Un'improvvisa pendenza verso il basso dell'ambiente in penombra è accompagnata da una pavimentazione che offre scarsa presa. Fare marcia indietro con la sedia a rotelle ha richiesto uno sforzo fisico notevole e prontezza di riflessi, risorse che non possono darsi per scontate. Basterebbe in realtà molto poco: per esempio, una segnaletica orizzontale che evidenzi l'inizio della pendenza (da evitare, sempre, il rosso per gli affetti da daltonismo - meglio il giallo e il nero). Delle grandi "V", come quelle che sulla cartografia stradale consentono di cogliere a colpo d'occhio il grado di inclinazione, basterebbero a mettere sull'avviso il visitatore.

Vi è poi la grande sala espositiva, a cui si accede (come alla lobby stessa) attraverso una doppia porta di cristallo e metallo. Generalmente è disponibile un addetto per l'apertura del battente all'ingresso e altrettanto avviene all'uscita (ma con solerzia minore: gli addetti sono disposti all'esterno, nella lobby). Ma pure qui sarebbe bastato prevedere una porta ruotante per rendere più autonomi i visitatori, e meno evidenti i tempi morti degli addetti. I cartelli esplicativi, però, sono posti, così come nella sala all'ammezzato, all'altezza giusta per risultare ben leggibili anche dal basso.

La progettazione si rivela tuttavia particolarmente manchevole nello spazio inferiore rispetto alla scalinata che dalla lobby conduce al primo piano, a metà altezza della lobby stessa. La scala si solleva infatti gradualmente dal pavimento, senza che sia stata prevista, identificata e segnalata una zona di rispetto che eviti urti involontari contro il montante obliquo. Anche in questo caso, sono i visitatori più indifesi a essere più a rischio: oltre a disabili e ipovedenti, anziani e bambini. Basterebbe una recinzione mobile per ridurre sensibilmente i rischi.

Su sedia a rotelle, abbandonare il livello della lobby significa utilizzare gli ascensori. Ve ne sono due, che collegano i piani inferiori del parcheggio alla lobby e poi al ballatoio del primo piano e al terrazzo che corona l'edificio (definirlo il "belvedere" ha poco senso, dato che gli edifici circostanti sono più alti del terrazzo). Nel giorno in cui ho svolto il mio percorso su sedia a rotelle, uno dei due ascensori era bloccato. Le mie fonti mi hanno confermato - io stesso lo avevo verificato in altre due occasioni - che questo è capitato altre volte. Fallibilità dei mezzi meccanici, potrebbe obiettarsi. E però, in questo caso, le conseguenze non sono banali. Progettati per risparmiare spazio, ognuno degli ascensori consente al massimo l'accesso di una sedia a rotelle e di una o due persone. Evidentemente i tempi di movimentazione dei visitatori si allungano in modo inaccettabile, e questo accade in un edificio che è progettato proprio per l'accesso e la movimentazione di un numero elevato di persone, disabili compresi.

In estrema sintesi, possiamo dire che diverse difficoltà all'accesso e alla piena fruibilità degli spazi museali da parte di un visitatore su sedia a rotelle sono riconducibili a una progettazione architettonica e di allestimento quantomeno disattenta. Se però alcune pecche sono strutturali, non facilmente risolvibili altro che con un intervento radicale, altre sono invece veniali e correggibili con pochi mezzi. È auspicabile che, con il tempo, almeno questi elementi vengano corretti per il meglio.

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