Rivista "IBC" XVI, 2008, 4

inchieste e interviste, progetti e realizzazioni

Cesenatico ha inaugurato la nuova sede della Biblioteca comunale. Abbiamo chiesto al direttore com'è cambiata la struttura e come interpreta il suo ruolo.
Il posto delle storie

Liana d'Alfonso
[IBC]

Il 19 ottobre 2008 è stata inaugurata la nuova Biblioteca comunale di Cesenatico (Forlì-Cesena). La Biblioteca possiede circa cinquantamila libri. Dispone di circa cento posti per studio e consultazione, ai quali se ne aggiungono, nella bella stagione, altri trenta nella "Terrazza", la nuova sala di lettura all'aperto. Oltre agli spazi per il prestito, il reference, la videoteca, l'angolo riviste e quotidiani, vi è uno spazio dedicato a bambini e ragazzi, con proposte di lettura anche per mamme e papà. In biblioteca, insieme a libri, DVD, riviste, sono conservati e consultabili anche l'Archivio storico comunale, quello della ex Azienda di soggiorno, e altri archivi.

L'edificio dove ha sede la Biblioteca comunale, progettato nel 1938 come Casa del Fascio, nel dopoguerra ebbe diverse funzioni, tra cui municipio, sede di uffici comunali, scuola. A partire dal 1974 il piano terra fu destinato alla biblioteca e nel 2006 è stata avviata l'attuale ristrutturazione, sulla base di linee guida elaborate dalla biblioteca in collaborazione con la Soprintendenza per i beni librari e documentari della Regione Emilia-Romagna. Approfondiamo le caratteristiche della nuova struttura con il direttore, Davide Gnola.


Come è cambiata negli anni la Biblioteca di Cesenatico?

La Biblioteca è indubbiamente cambiata, anche se ognuno misura il cambiamento su un metro molto personale: io sono entrato qui nella seconda metà degli anni Ottanta, quando partiva il Servizio bibliotecario nazionale in Romagna, e ho vissuto quel periodo difficile, ma anche molto stimolante, durante il quale i bibliotecari cercavano di adattare, alle nuove tecnologie, pratiche e processi mentali nati "su carta".

Detto questo, vorrei però mettere l'accento, più che sul cambiamento, sulla continuità. Penso infatti che se da un lato cambiano le pratiche biblioteconomiche, i media con i quali abbiamo a che fare, le abitudini e i "consumi culturali" del nostro pubblico, resta tuttavia immutata la funzione della biblioteca, che alla fine, come da sempre, continua a far incontrare libri e lettori, a seminare e a coltivare la curiosità intellettuale, a conservare il patrimonio più utile e prezioso che è quello delle conoscenze e delle "storie" degli uomini.

Tutti i bibliotecari sanno che "a library is a growing organism", una biblioteca è un organismo che si sviluppa: cresce come cresce un individuo, non solo in peso e statura, ma mutando e sviluppandosi. Per un organismo "mutante", di questo tipo, è certo indispensabile adeguare le pratiche, ma ancora più necessario è continuare a "ripassare i fondamentali", mantenere la radice solida di una idea di biblioteca e di cultura.

A Cesenatico, la nostra idea di biblioteca, nei cambiamenti che si sono susseguiti in questi ultimi due decenni, è stata guidata da due metafore che devo al magistero prezioso di Ezio Raimondi. Il primo giorno di un corso monografico di molti anni fa, il Professore ci lesse alcune righe della Lezione in cui Roland Barthes parla della letteratura che sta "al trivio", all'incrocio dei linguaggi. È una metafora di grande fascino, che si può estendere alla biblioteca: anch'essa un luogo che intende stare al trivio, all'incrocio dei linguaggi, delle idee, delle storie degli uomini. Nella stessa lezione, Raimondi invitò noi matricole di allora a usare le biblioteche come se fossero dei laboratori dove effettuare i nostri "esperimenti": ancora dunque la biblioteca come un luogo in cui provocare delle "reazioni" facendo collidere e mescolando libri, idee e storie. Queste due metafore sono già un progetto culturale, dal quale abbiamo cercato di fare scaturire tutte le conseguenze operative.


Che tipo di rapporto si è sviluppato con il territorio e gli altri istituti culturali?

Una cosa interessante accaduta a Cesenatico è che la Biblioteca è stata da sempre, sin dalla sua istituzione avvenuta nel 1966, un motore di lavoro e di azione culturale, che ha poi fatto scaturire altri frutti importanti. Per esempio, la nascita della Casa museo "Marino Moretti" si deve alla donazione testamentaria che lo scrittore fece proprio alla Biblioteca comunale, in gran parte a motivo del legame e della fiducia verso Giorgio Calisesi, per molti anni direttore e direi quasi il fondatore di questa Biblioteca. Non si è verificata, qui, quella dicotomia tra la biblioteca e altri istituti e attività culturali accaduta altrove: al contrario, qui la Biblioteca rimane tutt'oggi il centro operativo del servizio che si occupa dei beni e delle attività culturali nel loro complesso. Se aggiungiamo che questa funzione centrale si integra in modo molto forte e "collaborativo" con il turismo e la promozione, possiamo dire che a Cesenatico esiste un piccolo ma interessante "laboratorio", fondato proprio sulla volontà di accettare le sfide poste dai diversi cambiamenti che riguardano il nostro lavoro.


Alla luce delle esperienze realizzate, quale si può dire che sia oggi il ruolo del bibliotecario?

Anche riguardo alla formazione e al ruolo dei bibliotecari, mi piacerebbe uscire da una visione esclusivamente tecnica. Negli anni Ottanta e Novanta avevamo tutti una concezione molto tecnica e specialistica del nostro lavoro, scontrandoci spesso, come anche a me è capitato, con i bibliotecari della precedente generazione che non condividevano la nostra dedizione molto esclusiva alle punteggiature standard e alla casistica del Soggettario. Ora, invece, che abbiamo sistemato i libri nei cataloghi, imparato a usare Internet e cataloghi on-line, credo che si debba aprire la stagione di una biblioteca "militante": certamente non dal punto di vista ideologico, ma per riproporre, e consentire di praticare, una idea di cultura infiltrata in tutti gli aspetti dello spazio civile, come occasione permanente di approfondimento e conoscenza. Una biblioteca "umanistica", che in un mondo sempre più diviso in maniera schizofrenica tra superficialità e specialismi aiuti le persone a ritrovare un semplice e personale filo di Arianna, per non smarrirsi. Un filo che può essere la risposta a domande concrete di informazione e conoscenza, ma anche qualcosa di più generale e indefinito: per esempio l'incontro con libri, persone, occasioni che facciano ritrovare una visione più umana e completa dell'esistenza.

La formazione e la preparazione dei bibliotecari è fondamentale: il problema è che da una parte sono necessarie competenze "tecniche" adeguate e soprattutto aggiornate (occorre, per esempio, aver dimestichezza con i vari formati del mondo digitale e con le strategie e le risorse della rete, come la si aveva e la si deve ancora avere con tipografie, caratteri, repertori); dall'altra parte, però, rimangono sempre necessari, e anzi lo diventano ancora di più, quel background vasto, quella curiosità e disciplina intellettuale che restano i requisiti fondamentali della professione. Non so dire se per altri mestieri sia diverso, ma so per certo che il primo dovere del bibliotecario è di chiedersi ogni mattina come il mondo sta cambiando e come realizzare quell'opera di interpretazione e di mediazione culturale che è fondamento del mestiere, nei diversi compiti e prassi che ognuno esercita, dal reference alla catalogazione, dall'organizzazione di iniziative alla direzione.

Personalmente, a dispetto dei luoghi comuni, ho sempre pensato che essere bibliotecari significa essere uomini (più spesso donne) d'azione, direttamente coinvolti nelle ragioni del nostro lavoro: ciò che ci rende capaci di interpretare e mediare le esigenze dei nostri utenti è, semplicemente, essere come loro, condividerne passioni, desideri, necessità; coltivare lo stesso campo e dunque scambiarsi idee, strumenti, opportunità. La biblioteca rimane ancora il luogo migliore per svolgere il lavoro culturale, quello fatto di lettura, confronti, scrittura; in aggiunta, è diventata anche un luogo gradevole, piacevole, dove portare i bambini quando non si sa più cosa inventarsi; dove passare a leggere il giornale e la rivista che interessa; dove recuperare dai DVD tutti i film che non siamo riusciti a vedere. Il bibliotecario deve essere ecumenico, accogliere tutti, condividere le loro ragioni, cercando di dare quel contributo di conoscenza che solo lui può offrire.


Nel realizzare la nuova struttura, quali sono state le scelte sul piano della dimensione e della articolazione degli spazi?

Progettando le "forme" della biblioteca, ossia gli spazi e le modalità con cui si organizza e si presenta, non si può quasi mai concepire un organismo che cresce indefinitamente. Abbiamo pensato a una biblioteca "leggera", con spazi bene individuati e caratterizzati da alcune funzioni forti: innanzitutto l'accoglienza, la fase decisiva in cui si deve realizzare e superare l'impatto tra la struttura e chi decide di entrarci; per questo, l'ingresso è molto ampio, e vuole suggerire un prolungamento della piazza sulla quale l'edificio si apre. In questo luogo, quindi, cerchiamo di svolgere una buona parte dell'intera attività della biblioteca: il prestito di libri e video, la lettura di giornali e riviste, il servizio di reference.

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