Rivista "IBC" XX, 2012, 3

linguaggi, pubblicazioni

Uraziån al Sgnåur, ala Madòna, ai Sant. La preghiera in dialetto bolognese, a cura di G. Gallerani, E. Pagani e R. Serra, Bologna, Edizioni Pendragon, 2012.
Sgnåur, a vâg a lèt

Ivan Orsini
[IBC]

Il libro Uraziån al Sgnåur, ala Madòna, ai Sant offre al lettore una silloge di preghiere in dialetto bolognese. Non si tratta di una raccolta esaustiva di tutti i canti religiosi prodotti e diffusi sul territorio felsineo e nelle aree limitrofe ma di una cernita che ha preso le mosse da una documentazione raccolta direttamente dalla voce degli abitanti della provincia di Bologna: l'intervistatore/ricercatore si è assunto il compito, non lieve, di dare una fisionomia precisa ai testi avvalendosi di una versione attualizzata della grafia tradizionalmente usata per il dialetto bolognese.

Il rigore sotteso a questa fatica editoriale traspare dalla segnalazione, sempre puntuale e mai irrilevante, dell'informatore, più esattamente della sua identità ed epoca di appartenenza. Così capiamo a quale ambiente linguistico appartiene ciascuna orazione, e inoltre possiamo farci un'idea della longevità di tali preghiere. La collazione tra le varianti testuali diatopiche di una medesima preghiera, a partire da una preliminare ripartizione delle orazioni per tipologia e non per area di provenienza, lascia intravedere da un lato la ricchezza di queste tradizioni popolari, libere da soffocanti schematismi, dall'altro lato le increspature del mare magnum vernacolare, su cui tra l'altro affiorano spesso nuove soluzioni fonetiche, e talora forme morfologiche e lessicali dall'inattesa natura ibrida, sospesa tra dialetto e lingua.

Sfogliando le pagine si squaderna davanti agli occhi una pluralità di orazioni in cui, a predominare, è la variazione minima, la sfumatura, che conduce, a volte quasi impercettibilmente, verso un nuovo dettato. Sono rinvenibili, comunque, alcuni nuclei tematici su cui convergono i pensieri, le aspettative, le illusioni e le speranze dell'orante, ma pure i suoi timori, neanche troppo latenti. Uno di tali nuclei fa perno su quel momento della giornata dell'uomo che nel corso dei millenni è stato caricato di fortissimi valori metaforici: la sera. L'istante in cui ci si corica, e si stanno per chiudere gli occhi, vive l'angoscia dell'ignoto, di quel territorio buio del sonno in cui si entra una volta varcata la soglia della perdita di coscienza. In quei momenti il cattolico bolognese medita sull'eventualità che il sonno lo conduca nell'aldilà, e proprio perciò, nella trepidazione, invoca in aiuto il Signore, la Madonna e i santi, come se fossero i componenti di una grande famiglia, capaci di proteggerlo dalle insidie. Spesso chiama i santi suoi fratelli, perché tre si pongano vicino alla testiera del letto e tre ai piedi di questo, e richiede la protezione del Signore o di san Giuseppe, nel ruolo di figura paterna, e della Vergine, in qualità di madre. Si rivolge poi all'arcangelo Michele perché gli sollevi l'anima, gliela pesi e la trasporti nel luogo di beatitudine per eccellenza, in Paradiso.

A volte, invece, ci imbattiamo in invocazioni a santi come Biagio e Lucia, in cui, più semplicemente, si richiede l'intervento provvidenziale contro "mali minori", come un bruscolo nell'occhio, o il classico mal di gola. Questi e altri testi devozionali sono solitamente pronunciati da adulti, a prescindere dal sesso; altri, invece, sono attribuiti a bambini. Si tratta di discorsi, e non a caso vengono definiti "sermoni", che la tradizione faceva recitare ai bimbi in occasione della più importante festività cattolica, il Natale. Nei decenni passati, i piccoli erano spettatori virtuali dell'esistenza umile e stentata, al freddo, di Gesù Bambino, accudito però dai genitori, dal bue e dall'asinello, ed esprimevano in dialetto tutto il loro stupore, misto ad ammirazione e compartecipazione alle sofferenze. La recita del sermone si concludeva con la richiesta di due soldini, di una mancia che in un certo senso denunciava l'effettiva ragione della recita: Dêm la mância, ch'ai ò bèla détt al mî sarmunzén (testo numero 97, verso 8).

Di là dalle differenze contenutistiche e situazionali, le orazioni raccolte in questo volume condividono un comune armamentario metrico e prosodico: versi di lunghezza variabile, assonanze e rime baciate, a volte alternate o incrociate; tutte preziose risorse mnemoniche, insieme all'iterazione. Ci congediamo dal libro con la speranza che questo filone di ricerca possa continuare a offrire nuovi dati e spunti per la ricerca dialettologica, e con la consapevolezza che la religiosità popolare in dialetto rappresenta un territorio ancora in buona parte da esplorare, soprattutto nel rapporto con la liturgia e la teologia ufficiali, con i testi della Chiesa e con le orazioni in lingua.


Uraziån al Sgnåur, ala Madòna, ai Sant. La preghiera in dialetto bolognese, a cura di G. Gallerani, E. Pagani e R. Serra, Bologna, Edizioni Pendragon, 2012, 170 pagine, 15,00 euro.

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