Rivista "IBC" XXII, 2014, 1

musei e beni culturali / mostre e rassegne, storie e personaggi

Santarelli, Mambrini, Aldini: alla loro passione si deve se anche nel territorio forlivese l’antichità si è fatta museo. Una mostra racconta le loro storie.
Percorsi diversi per l'antico

Silvia Bartoli
[direttrice del Museo archeologico civico "Tobia Aldini", Forlimpopoli (Forlì-Cesena)]

Ha fatto parlare di sé la mostra “Santarelli, Mambrini, Aldini curatori delle Antichità”, allestita nella prestigiosa cornice dei Musei San Domenico di Forlì e conclusasi il 6 gennaio 2014. Molta curiosità, certo, hanno suscitato i “reperti” esposti, alcuni mai prima presentati al pubblico; ma oggetto di commenti e utili riflessioni sono state anche le ragioni che erano sottese all’iniziativa, scaturita dalla volontà di avviare finalmente un dialogo fra le tre realtà museali più importanti e storicamente “riconosciute”, in ambito archeologico, del territorio forlivese. Un dialogo mai tentato in precedenza, che ora, supportato dalle pubbliche amministrazioni, finalmente ha preso le mosse da un progetto scaturito “dal basso”: dalla domanda di chi, operando all’interno dei musei da tempo, è ben consapevole dello straordinario potenziale in termini di conoscenza, di costruzione di identità e di aggregazione sociale che questi luoghi della memoria rappresentano per le comunità di appartenenza. Si sa che il dialogo (che dell’“intesa convenzionata” tra enti e istituzioni tra loro diverse è logica premessa, come ha insegnato Ezio Raimondi) richiede disponibilità al confronto e presuppone un metodo di rapporto alla pari, nutrito dalle reciproche competenze, conoscenze, esperienze. E dai saperi.

Promossa dalla Soprintendenza per i beni archeologici dell’Emilia-Romagna, dal Comune di Forlì (con il Museo archeologico “Antonio Santarelli” e l’Unità fondi antichi, manoscritti e raccolte Piancastelli della Biblioteca comunale “Aurelio Saffi”), dal Comune di Forlimpopoli (con il Museo archeologico civico “Tobia Aldini”), dal Comune di Galeata (con il Museo civico “monsignor Domenico Mambrini”), l’esposizione si è avvalsa del progetto scientifico curato da Monica Miari e Annalisa Pozzi, Cristina Ambrosini, Antonella Imolesi Pozzi, Caterina Mambrini, oltre che dalla scrivente, con la collaborazione di Flora Fiorini, Giuseppe Michelacci e Sveva Savelli. Di Sergio Spada è stato il progetto grafico. Questi, dunque, i soggetti che hanno partecipato al primo tentativo di costruire una rete di relazioni fra tre musei della stessa realtà territoriale con l’auspicio che le maglie della trama attuale possano diventare, nel tempo, sempre più fitte, strutturate, articolate.

Da decenni, in fondo, si parla di reti e di sistemi museali: in taluni casi la loro realizzazione ha avuto esiti positivi, seppur sempre perfettibili; mentre in altri, invece, sono rimasti solo contenitori vuoti di esperienze mai avviate o addirittura miseramente fallite, soprattutto quando i progetti sono stati calati “dall’alto” e sono mancati effettivi e reali coinvolgimenti proprio delle strutture e degli stessi operatori museali. Come altre fortunate e virtuose esperienze in ambito romagnolo, anche il caso della mostra di Forlì ha fatto intendere che sempre la costruzione di un sistema relazionale trova il suo fondamento nei principi di sussidiarietà: un termine astratto che si manifesta poi in fatti concreti, nella scelta di fare squadra, nel desiderio e nel piacere di lavorare insieme, nell’aspirazione al mettersi in gioco, uscendo quindi definitivamente da quella visione municipalistica e strapaesana che per troppo tempo ha condizionato l’esistenza delle “piccole” istituzioni culturali e museali.

In questa direzione, in prima linea, ci sono proprio gli operatori museali, ai loro vari livelli: consapevoli che solo nuove forme di cooperazione fra i musei locali (siano esse fondazioni, istituzioni, consorzi o associazioni) possono offrire alle civiche amministrazioni la possibilità di mantenere aperti e vitali questi luoghi, veri e propri “capitali di valore” culturale e sociale, continuando a garantire tutela e conservazione dei patrimoni, progettualità scientifica e adeguati processi di valorizzazione e promozione. Rinnovati appelli, per così dire, sono pervenuti anche dalla mostra di Forlì: a considerare nuovi metodi gestionali per i piccoli musei, tanto più nell’attuale situazione di grave sofferenza finanziaria che penalizza proprio gli enti locali e le realtà più periferiche del nostro territorio.

Una seconda ragione a fondamento della mostra forlivese, non meno cogente, e per questo posta nella giusta evidenza, consiste nella volontà di valorizzare, in termini di conoscenza e di fruizione, lo straordinario patrimonio archeologico e documentale custodito nei musei e negli archivi del territorio forlivese, conosciuto e apprezzato fino a oggi soprattutto dagli addetti ai lavori, ma poco conosciuto (o, addirittura, sconosciuto) ai più.

D’altra parte, senza tenere nel giusto conto questa esigenza, verrebbe meno una delle funzioni fondamentali di un’istituzione culturale pubblica e di una mostra che sul patrimonio locale fonda la sua stessa ragione di essere: la funzione che consente di educare e di incrementare la coscienza e la conoscenza di questo patrimonio all’interno delle proprie comunità. 1Non è forse sul patrimonio acquisito, infatti, che si fonda la nostra cultura e la nostra identità? E non è dunque questo il patrimonio che si deve inevitabilmente preservare nel presente per la migliore costruzione della società di domani? Un patrimonio che, come è opportuno, deve essere sempre inclusivo, mai esclusivo.


L’occasione della mostra, pertanto, ha consentito di togliere un po’ di polvere dai reperti: in alcuni casi si è proceduto a veri e propri interventi di restauro; ha permesso la rilettura e l’aggiornamento di dati, il recupero di alcuni materiali dai depositi. Per tutti vale la loro riproposizione al pubblico secondo una chiave di lettura del tutto originale: “L’enorme potenzialità della cultura materiale degli oggetti concreti, delle cose reali, delle fonti primarie risiede” – infatti – “nella possibilità di una rilettura che non ha mai fine”. 2

Per attuare gli obiettivi prestabiliti – fare rete e valorizzare il patrimonio conservato nei musei – si è dunque scelto di partire dalle figure dei direttori alla cui memoria oggi le tre istituzioni sono intitolate: il forlivese Antonio Santarelli (1832-1920), il galeatese monsignor Domenico Mambrini (1879-1944), il forlimpopolese Tobia Aldini (1935-2003). Veri e propri pionieri dell’archeologia, numi tutelari delle memorie storiche delle loro comunità, alla cura delle antichità hanno dedicato, con passione, tenacia, assoluta abnegazione, la loro vita. Attraverso l’esposizione si è inteso far conoscere il lavoro paziente, meticoloso e silenzioso che essi hanno svolto e che solitamente resta occultato dietro a ogni reperto esposto; si è voluto in qualche modo riscattare l’impegno da loro profuso per la conservazione, la tutela, la valorizzazione del patrimonio archeologico locale.

In un percorso di tipo cronologico, lungo il quale si snoda la storia dei 150 anni della tutela del patrimonio nazionale e il racconto dei più significativi rinvenimenti occorsi nel territorio, in maniera assolutamente inusuale per una mostra archeologica si è scelto di accompagnare l’esposizione dei materiali da essi raccolti e conservati (una selezione fra i più rappresentativi dei tre musei) con le carte recuperate dagli archivi pubblici e privati: pubblicazioni, corrispondenze, relazioni, appunti, disegni e schizzi, presentati al pubblico per la prima volta in questa occasione.

I visitatori hanno potuto ammirare nuovamente i reperti provenienti dagli scavi dei siti della Bertarina di Vecchiazzano o di Villanova di Forlì, già esposti nella mostra “Quando Forlì non c’era. Origine e popolamento umano dal Paleolitico al IV sec. a.C.” (allestita a Palazzo Albertini dal settembre 1996 al marzo 1997) ma qui corredati dai documenti vergati dalla mano dello stesso Santarelli; accanto a essi, materiali di altrettanto pregio e interesse, tra cui quelli pervenuti al museo forlivese tramite donazione (come lo straordinario corredo della tomba di guerriero da Carpena) o quelli acquisiti da Santarelli grazie al suo pluridecennale incarico di ispettore onorario alle antichità per la Provincia di Forlì: emblematica, a questo proposito, è l’esposizione dell’insegna di fullonica proveniente dall’area del Melatello di Forlimpopoli ed entrata nelle raccolte forlivesi nel 1878, a testimoniare l’attività di cura e l’incisiva azione di tutela e di valorizzazione da lui svolta su tutto il territorio forlivese.

Al museo di Galeata si è voluto dare risalto ai materiali raccolti da monsignor Domenico Mambrini e confluiti in quella sua personalissima e variegatissima collezione che, dopo la sua morte e in ossequio alle sue volontà, ha costituito il nucleo fondante del museo civico oggi valorizzato nel recente riallestimento all’interno del convento dei Padri Minori di Pianetto. Di Mambrini si è inteso evidenziare lo straordinario intuito che, avvalendosi delle ricerche sul campo e dei lunghi studi condotti sugli archivi locali, lo portò a individuare l’esatta ubicazione della città umbro-romana di Mevaniola e dell’area della villa di Teoderico.

Per la sezione forlimpopolese si è ricostruito invece il lungo percorso di formazione delle collezioni museali, partendo dall’esposizione di alcune lapidi già descritte da Matteo Vecchiazzani nella sua Historia di Forlimpopoli del 1647, e recuperando la memoria di Andrea Benini (1901-1986), al quale si deve, negli anni Trenta del Novecento, l’avvio della raccolta sistematica dei reperti archeologici all’interno della Rocca e la fondazione del museo, avvenuta nel 1961. Di tutto questo patrimonio si fece carico successivamente Tobia Aldini, nominato nel 1972 primo direttore del museo. Ad Aldini va il merito di aver dato un impulso forte e significativo agli scavi archeologici forlimpopolesi, allo studio e alla valorizzazione dei materiali e di avere attuato, nella sua trentennale attività di maestro elementare, azioni efficaci di formazione ed educazione nei confronti delle generazioni più giovani.


Dalla mostra, quindi, è scaturito un ritratto originalissimo dei nostri tre direttori: tre personaggi apparentemente così distanti per epoca storica, formazione e condizione sociale, ma accomunati tutti da profondissima umanità e umiltà, da un’unica e straordinariamente moderna visione del bene comune. Un fil rouge sottilissimo, individuato nella prefazione apposta dallo stesso Santarelli al primo volume degli Autografi, volume tuttora custodito all’interno della Biblioteca “Aurelio Saffi” di Forlì, presso i “Fondi antichi, manoscritti e Fondo Piancastelli”.

Questa prefazione è stata letta come una sorta di testamento morale dell’archeologo forlivese, che però esprime bene il senso del lavoro svolto da tutti e tre i direttori, e per questo motivo è stata trascritta all’avvio del percorso espositivo: “Se qualche giovane, sentendosi attratto dai geniali studi di cose antiche porrà gli occhi su queste carte, si farà capace, come anche ai piccoli come io sono, possa essere dato talvolta di acquistare credito e grazie presso ai maggiori; e senza averlo preteso e sperato, divenire loro compagno in lavori scientifici non privi di interesse”.

Santarelli, Mambrini, Aldini: alla loro volontà, alla loro passione e alla loro competenza si deve se anche nel territorio forlivese l’Antico si è fatto Museo.


Note

( 1) Si veda in proposito la definizione di “museo” fornita dall’International Council of Museums: icom.museum/the-vision/museum-definition/.

( 2) E. Hooper-Greenhill, I musei e la formazione del sapere. Le radici storiche, le pratiche del presente, Milano, Il Saggiatore, 2005, p. 254.

 

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