Rivista "IBC" XVIII, 2010, 2

Dossier: Che il viaggio non sia stato inutile - Il Novecento: storie, memorie e luoghi

Per un futuro consapevole

Massimo Mezzetti
[assessore alla Cultura della Regione Emilia-Romagna]

Siamo da pochi anni usciti dal XX secolo ed entrati in un nuovo millennio, e mi domando: ha ancora senso ricordare, ritrovarci tra noi, impegnare il Paese, le istituzioni in imprese per "ricordare", per studiare, per fare ricerca, per parlare dei luoghi o, meglio ancora, come dice Patrizia Tamassia introducendo questo dossier, dei "segni della memoria"? C'è forse chi, come scriveva Vittorio Foa in un suo libro, "guarda al passato perché rifiuta l'idea che il presente è necessario", ma c'è anche chi è convinto (fra questi io) che la democrazia è una ricerca politica che non si esplica solo sull'orizzonte del presente ma che, per essere vitale, ha bisogno di comporre entro sé stessa la coscienza di ciò che siamo stati. E questo ha tanto più valore per una generazione come la mia e quelle ancora più giovani.

Desidero allora sollevare due quesiti e cercare, nel limite del possibile, di dare una risposta. Che cosa significa esattamente "memoria"? E perché "fare memoria", con quale scopo? La memoria non è certo un cemento immutabile come un monolite: è sempre in divenire. Gli orizzonti della memoria sono continuamente in movimento, si possono estendere o restringere, approfondirsi o assottigliarsi, per effetto del processo incessante di metabolismo che fa uscire di scena le generazioni più anziane e affacciarsi quelle più giovani. Il fatto che la formazione della memoria sia un processo ci fa capire che nulla è mai stabilmente acquisito e che i contenuti della memoria si modificano in continuazione. Ma allora quello che deve preoccuparci non è che i più giovani modifichino la loro e non condividano la memoria della generazione dei padri, ma il rischio che la memoria si estingua. E questo rischio c'è tutto, è vivo. È il prodotto, diciamocelo, anche di un certo ingessamento monumentale della memoria, che ha perso così la sua capacità attrattiva di essere elaborata e ridefinita, per diventare materia viva.

La memoria, allora, dovrebbe diventare uno strumento per giudicare e analizzare il presente. È l'interpretazione che si dà dei fatti del passato, il modo in cui li si associa e li si legge, che può parlarci del presente e dell'avvenire. È attraverso l'attualizzazione della storia che si fa memoria che si definisce l'identità singola e collettiva. E a questo punto qualcuno potrebbe domandare: perché "fare memoria"? Noi tutti attraversiamo periodi in cui la nostra memoria, collettiva o personale, è vigile, e periodi in cui la nostra memoria va in vacanza. Queste cose, nel nostro vivere collettivo, si verificano periodicamente. Io non credo che noi possiamo con troppa facilità lamentarci perché i giovani non sanno e i giovani non ricordano; generazioni che nascono e crescono non ricordano, perché noi per primi abbiamo messo una sospensione ai ricordi. Ricordare significa restare legati a qualche cosa che forse non abbiamo ancora capito fino in fondo. Quante volte, per esempio, ci siamo detti che la Shoah sia stato un unicum, qualcosa che non si può più ripetere? Purtroppo non credo che si sia trattato di un unicum. Ancora nei giorni nostri si è parlato di pulizia etnica, con tutto quello che ne consegue.

C'è un passo tratto dal libro di Ray Bradbury Fahrenheit 451 che credo esprima efficacemente il senso di quanto vorrei dire: "C'era un buffissimo uccello, chiamato Fenice, nel più remoto passato, prima di Cristo, e quest'uccello ogni quattro o cinquecento anni si costruiva una pira e ci si immolava sopra. Ma ogni volta che vi si bruciava, rinasceva poi subito dalle sue stesse ceneri, per ricominciare. E, a quanto sembra, noi esseri umani non sappiamo fare altro che la stessa cosa, infinite volte, ma abbiamo una cosa che la Fenice non ebbe mai. Sappiamo la colossale sciocchezza che abbiamo appena fatto. Conosciamo bene tutte le innumerevoli assurdità commesse in migliaia di anni e finché sapremo di averle commesse e ci sforzeremo di saperlo, un giorno o l'altro la smetteremo di accendere i nostri fetenti roghi funebri e di saltarci sopra. A ogni generazione, raccogliamo un numero sempre maggiore di gente che si ricorda... E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu risponderai loro: 'Ricordiamo! Ecco dove alla lunga avremo vinto'".

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