Rivista "IBC" X, 2002, 3

musei e beni culturali / convegni e seminari

"Per una carta programmatica degli ecomusei italiani", Napoli, 21-22 maggio 2002.
Ecomusei: un identikit

Massimo Tozzi Fontana
[IBC]

Il seminario "Per una carta programmatica degli ecomusei italiani", organizzato dal Dipartimento di storia dell'architettura e restauro dell'Università di Napoli "Federico II", si è svolto nel capoluogo campano il 21 e il 22 maggio 2002 nella seicentesca chiesa sconsacrata dell'Istituto Suor Orsola Benincasa. All'iniziativa hanno partecipato docenti universitari, direttori di istituzioni museali, funzionari e studiosi accomunati da un solido impegno per la tutela e valorizzazione del patrimonio ambientale e della cultura materiale.

Patrocinato dall'AIPAI - Associazione italiana patrimonio archeologico industriale, il dibattito, finalizzato alla realizzazione di una carta programmatica, ha immediatamente preso le mosse dalla definizione di "ecomuseo", termine nato in Francia, dove la nozione è stata precisata da Georges Henri Rivière e Hugues de Varine negli anni Ottanta. Nell'esperienza francese gli ecomusei hanno in forti dosi un contenuto storico industriale, si riferiscono ad un territorio ben individuato e limitato e si rivolgono alla popolazione locale. Hugues De Varine, a proposito delle differenze fra musei tradizionali ed ecomusei, sostiene che mentre i primi sono caratterizzati dalla triade collezione/immobile/pubblico, gli ecomusei si fondano sulle nozioni di patrimonio/territorio/popolazione.

L'oggetto dell'ecomuseo è dunque il territorio, inteso non solo in senso fisico, ma anche come storia della popolazione residente e dei sedimenti materiali e immateriali lasciati da coloro che lo hanno abitato in passato. Su questo punto è necessario tenere presente che il concetto di popolazione, o meglio, di comunità, è un'entità dai contorni estremamente sfumati, come dimostrano le molte ricerche condotte in Emilia-Romagna e in altre regioni sul confronto tra le aree della cultura materiale e le aree linguistiche, queste ultime molto più ridotte delle prime e infinitamente più mobili.

Il termine "ecomuseo" è stato adottato ufficialmente in una legge regionale del Piemonte, affiora qua e là nel titolo di alcune iniziative tra le Alpi e l'Appennino, e in Emilia-Romagna, non diversamente che altrove, si applica per lo più a quell'intreccio tematico che va dalla storia naturale (flora, fauna, assetto geologico e mineralogico, ecc.) alla cultura materiale, via via fino all'emergenza o alla peculiarità storica locale (l'estrazione e la trasformazione metallurgica, la bonifica delle aree paludose, l'industria conserviera, ecc.).

Le diverse comunicazioni, che hanno costituito l'occasione per un serrato dibattito, hanno posto domande essenziali. Anzitutto sulla validità o meno nella realtà italiana di oggi dei presupposti etici, culturali e ideologici alla base della formulazione originaria della nozione di ecomuseo. Rispondere alla questione equivale a interrogarsi su quali potrebbero essere i nuovi fondamenti culturali di una nuova via alla museografia italiana, nella quale è evidente la connessione tra cultura materiale e produzione di manufatti storico-artistici. Sempre più frequenti sono le iniziative di raccolta e esposizione di materiali storici derivati dal disegno industriale (arredo domestico e urbano) o da una abilità di origine squisitamente artigianale, trasportata in un contesto di manifattura o di piccola industria (fibre tessili come la seta, ecc.).

La discussione si è protratta per altre due giornate nel comitato ristretto dell'AIPAI, che redigerà la "carta programmatica" nel prossimo autunno. La funzione di tale carta sarà precisare gli standard degli ecomusei italiani, caratteristiche di contenuto da aggiungere agli standard museali in generale, anche al fine di avvicinarsi alle caratteristiche europee e di usufruire dei sostegni comunitari.

 

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