Rivista "IBC" XIX, 2011, 2

mostre e rassegne, pubblicazioni

A Roma, in occasione del Centocinquantesimo dell'Unità d'Italia, l'Emilia-Romagna si racconta mettendo in mostra i suoi simboli, le sue eccellenze, la sua identità.
150: la Regione si presenta

Vasco Errani
[presidente della Regione Emilia-Romagna]
Carlo Lucarelli
[scrittore]

La partecipazione della Regione Emilia-Romagna alla manifestazione "Regioni e testimonianze d'Italia", che si è svolta a Roma dall'1 aprile al 3 luglio 2011 in occasione dei 150 anni dell'Unità d'Italia, ha costituito un momento di confronto e riflessione rispetto ai precedenti giubilei del 1911 e del 1961, che pure avevano accostato le singole realtà territoriali ma mancavano di quella cifra politico-culturale e amministrativa che la nascita delle Regioni nel 1970 ha comportato. Molte altre sono le iniziative che l'Emilia-Romagna ha realizzato e sta curando con il comitato scientifico appositamente nominato per sottolineare tale anniversario (www.regione.emilia-romagna.it/150): qui diamo un rapido cenno all'impianto dell'evento romano che si articolava in tre postazioni per tutte le regioni, su un format curato dalla società "ComunicareOrganizzando" con l'intento di proporre un quadro di ciò che si è realizzato in ciascuna di esse e che, muovendo dai dati di un passato anche recente, si proietta sulla futura progettualità dell'intero Paese.

La prima postazione prevedeva uno stand per ogni regione ed era ambientata in quattro grandi aree della capitale: il Palazzo di Giustizia, Castel Sant'Angelo, Valle Giulia e l'Ara Coeli. Lo stand dell'Emilia-Romagna, situato negli spazi esterni del Palazzo di Giustizia, era introdotto da un video in cui lo scrittore Carlo Lucarelli, scelto come testimonial, ha proposto la sua idea di regione (più avanti se ne può leggere il testo). Dopo una sezione che ricordava i precedenti giubilei, si passava all'area dedicata alla cronistoria, che proponeva alcune delle date fondamentali dall'Unità a oggi, con una selezione di dati statistici per mostrare l'evoluzione sociale e i risultati ottenuti dalla regione nei più diversi ambiti. A supportare questi numeri, e a raccontare quegli anni e i traguardi conseguiti, c'erano dei materiali documentari e un montaggio di video realizzato in collaborazione con Home Movies - Archivio nazionale del film di famiglia di Bologna, nonché una grande carta storica. Lo spazio successivo era dedicato al personaggio che la regione ha individuato quale suo simbolo: Giuseppe Verdi, inteso non solo come protagonista della fase strettamente risorgimentale, ma come personalità che continua a significare nel mondo la grandezza musicale e artistica di questa terra.

Da qui si apriva la sezione "La regione si presenta", dove una serie di pannelli e un touchscreen, che il pubblico poteva interrogare, individuavano settori d'eccellenza: dalla sanità al turismo, dalle attività produttive all'ambiente, dal sociale alla cultura. Anche la presenza di oggetti ha contribuito, in modo esemplificativo, a delineare l'immagine odierna del territorio. Si è puntato sulla ceramica che, grazie ai più sofisticati risultati raggiunti nella ricerca e nell'applicazione industriale, dimostra come questa materia, emblematica della produzione del territorio emiliano-romagnolo fin dall'antichità, oggi non significhi solo suppellettili e decori, ma piastrelle del tutto innovative e una risorsa rivoluzionaria nell'ambito biomedico.

Anche un altro ambito, quello dell'architettura e dell'urbanistica dell'ultimo cinquantennio è stato ben documentato nello stand attraverso i progetti che hanno riguardato i padiglioni fieristici di Bologna e gli edifici a questi connessi, che prevedevano un'espansione della città e delle sue architetture contemporanee verso nord e nei quali si è inserita l'opera di Kenzo Tange. Sono stati presentati anche i progetti per la nuova stazione di Bologna, per quella mediopadana di Reggio Emilia e per quella di Parma.

L'ultima sezione del percorso espositivo, dedicata alla "Diversità nell'Unità", si apriva con un omaggio a Guglielmo Marconi, pioniere del wireless: è stato esposto il prototipo del detector magnetico ideato dal nostro premio Nobel nel 1902. In questo spazio sono stati proposti tre progetti emblematici per il futuro della regione: l'autostrada Cispadana, la creazione dei tecnopoli, la nuova politica energetica. Nell'area esterna allo stand è stata esposta l'auto Avio 815, costruita da Enzo Ferrari nel 1940 con motore Fiat, prima della nascita del marchio con il cavallino donato da Francesco Baracca; nello stesso spazio è stato ospitato un recentissimo modello Ferrari.

La seconda postazione, ambientata al Vittoriano, presentava un'esposizione collettiva in cui ciascuna regione ha proposto quattro oggetti d'arte significativi del percorso artistico e culturale del proprio territorio dal 1861 a oggi. Per l'Emilia-Romagna sono stati individuati: Antonio Fontanesi (Reggio Emilia, 1818 - Torino, 1882) con il quadro La solitudine, del 1875; Giovanni Boldini (Ferrara, 1842 - Parigi, 1931), con La donna in nero che guarda il Pastello della signora Emiliana Concha de Ossa, realizzato intorno al 1888; Giorgio Morandi (Bologna, 1890-1964) con Natura morta, del 1948; Carlo Zauli (Faenza, 1926-2002) con Cubo alato, un'opera in gres del 1988. Per questa esposizione è stato realizzato un apposito catalogo; un altro volume illustra l'organizzazione generale della mostra "Regioni e testimonianze d'Italia": in quest'ultimo le pagine dedicate all'Emilia-Romagna accolgono, corredati da foto di Luigi Ghirri, il testo del presidente Vasco Errani (qui riproposto) e uno di Edmondo Berselli.

La terza postazione regionale, all'Aeroporto internazionale Leonardo da Vinci, proponeva la testa del motore bicilindrico desmodromico Ducati del 2006 (due valvole, raffreddato ad aria, cilindrata 1000 centimetri cubici). Il sistema desmodronico è impiegato nella moto Ducati Desmosedici GP11 di Valentino Rossi. Due postazioni video, infine, erano dedicate all'Azienda regionale di promozione turistica e al Museo Casa natale di Enzo Ferrari, che sarà inaugurato entro il 2011.

La partecipazione della Regione, coordinata dall'Istituto per i beni culturali, è divenuta anche una proficua "prova di unità" tra i colleghi delle varie direzioni coinvolte: una corale occasione di lavoro che ha arricchito le dinamiche professionali e umane di chi vi ha partecipato. Vi invitiamo a visitare il sito della Regione (www.regione.emilia-romagna.it/notizie/2011/marzo/apre-la-mostra-201cregioni-e-testimonianze-d2019italia201d) e quello dell'IBC (www.ibc.regione.emilia-romagna.it/wcm/ibc/menu/dx/07parliamo/storico/eventi/150_italia_unita.htm).

[Valeria Cicala]


Il nostro futuro ha buone radici

Vasco Errani

Se guardiamo l'Emilia-Romagna di 50 anni fa possiamo riconoscerla, non la sentiamo estranea. Nella regione di allora troviamo alcuni tratti essenziali ancora vivi oggi, mentre festeggiamo i 150 anni dell'Unità d'Italia. Troviamo le radici, i modi, i valori, le speranze che hanno fatto la cronaca e la storia di questo mezzo secolo.

Possiamo partire ancora da ciò che scrisse Riccardo Bacchelli. "Non frequente, e caratteristico, è il fatto che il nome della regione provenga poi da un'opera d'arte, da un manufatto e che sia nome di strada, significa di per sé paese aperto, di traffico, transito, scambi, mistioni: per altro, senza dimettervi il proprio carattere storico, ché altrimenti il paese non avrebbe assunto né serbato né riassunto un proprio nome. L'importanza inoltre, dal nome dichiarata, d'un manufatto, indica la preminenza e la necessità che in tal paese ebbero e hanno l'operato dell'ingegno e dell'industria umana, e il lavoro nel senso lato e pieno della parola".

Abbiamo una storia gloriosa nelle nostre radici. Il nome di questa regione conferma che abbiamo saldi i piedi nella storia romana: portiamo con forza il ricordo dell'antica via consolare, la Via Emilia, e assieme dell'Impero romano d'Occidente che ebbe Ravenna per capitale. Ma siamo anche figli della storia più recente, quella che ha fatto dell'Emilia-Romagna allo stesso tempo una terra ricca e una terra solidale.

Dovunque ci conoscono e ci amano per la nostra cucina, perché sanno che amiamo i prodotti della terra e la nostra agricoltura. Per le nostre piccole e medie imprese e per la fantastica capacità di esportare in tutti i mercati del mondo. Eppure la ricchezza non ci ha impedito di costruire città mediamente più belle e più vivibili, dove le differenze sociali sono più limitate che nel resto del Paese. Abbiamo realizzato servizi sociali e alla persona che hanno aiutato uomini e donne a vivere meglio la vita quotidiana e a progettare meglio il loro futuro. Avevamo, certo, la più antica Università del mondo ma abbiamo anche sostenuto l'istruzione per il maggior numero di cittadini e abbiamo promosso attività culturali diffuse e innovative.

In quegli anni sentivamo di essere un motore potente di un Paese, l'Italia, che voleva viaggiare veloce e andare lontano. Non abbiamo perduto quello spirito e quella volontà. Certo, oggi la sfida è più difficile: cinquant'anni fa eravamo in pieno boom economico, oggi stiamo attraversando la più dura e complicata crisi economica dal 1929. E dunque? Dove volgere lo sguardo a 150 anni dall'Unità d'Italia?

Come ha affermato recentemente il Presidente Amato, "non è il passato a decidere che siamo una Nazione. Il passato è ciò che noi vogliamo ricavarne a seconda del futuro che scegliamo". Quindi limitarsi a richiamare storia e tradizione può significare poco: il problema è il messaggio che ci viene per l'oggi, come stare uniti, come rispondere alla vera sfida odierna per un Paese come l'Italia e una regione come l'Emilia-Romagna, ossia che ruolo giocare nel mondo della globalizzazione.

Penso alle prospettive per i giovani, al profondo cambiamento della geografia umana dovuto all'immigrazione di questi anni. A ciò che questo significa per la coesione sociale e per la qualità della nostra democrazia. Secondo punto: il tema dell'operato dell'ingegno e dell'industria umana torna di attualità. Si è chiuso un ciclo di relazioni industriali e si è modificato in profondità il senso del lavoro. Terzo punto, che riassume forse anche gli altri: la vita quotidiana, l'istruzione, il sapere, la salute, il lavoro riconducono tutti al tema della comunità. L'Emilia-Romagna, per storia e per scelta, è un luogo aperto, di transito, di ospitalità e di scambi. Ma a ogni incrocio si produce una nuova comunità e una nuova identità.

Ecco, io credo che la nostra scelta e la nostra sfida siano proprio queste: continuare a essere l'Emilia-Romagna degli ultimi 50 anni, ovvero la terra dell'identità in cammino, in un Paese ricco di cultura e di relazioni. Una comunità che sa scegliere le buone radici perché sa scegliere un buon futuro.


Tante cose, tutte diverse e tutte insieme

Carlo Lucarelli

Per chiamarci non basta una parola sola: Emilia-Romagna, emiliano-romagnoli. Ce ne vogliono almeno due, e anche un trattino per unirle, e poi comunque non bastano neanche quelle. Perché siamo tante cose, tutte insieme, tutte diverse.

Un inverno continentale, con un freddo che ti ghiaccia il respiro e un'estate tropicale che ti scioglie la testa, e a volte tutto insieme, come dice Pier Paolo Pasolini: "L'inverno col sole e la neve".

Pianure che si perdono piatte all'orizzonte e montagne tra le più alte d'Italia, la terra e l'acqua che si fondono alle foci dei fiumi in un paesaggio che sembra di essere alla fine del mondo, città d'arte e distretti industriali, le spiagge delle riviere che pulsano sia di giorno che di notte, e spesso soltanto una strada, o una ferrovia, a separare tutto questo. E noi le viviamo tutte, queste cose, nello stesso momento, perché siamo gente che "lavora a Bologna, dorme a Modena e va a ballare a Rimini" - come diceva Pier Vittorio Tondelli - e ci sembra comunque la stessa città, che si chiama Emilia-Romagna.

Siamo tante cose, tutte diverse e tutte insieme.

Per esempio, siamo una regione nel cuore dell'Italia, quasi al centro dell'Italia, eppure siamo una regione di frontiera. Siamo anche noi un "trattino", una cerniera tra il Nord e il Sud, e se da nord a sud vuoi andare, devi passare di qui, dall'Emilia-Romagna, che, come succede a tutte le frontiere, qualcosa da e qualcosa prende, a chi passa e soprattutto a chi resta. Magari perché qui ci è venuto a studiare, a lavorare o anche solo a divertirsi, ma poi ha deciso di viverci su questa terra, che non è soltanto un luogo, un posto fisico in cui stare, ma soprattutto un modo di fare e di vedere le cose.

Perché, per esempio, qui la terra prende forma e diventa vasi e piastrelle di ceramica, la campagna diventa prodotto, anche la notte, il mare e il divertimento diventano industria: qui si fa, veloci e diretti come le strade che attraversano la regione, così dritte che sembrano tirate col righello, e si fa per avere, certo, anche per essere, ma si fa soprattutto per stare: per stare meglio.

Gli asili, le biblioteche, gli ospedali, le macchine più belle del mondo: in nessun altro posto, come qui, quando la gente va a tavola parla così tanto di quello che mangia, lo racconta, ci litiga: l'aceto balsamico, il ripieno dei tortellini, la cottura della piadina. E mica solo questo: sono più di quattromila le ricette depositate in Emilia-Romagna. Ecco, la gente lo studia quello che mangia, perché ogni cosa, anche la più terrena, anche il cibo, anche il maiale, da noi diventa cultura e diventa filosofia. Però, non resta mica lassù, per aria: poi, la si mangia. Se, negli altri posti, menti e cervelli si incontrano e dialogano nei salotti, da noi, invece, lo si fa in cucina.

Perché siamo gente che parla, che discute, che litiga, gente che a stare zitta proprio non ci sa stare, e allora ci mettiamo insieme per farci sentire, fondiamo associazioni, comitati, cooperative, consorzi, movimenti, per fare le cose con un cuore che batte come un motore a quattro tempi, con una testa che sogna cose fantastiche, ma con le mani che poi ci arrivano, a farle, quelle cose lì. E quello che resta da fare, va bene: diventa un altro sogno.

A volte ci riusciamo e a volte no, perché tante cose vuol dire anche tante contraddizioni. Che spesso non si fondono per niente, anzi, contrastano proprio, però convivono sempre.

Tante cose, tutte diverse e tutte insieme.

Perché questa è una regione che per chiamarla, per raccontarla, un nome solo non basta.

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