Rivista "IBC" XIX, 2011, 4

musei e beni culturali / convegni e seminari

"La memoria dei contadini. Musei, biodiversità e saperi della terra", Santarcangelo (Rimini), Museo degli usi e costumi della gente di Romagna, 9 novembre - 11 novembre 2011.
I saperi della terra

Marcello Tosi
[giornalista]

Il "sapere contadino", repertorio di usanze, pratiche e interpretazioni del mondo da conservare, o "risorsa strategica" utile per il futuro? È stata la domanda al centro del convegno "La memoria dei contadini. Musei, biodiversità e saperi della terra" che il Museo degli usi e costumi della gente di Romagna di Santarcangelo (Rimini) ha accolto dal 9 novembre all'11 novembre 2011 (www.metweb.org/eventi/memoriacontadini). Promosso dal Comune e dall'Istituto dei musei comunali di Santarcangelo, insieme alla Società italiana per la museografia e i beni demoetnoantropologici, l'appuntamento ha proposto tre giorni di workshop, incontri e tavole rotonde.

Per Mario Turci, direttore dell'Istituto dei musei comunali, un museo etnografico non può più essere solo un contenitore della "storia e memoria dei contadini", ma deve mettersi a servizio di un mondo che sta cambiando. "C'è come un cortocircuito" - spiega - "che lega l'emergenza agricola, il diminuire dello spazio coltivabile, l'impoverimento del terreno e delle biodiversità, al ruolo che possono avere i musei in questo tempo di crisi. Attraverso il convegno siamo riusciti a mettere insieme tante realtà, dai diversi comitati alle associazioni di categoria del mondo agricolo, a Slow Food, ai responsabili di musei dell'agricoltura, ai referenti di Terra Madre, alla Rete italiana per la giustizia ambientale e sociale, al gruppo di Valliano di Montescudo che restaura oggetti del lavoro agricolo. Volevamo raccogliere le tessere di un mosaico di alleanze, riflettendo sulla salvaguardia di quel bene comune che è la terra. E la conclusione del convegno ha visto, come atto simbolico, la presentazione di un disegno di legge per dedicare in tutta Italia, alla memoria contadina, la giornata dell'11 novembre, il 'giorno dei mezzadri'".

Il Museo degli usi e costumi della gente di Romagna compie 40 anni, e questo incontro si è posto quindi come obiettivo anche quello di indagare una possibile alleanza fra cultura e agricoltura, per raccontare il bisogno di rispettare la terra partendo dalle realtà esistenti, dagli orti all'associazionismo. "Per ritrovare" - sottolinea Turci - "il senso di far parte di un organismo vivo, del lavorare insieme in piccoli gruppi, e la speranza di un cambiamento dal basso".

Luciano Trentini, direttore del Centro servizi ortofrutticoli di Ferrara (CSO), ha posto in evidenza come un sistema qualità trovi le sue radici anche nella storia, come si può vedere attraverso la raccolta dei manifesti dell'ortofrutta e dei prodotti trasformati di aziende romagnole tra Ottocento e Novecento. I progetti di formazione e promozione del CSO, rivolti ai mercati europei ed extraeuropei, sono finanziati in ambito comunitario per circa 15 milioni di euro. Come è accaduto, per esempio, per le patate di Bologna DOP (Denominazione di origine protetta), divenute prodotto di pregio grazie alle varie innovazioni e allo sforzo delle associazioni di produttori. Ma si può anche diffondere la conoscenza di prodotti creduti perduti, come l'anguria di Bagnacavallo, recentemente ritrovata, dopo mezzo secolo, presso un agricoltore emigrato in Canada.

Introducendo La scommessa del calesse, un filmato prodotto dall'Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna (IBC), i volontari Enrico Guiducci e Romano Nicolini hanno raccontato l'esperienza di ausilio che nel Museo di Montescudo ruota intorno al laboratorio di restauro qualificato di attrezzi agricoli, promosso dall'IBC a partire dal 2005. L'attività ha visto l'impiego di manodopera locale formatasi sotto la guida di maestri istruttori, con l'obiettivo di gestire nel tempo la conservazione e la manutenzione ordinaria dei manufatti conservati nel museo, a iniziare da un grande carro agricolo, l'elegante calesse del primo Novecento che ha dato il nome al gruppo. Il metodo adottato permette di mantenere il segno del tempo, la personalità dell'oggetto, e ora prosegue su macchine da trebbiare, seminatrici, aratri, pompe del vino, stringendo altre collaborazioni, tra cui quella con lo stesso museo etnografico di Santarcangelo.

L'Associazione nazionale civiltà contadina, con sede a San Leo, presieduta da Alberto Olivucci, promuove attività tipicamente locali come la salvaguardia delle sementi, per riprodurle e conservarle. "Su cataloghi esteri" - ha spiegato Olivucci - "ho trovato pagine dedicate a sementi cancellate dai registri europei, tolte dal mercato. Un nuovo orizzonte si è aperto andando in cerca di una vera biodiversità. Dal 2004, con il sostegno della comunità montana, ho cominciato a girare per la Valmarecchia per sentire gli anziani. Poi il progetto è proseguito con le scuole dove vengono organizzati orti conservativi per salvare i semi. Allargando la ricerca, sono saltati fuori fagioli di ogni tipo, i semi di pomodoro 'corna di bue' di Casteldelci, lo scalogno di Pennabilli, il fragolino 'della fretta', e così via. Uno scrigno pieno di varietà, belle da vedere e buone da mangiare".

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