Rivista "IBC" XIII, 2005, 3

mostre e rassegne, pubblicazioni, storie e personaggi

4 maggio 1605: Ulisse Aldrovandi lascia a Bologna il suo tesoro: 18.000 "diversità", 7.000 "piante essiccate in quindici volumi", 3.600 libri e 300 manoscritti. Quattro secoli dopo, il suo "teatro della natura" sorprende ancora.
Di carte e di erbe

Alessandro Alessandrini
[IBC]

Nel 2005 si celebra il IV centenario della morte di Ulisse Aldrovandi, naturalista bolognese che ha lasciato un patrimonio di conoscenze, collezioni, materiali e documenti che desta meraviglia e, a distanza di 400 anni, suscita interesse e continua a produrre nuove idee e interpretazioni. La grandezza di questo personaggio e l'importanza della sua eredità non possono essere rappresentate adeguatamente in questo breve articolo; per questo il lettore interessato può riferirsi alla ricca bibliografia disponibile sull'argomento. Ormai è unanime l'opinione che l'Aldrovandi sia uno dei precursori delle scienze naturali anche se, per alterne vicende, l'opinione sul suo lavoro non sempre è stata positiva, a causa di equivoci e del fatto che la stragrande maggioranza della sua opera è inedita ed è stata ripresa e messa nella giusta luce solo in tempi relativamente recenti.

Di Aldrovandi restano tra l'altro le raccolte di campioni della più diversa natura (un vero e proprio museo); le tavole a colori raffiguranti soprattutto piante e animali (fatte eseguire da esperti disegnatori); le tavole di legno predisposte per la stampa di volumi che per massima parte non hanno mai visto la luce; alcune opere a stampa; una mole impressionante di manoscritti; uno degli erbari più antichi della storia della botanica. Questo prezioso materiale è frutto di un'attività appassionata, di lungimiranza, di esplorazioni, di rapporti con gli altri grandi naturalisti suoi contemporanei. Nell'Italia del XVI secolo venivano poste le basi della scienza come oggi la conosciamo; e Aldrovandi fa parte a pieno titolo di questo fermento.

Oggi tutto questo immenso patrimonio conosce una nuova vita grazie alla rete telematica. Stiamo vivendo un momento straordinario; nei siti di grandi istituzioni culturali è possibile accedere a fonti che fino a qualche hanno fa erano irraggiungibili o quasi sconosciute. La Bibliothèque nationale de France, ad esempio, all'indirizzo gallica.bnf.fr rende possibile la consultazione in linea o la acquisizione sul proprio computer di quasi tutti i testi base delle scienze naturali, a partire dal Canone di Avicenna (nella edizione di Lione del 1522, traduzione di Gerardo da Cremona, rivista da Pietro Antonio Rustico, da Andrea Alpago, rivisitata annotata e corretta da Benedetto Rinio), ai lavori dei Bauhin (tra tutti il Pinax), il Mattioli (sia i Commentari che i Discorsi, in diverse edizioni) e in generale tutta la letteratura dioscoridea; e poi anche i testi di Magnol, fino alle opere di Linneo; solo per citare qualche esempio. Ma lo stesso vale per la Biblioteca de la Universidad Complutense di Madrid ( www.ucm.es/BUCM/), in particolare nella "Biblioteca Digitál Dioscoridea" dove - oltre a molti tra i volumi già citati e ad altri - sono in linea anche 19 titoli aventi "Aldrovandi" come autore, anche se numerosi sono stati pubblicati postumi, e l'Antidotarium Bononiensis.

Si assiste insomma a una vera e propria "democratizzazione", resa possibile da internet e dalla lungimiranza delle istituzioni che mettono a disposizione questo patrimonio senza metterne a repentaglio la conservazione. Non va sottovalutata poi l'importanza del fatto che con queste nuove modalità è possibile consultare opere meno conosciute che invece possono essere anche di grande valore. Gli effetti di questo cambiamento sono già oggi notevoli. Stiamo assistendo a una forte ripresa d'interesse per questi temi, resa possibile proprio da questa inedita e amplissima disponibilità. E già sono disponibili repertori, indici, basi di dati che facilitano la ricerca e il confronto tra fonti diverse. Questa breve introduzione per collocare le iniziative di cui parleremo in un contesto più ampio.

Intanto, un indirizzo internet di partenza: www.filosofia.unibo.it/aldrovandi/default.htm. Qui il navigatore può trovare l'intera serie delle tavole acquerellate conservate presso il Museo bolognese di Palazzo Poggi, ordinate secondo la sequenza di tomi, volumi e tavole. Le tavole sono riprese nella loro interezza, per cui sono anche leggibili le didascalie e visibili le matite. La bellezza di questo patrimonio iconografico e scientifico è nota; le tavole sono state oggetto di pubblicazioni anche recenti. Ma la conoscenza è sempre stata parziale, con perdita di informazioni importanti, mentre la completezza della riproduzione rende possibili, come si vedrà, analisi del tutto nuove.

È in corso di preparazione un volume in collaborazione tra i Musei di Palazzo Poggi e l'Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna, volume che presenterà diverse centinaia di tavole e sarà l'occasione per fare il punto sull'argomento. Sono stati chiamati a collaborare studiosi ed esperti che già si sono occupati di questo grande personaggio e del periodo in cui lavorò. Da sottolineare (e chiunque può apprezzare la verità di questa affermazione consultando il sito sopra indicato) che gli interessi di Aldrovandi per le "cose naturali" erano amplissimi, comprendendo le piante, e tutti gli animali: soprattutto gli uccelli (uno dei pochi suoi libri a stampa fu proprio l'Ornithologia), i mammiferi, i rettili, gli anfibi e i pesci. Ma vennero rappresentati nelle tavole anche esseri viventi al tempo poco noti come i funghi o gli insetti.

Una divagazione a parte va dedicata ai "mostri"; diverse tavole illustrano creature mostruose, sia "vere" (cioè forme patologiche) che frutto di immaginazione. E inoltre un volume postumo vide la luce nel 1642, a cura di Bartolomeo Ambrosini, la Monstrorum historia, cum Paralipomenis historiae omnium animalium. È difficile con la mentalità di oggi non sorridere di queste ingenuità non scientifiche. Ma era quella la fase delle grandi esplorazioni e i viaggiatori tornavano con piante e animali prima mai visti; e con racconti che parlavano di strane creature, dove si mescolavano parti di diversi animali e piante.

Per meglio collocare questa parte del lavoro aldrovandiano sono molto suggestive alcune pagine del Baudolino di Umberto Eco (in particolare al capitolo 27): "Un'altra volta il basilisco l'incontrarono davvero, ed era proprio come lo avevano tramandato tanti racconti, indubbiamente veritieri". Segue una descrizione terrifica di un essere formato da parti dei più diversi organismi. O ancora: "L'altra aveva una testa di leone, che ruggiva, il corpo di capra e le terga di drago, ma sul dorso caprino si elevava una seconda testa cornuta e belante. La coda era un serpente, che sibilando si drizzava in avanti a minacciare gli astanti". Poi arrivano mostri umani: "La creatura, con spalle amplissime e dunque molto tarchiata, ma di vita sottile, aveva due gambe corte e pelose e non aveva testa, né peraltro collo. Sul petto, dove gli uomini hanno i capezzoli, si aprivano due occhi a mandorla, vivacissimi e, sotto un leggero rigonfiamento con due narici, una sorta di foro circolare, ma molto duttile, così che quando si mise a parlare gli faceva assumere varie forme [...]".

 

L'indice delle tavole acquerellate

Grazie alla disponibilità dei materiali è stato anche possibile trascrivere le didascalie delle tavole di argomento botanico e creare una prima indicizzazione, destinata ad affiancare il sito dell'Hortus pictus, facilitando la ricerca dei soggetti. Le didascalie sono rivolte a un pubblico erudito, che ha familiarità con greco e latino; ma segue non di rado anche la dizione italiana, e a volte persino quella bolognese o toscana. Nel caso del Mirtillo si giunge a precisare che viene denominato "bagolo" dai montanari (montanis rusticis).

Notevole la permanenza delle denominazioni italiane, che si ritrovano spesso pressoché identiche nell'ottocentesco Dizionario botanico italiano di Ottaviano Targioni Tozzetti (ad esempio la Celosia, 08_114, "Gelosia", o "Fior di Gelosia") e poi nelle coeve o successive flore italiane generali, rimbalzando quasi inalterate di generazione in generazione e di secolo in secolo, fino ai giorni nostri: si pensi alla "Celidonia" (Chelidonium majus) o al "Pungitopo" (Ruscus aculeatus).

Molte tra le tavole più ricche di nomi si trovano nei volumi 5 e 6 e per massima parte si tratta di piante terapeutiche, velenose o di interesse officinale. Non va dimenticato che obiettivo primario di questi erbari dipinti era la didattica, per medici e speziali. Tra le piante con più nomi: il Ciclamino (Vol 5, Tav. 234), che presenta la maggior ricchezza in assoluto con 64 dizioni, in ebraico, aramaico (o caldeo), greco (qui da Teofrasto e da Dioscoride), arabo, moresco (mauritanico); la bellissima e quasi inquietante Mandragora (Vol. 5, Tav. 222); la Verbena (Vol. 6, Tav. 66); il Rododendro (Vol. 6, Tav. 115).

Le tavole botaniche sono oltre 1.800. Poiché spesso ogni soggetto è indicato con più di un nome, è stato messo a punto (da chi scrive, con la collaborazione di Laura Gavioli e la consulenza di Zita Zanardi) un indice di oltre 6.000 nomi, ciascuno legato a una tavola e a un soggetto. La trascrizione ha presentato diversi problemi, per gran parte risolti o affrontati mediante normalizzazione. In generale si è deciso di seguire una trascrizione che rendesse il senso, piuttosto che la lettera. Ad esempio, "Vua" è stato registrato come "Uva" (e di uva si tratta) a evidente vantaggio della comprensibilità.

La nomenclatura, uno dei temi più complessi e ricchi di implicazioni per chi si occupa di scienze naturali, merita qualche breve annotazione. Va precisato che per massima parte si tratta di denominazioni che vengono riprese da altre fonti. Sono piuttosto poco numerosi i nomi coniati da Aldrovandi. Le denominazioni sono costituite da uno o più termini; il primo è un sostantivo e prefigura quello che in seguito sarebbe diventato il genere. I termini successivi hanno funzione attributiva; infatti spesso sono aggettivi o svolgono funzione di aggettivo: tutti insieme formano ciò che poi sarebbe diventato l'epiteto specifico. Nel caso di nomenclatura binomia si verificano anche casi di coincidenza con la nomenclatura linneana.

Di grande interesse anche le indicazioni accessorie, consistenti o in riferimenti a un autore (non solo come fonte, ma anche nel senso di auctoritas) ovvero a una lingua. Ad esempio l'Arum (Vol. 5, Tav. 283), identificato da 21 denominazioni diverse (si tratta di A. italicum ma con foglie macchiate di nero) è chiamato Dracunculus in Teofrasto, Sicantica nel Pandectarius di Matth. Sylvaticus, Gigaro o Herba bissaia in italiano.

Le fonti citate sono numerosissime. Un esame della frequenza dà anche l'idea di quali fossero le più autorevoli e utilizzate. Limitandosi alle fonti più citate e raggruppandole per grandi periodi storici, tra le classiche ricorrono soprattutto Plinio (è il più citato: oltre 130 volte), Teofrasto (oltre 60 volte), Ippocrate, Galeno, Dioscoride (oltre 50); dalla tradizione medica medievale islamica sono ripresi Averrhoe, Avicenna, Mesue (o Mesve) e el-Rasi; da ambiente occidentale provengono Arnaldo di Villanova, Serapione e il già citato Matth. Sylvaticus (quest'ultimo con oltre 50 citazioni). Infine, tra le fonti bassomedievali o più o meno coeve molti nomi sono desunti da Ermolao Barbaro, da Mattioli (citato oltre 50 volte), Cordus (44 citazioni), Dodoens (quasi 70 citazioni), Tragus (oltre 40), Fuchs (circa 30).

La lista delle denominazioni è risultato di analisi critica da parte di Aldrovandi, tanto è vero che sono numerosi i casi di nomi citati ma rifiutati come falsi o ritenuti dubbi.

 

L'erbario

S'è accennato al fatto che di Aldrovandi resta uno degli erbari più antichi della storia della botanica. Su insegnamento di Luca Ghini, maestro suo e di altri fondatori della botanica, Aldrovandi confezionò nel corso dei decenni, a partire probabilmente dal 1551, un erbario comprendente oltre 5.000 campioni, rilegato in 15 volumi, oggi conservato presso l'erbario dell'Università di Bologna. Qui sono conservati campioni raccolti nel corso delle esplorazioni svolte in luoghi diversi: l'Appennino emiliano (soprattutto bolognese e modenese), il Monte Baldo, diverse località marchigiane, i Monti Sibillini; tuttavia la località di raccolta non viene precisata. Ciascun campione è identificato con una o più denominazioni. In non pochi casi sono stati utilizzati per realizzare la tavola corrispondente.

Alcuni tra questi volumi erano stati illustrati nei primi anni del secolo scorso. Ma ora le tavole sono state trascritte e, laddove possibile, identificate con la denominazione attuale. Alcuni campioni sono infatti piuttosto danneggiati e la cosa non stupisce, essendo trascorsi oltre quattro secoli dalla raccolta. Sono quindi stati pubblicati a stampa vari contributi. È da sottolineare inoltre che, grazie all'esame o alla più corretta interpretazione dei manoscritti aldrovandiani conservati presso la Biblioteca Universitaria di Bologna, è stato anche possibile ricostruire la provenienza delle raccolte.

La grande e recente novità è che nel sito www.sma.unibo.it/erbario/erbarioaldrovandi.html oggi è possibile consultare questo straordinario documento, a ulteriore dimostrazione di quanto la rete telematica possa contribuire alla diffusione di informazioni rarissime e di natura fragile, senza danneggiare il materiale originale. Sarà importante in futuro schedare queste denominazioni e creare un unico database integrato, relativo ai due erbari, quello dipinto e quello con campioni essiccati. In questo modo sarà forse possibile anche identificare altri campioni secchi oggi non più riconoscibili. Sono previsti ulteriori sviluppi; chi vuol conoscere meglio i programmi che riguardano Ulisse Aldrovandi in internet si colleghi a www.centenarioaldrovandi.org. L'avventura continua.

 

[con la collaborazione di Laura Gavioli]

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