Rivista "IBC" XV, 2007, 2

biblioteche e archivi / convegni e seminari, leggi e politiche, storie e personaggi

Rileggiamo le parole di un maestro della biblioteconomia che sapeva parlare, all'unisono, da esperto bibliotecario e da saggio intellettuale.
Una legge contro le leggi

Luigi Crocetti
[già presidente dell'Associazione italiana biblioteche]

Il 23 marzo 2007, nel corso del Salone ferrarese del restauro, si è rinnovato il consueto appuntamento con "Conservare il Novecento", l'incontro di studio organizzato in collaborazione tra la Soprintendenza per i beni librari dell'Istituto beni culturali della Regione Emilia-Romagna, l'Associazione italiana biblioteche (AIB) e l'Istituto centrale per la patologia del libro. Il convegno di quest'anno, "Le memorie della voce", dedicato ai documenti sonori e audiovisivi, e alle complesse esigenze che il trattamento, la fruizione e la conservazione della memoria dei suoni pongono anche nell'epoca digitale, ha visto la compartecipazione della Discoteca di Stato - Museo dell'audiovisivo e dell'Associazione nazionale archivistica italiana.

Mancava solo la presenza saggia e confortante di Luigi Crocetti, scomparso pochi giorni prima a Firenze. Crocetti, che nel 2000 aveva tenuto a battesimo il ciclo di "Conservare il Novecento" e poi lo aveva puntualmente seguito nel corso degli anni, è stato bibliotecario della Biblioteca nazionale centrale di Firenze, responsabile del Servizio beni librari della Regione Toscana, direttore del Vieusseux e presidente dell'AIB.1 Ma soprattutto è stato un maestro capace di adattare alla realtà italiana gli strumenti del lavoro quotidiano tipici della biblioteconomia internazionale: dalla traduzione dell'International Standard Bibliographic Description alla cura delle varie versioni della Classificazione decimale Dewey. La nostra rivista, che ha avuto più volte l'onore di ospitare i suoi contributi, lo ricorda con il testo dell'intervento al convegno "Leggi in biblioteca" (Reggio Emilia, 7 novembre 1997) in cui si discutevano le ipotesi di revisione della legge regionale n. 42 del 1983 sulle biblioteche di ente locale.2

 

Già dal titolo vi sarete resi conto che non si tratta di una riflessione organica sui problemi delle leggi regionali; piuttosto di una serie di osservazioni che derivano sostanzialmente da una esperienza che ho fatto e che credo sia anche l'unico mio titolo per essere presente qui. Un'esperienza ormai lontana (sono cose di più di vent'anni fa), quando fu preparata la legge regionale toscana per le biblioteche: la prima e sola legge toscana su questa materia poiché essa è tuttora in vigore dal 1976, e le modificazioni successive non ne hanno modificato gli assunti fondamentali. Alla frammentarietà di queste riflessioni intorno alle leggi regionali si deve anche aggiungere lo svantaggio di parlare per ultimo, cioè dopo avere ascoltato cose molto interessanti, molto importanti, che durante la mattinata mi hanno indotto a cambiare qualche idea in maniera rapidissima: questo genera una specie di caos mentale, e mi scuserete se il discorso sarà un po' confuso.

Vorrei cominciare raccontando un aneddoto riguardante, appunto, il periodo di elaborazione di questa legge regionale toscana (33 del 1976; ne esiste un'accurata documentazione: La legge toscana per le biblioteche, a cura di Francesco Gravina, Firenze, Giunta regionale toscana, 1977). La Giunta, naturalmente, la proponeva al Consiglio e il testo iniziale, quello da cui si partiva, era stato anche materialmente scritto da Franco Balboni (un bibliotecario che qualcuno di voi ricorderà: un grandissimo bibliotecario che purtroppo ci ha lasciati troppo presto) e da chi vi parla. La nostra tecnica era stata d'inzeppare il testo di tutto ciò che desideravamo ed era possibile dire, pensando: dai e dai qualcosa rimane, non riusciranno a cancellare tutto - e infatti in sostanza è poi andata così. Ma nelle discussioni iniziali in sede di commissione consiliare per la cultura - cui anche noi funzionari eravamo chiamati a partecipare - la minoranza non era d'accordo su niente. La Giunta era allora una giunta di sinistra, la gran parte della minoranza era la Democrazia cristiana. A un certo punto si arrivò a un temibile stallo (la Giunta non voleva imporre a tuttti costi una sua legge su una materia simile); finché Balboni e io proponemmo d'inserire una piccola frase (in verità tutt'altro che proustiana) affermante che le biblioteche avrebbero svolto i loro compiti e operato le loro acquisizioni "con criteri di imparzialità e nel rispetto delle varie opinioni" (art. 2). Questo cambiò completamente gli umori dei consiglieri, si stabilì un'atmosfera assai più cordiale, alla discussione la minoranza fornì un suo contributo; e si arrivò in un tempo relativamente breve all'approvazione della legge.

Ora vorrei invitarvi a riflettere su questo minuscolo accaduto. Una frase come quella che ho appena citato, che significa, nel testo di una legge per le biblioteche? Non significa niente; e se andiamo a rileggere, più di vent'anni dopo, quel testo, vi troveremo che non solo quella, ma varie altre frasi non hanno alcun significato reale: cioè o sanciscono ciò che è già condiviso da tutti o si limitano ad affermare ovvietà. Vi leggo ora qualche riga di un altro testo legislativo, che dice: "Le biblioteche degli enti locali sono sistemi di raccolta, organizzazione e distribuzione di informazione e documenti al servizio dei cittadini. L'acquisizione, la conservazione e l'offerta alla conoscenza di informazioni e documenti ne costituiscono la funzione primaria, alla cui realizzazione concorrono l'acquisizione, la conservazione e l'offerta alla conoscenza dei beni culturali e degli archivi affidati agli enti locali di cui esse siano depositarie. Esercitano le loro funzioni con criteri di imparzialità, nel rispetto delle varie opinioni e del diritto alla riservatezza e con la garanzia dell'uguaglianza di accesso per tutti". Vi ho letto l'articolo 2 della proposta di legge n. 225, attualmente [nel 1997, ndr] all'esame del consiglio regionale toscano, una proposta di sostituzione della legge in vigore. Tutto ciò che l'articolo dice - a parte una certa ispidezza di espressione - credo sia giusto, ma c'è bisogno d'una legge, c'è bisogno di dirlo in una legge? Sono cose ormai entrate nella coscienza comune di chiunque, di qualsiasi politico, qualsiasi amministratore, qualsiasi bibliotecario, diciamo qualsiasi operatore del settore; e fanno parte anche della coscienza del pubblico. È vero che le leggi devono talvolta anche sancire l'ovvio, ma che ogni nuova legge regionale sulle biblioteche debba ricominciare daccapo mi pare strano.

In ogni modo avrete notato il ripreso motivo dell'imparzialità (con un'aggiunta: l'ormai inevitabile accenno alla riservatezza). Ho detto prima che l'imparzialità in biblioteca non significa niente. Forse era meglio dire: è molto difficile comprendere che cosa voglia dire, ed elevare poi l'imparzialità a criterio. Faccio un esempio. Prendiamo il settore degli acquisti di una biblioteca pubblica: è chiaro che esercitarvi l'imparzialità significherà cercare di acquisire pubblicazioni non tutte di una certa parte ideologica o culturale, far parlare, dagli scaffali, più voci. Questo per le acquisizioni correnti; trasportiamoci un momento alle pubblicazioni del passato, perché anche tra le pubblicazioni del passato si fanno acquisti, se i soldi ci sono e se ci sono le occasioni. Qui quel criterio, anzi i criteri, sono tutt'altri: di ricuperare qualcosa che la biblioteca abbia perduto, per esempio, o d'integrare i fondi della biblioteca con altre pubblicazioni che a suo tempo nella biblioteca non sono entrate, altre pubblicazioni che siano rappresentative degli stessi principi che hanno guidato la costituzione dell'istituto; e provate ad applicarvi al fondo locale con nella mente il criterio dell'imparzialità: non ne cavereste nulla di buono.

I fatti veri sono altri. Le biblioteche, nel loro insieme e singolarmente prese, sono entità troppo complesse per governarle con la faciloneria e la sciattezza di certe leggi. L'Associazione italiane biblioteche ha sempre sostenuto, secondo me giustamente, che aldilà di tutte le enormi diversificazioni che si pongono tra una biblioteca e l'altra c'è qualcosa che le unisce, più forte d'ogni tipologia. Credo molto a questo; ci credo ancor più se lo s'interpreta dalla parte dei bibliotecari: i bibliotecari, cioè, sono tutti accomunati dalla loro professione, un vincolo non corporativo ma deontologico e culturale. Allora legiferare in un'unica maniera e mediante un unico testo per tutti i tipi di biblioteca (che poi, in futuro, potranno anche aumentare se ci saranno nuovi trasferimenti e nuove spinte federalistiche) mi sembra un po' pericoloso. Ma il pericolo non è solo qui. Fin dai primi anni Settanta, appunto da quando sono state costituite le Regioni, ho sempre notato nei bibliotecari, e particolarmente nei bibliotecari degli enti locali, un'acuta ansia di leggi, una spinta a ottenere leggi nella propria regione; e un'altrettanto forte spinta per cercare di ottenere la tanto sospirata legge quadro nazionale per le biblioteche. A questa spinta ha partecipato più volte l'Associazione italiana biblioteche. L'esigenza è ineccepibile di per sé; ma è il momento giusto per porla?

Stamani le parole dell'assessore mi hanno fatto riflettere: nonostante la consapevolezza che sono in corso rivolgimenti, anche di non lieve entità, in direzione federalista, Lorenza Davoli si è dichiarata favorevole a preparare una nuova legge regionale rapidamente, senza attendere altro. Le sue ragioni sono, credo, validissime; ma qui e ora: in Emilia-Romagna e in quest'anno 1997 quasi finito. Per il resto, e cioè per la legge quadro nazionale, che cosa ci attendiamo? Quando devono nascere le leggi? Le leggi dovrebbero cogliere un momento di trapasso, cioè un momento in cui qualcosa è accaduto ma non è ancora definito giuridicamente e quindi anche, in qualche modo, culturalmente. Nel 1976 questo qualcosa c'era: bisognava liquidare parecchi relitti, reliquie e monconi, come il Servizio nazionale di lettura, le biblioteche del contadino e simili (qualcuno dei meno giovani tra voi se li ricorderà), bisognava affrontare il trasferimento o delega totale (caso unico nei decreti delegati del 1972) del campo dei cosiddetti beni librari alle Regioni. E bisognava creare un nuovo ambiente culturale. Ma ora? Sul piano politico e giuridico non sappiamo ancora che cosa accadrà, se le competenze regionali saranno allargate o no. Sul piano culturale sappiamo un po' di più, sappiamo che è successo un fatto enorme, ma non siamo ancora capaci di valutarne fino in fondo le conseguenze. Avete capito che mi riferisco alle nuove tecnologie e in particolare al fenomeno Internet. Di questa possediamo la conoscenza tecnica e non molto di più. Vogliamo già legiferare sulla rete? Col rischio di abbassare il livello e snaturarne il significato? Che senso può avere restare vincolati, come mi pare faccia anche la sopra nominata proposta di legge toscana, a quella che i politici, nel loro linguaggio kitsch, direbbero un'"ottica territoriale"? Internet ne è la negazione, Internet esiste per cancellare confini.

E chi sarebbe il legislatore della legge nazionale? Formalmente, certo, il parlamento. Ma credo che sia inutile sperare in un legge d'iniziativa parlamentare. E allora a prepararla sarebbero i soliti noti, quelli che non hanno di meglio da escogitare che le mediateche del 2000 (progetto cui mi duole partecipi anche l'Associazione italiana biblioteche, anche se mi rendo conto che, quando una cosa parte, è meglio esserci piuttosto che restarsene a guardare). Che cosa possiamo sperare d'intelligente e d'innovativo?

Ma dicevo prima: qui e ora, in Emilia-Romagna e nel 1997. Perché ripeto questo? Perché confronti bisogna pur farli. Non so se tutti voi, che nella stragrande maggioranza appartenete a questa Regione, ve ne rendiate conto: col passare degli anni, la Regione Emilia-Romagna (parlo, naturalmente, per ciò che riguarda le biblioteche - e forse anche un po' per la cultura in generale) è diventata un'isola. Cioè mostra caratteristiche che non sono di nessun'altra regione: per esempio è l'unica Regione che possieda una soprintendenza nel senso vero della parola (qualche altra esibisce ancora quest'etichetta, ma solo di etichetta si tratta: chi non conosce certi uffici vuoti, dove non c'è nessuno o, se qualcuno c'è, fa tutt'altro?); è l'unica che abbia creato un Istituto per i beni culturali concepito com'è concepito qui. Quindi non meravigliatevi se certe osservazioni rimangono estranee ai vostri problemi: derivano dal rilievo generale che nello sviluppo delle leggi regionali per le biblioteche non c'è mai stata la vostra coerenza di sviluppo. In Toscana, per esempio, non solo la soprintendenza non esiste più, ma anche il nocciolo residuo pare ora venga eliminato; cioè si chiude, e chiude (perché questo vuol dire il suo affidamento ad altro ente) perfino la biblioteca del Servizio beni librari, che è la più ricca biblioteca d'Italia in materia di biblioteconomia, bibliografia e bibliologia, insomma nelle discipline del libro o meglio nelle discipline del documento. Nuovi, imprevedibili sviluppi che cambiano completamente certi concetti che avevamo del servizio bibliotecario.

Ci sono almeno tre punti, secondo me, su cui le carte regionali, le leggi regionali, dovrebbero insistere. Non so, naturalmente, suggerirne i modi tecnici, giuridici: non è il mio mestiere; ma una Regione che avesse la volontà politica di far propri questi punti troverebbe il modo di farlo. Punto primo: la maggiore autonomia possibile per le biblioteche. E questo, con differenziazioni adeguate, sia per le grandi sia per le piccolissime, sia per la Panizzi sia per la biblioteca dell'ultimo Comune. In questo senso qualche passo avanti è stato fatto - lo ricordava poco fa, nella sua chiarissima relazione, il professore Aicardi - con l'istituto "istituzione"; ma l'applicazione ne è ancora rara e certo non si addice alle "piccolissime" che ora ricordavo. Ma non c'è solo la risorsa dell'istituzione: l'autonomia andrebbe incoraggiata in tutti i modi possibili, che sono molti.

Sul secondo punto non mi soffermo, poiché vi si sono intrattenuti già relatori precedenti: la cosiddetta carta dei servizi. Ma il terzo punto mi pare il più importante di tutti. Si tratta della formazione professionale. È questione decisiva, da cui dipende l'avvenire delle nostre biblioteche pubbliche: si deve esigere, da una legge, un'assoluta chiarezza. E invece? Invece si dichiara, nel progetto di legge già citato, che la Regione "promuove e indirizza la qualificazione e l'aggiornamento professionale del personale operante nel settore, secondo quanto previsto dalla normativa regionale in materia" (art. 6). Promuovere la formazione (se così si può interpretare l'ambiguo qualificazione) significa avere a che fare col riconoscimento di fatto, se non di diritto, di una professione, della professione di bibliotecario, che si può esercitare solo se si ha una certa preparazione, se si è seguito un certo indirizzo; e bisogna anche rendersi conto che se c'è un terreno su cui la Regione può e deve impegnarsi è questo. Dov'è quest'impegno? Nella relazione tecnica della proposta di legge si dice "che la Regione esercita funzioni di programmazione e controllo e di alta amministrazione nonché le sole funzioni amministrative corrispondenti a specifici interessi di carattere unitario". Per me inesperto questa frase, nella sua seconda parte, è misteriosissima; la prima drammaticamente chiara: vuol dire che la Regione non gestisce alcunché, non fa alcunché, indirizza ad altri enti, le Province, che devono fare formazione professionale. Ma fare formazione professionale non significa fare corsi e basta (e del resto anche per i corsi già la dimensione regionale raggiunge a stento la massa critica necessaria alla loro efficienza ed efficacia; figuriamoci l'ambito provinciale e comunale). Come fa una Regione che dice di promuovere la formazione professionale a sbarazzarsi di una biblioteca concepita a questo scopo? È la dannata ideologia della programmazione, del controllo, dell'alta (!) amministrazione, della loro separazione dalla gestione attiva; un'ideologia che ci è venuta d'oltreoceano venticinque o trent'anni fa. Laggiù si è già levato da tempo il vento contrario: i due momenti non sono separati né separabili. Ma i venti ci mettono molto tempo ad attraversare l'Atlantico e ad arrivare alla montuosa Toscana.

Mi rendo conto che gran parte di questi fatti non toccano affatto il mio uditorio, vivente in una Regione di tutt'altro indirizzo. Ma vorrei ricordarvi che quando prima l'Assessore parlava dei pericoli di un "ricupero al centro" aveva, da questo punto di vista, perfettamente ragione; e tuttavia, se si guarda a ciò che nel nostro campo (l'esempio più clamoroso è la tutela) ha fatto e fa e forse farà la media delle nostre Regioni, non ci si deve meravigliare del neocentralismo. Come le biblioteche non sono tutte eguali, anche le Regioni non sono tutte eguali.

 

Note

(1) Per una raccolta dei suoi testi: L. Crocetti, Il nuovo in biblioteca e altri scritti, Roma, AIB, 1994. Sulla sua opera: P. Innocenti, L'opera di Luigi Crocetti. Un grande insegnamento nelle discipline del libro, "Culture del testo e del documento", I, 1995, 3, pp. 23-70. Si veda anche: Studi e testimonianze offerti a Luigi Crocetti, a cura di D. Danesi, L. Desideri, M. Guerrini, P. Innocenti, G. Solimine, Milano, Editrice Bibliografica, 2004.

(2) L. Crocetti, Una legge contro le leggi, in Leggi in biblioteca, a cura di R. Campioni, Bologna, Istituto per i beni ulturali della Regione Emilia-Romagna - Pàtron Editore, 1998 (ERBA, 39), pp. 53-57.

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