Rivista "IBC" VIII, 2000, 4

interventi, pubblicazioni

Il limite come risorsa

Pier Luigi Cervellati
[docente di Recupero e riqualificazione urbana e territoriale all'Università di Venezia]
Abbiamo estratto questo testo dal volume L'arte di curare la città (Bologna, il Mulino, 2000, pp. 59-64). Ringraziamo l'autore e l'editore per averne concesso la pubblicazione.
Quella di "curare la città" è indubbiamente una sfida alla mentalità corrente: non perché l'opinione pubblica non abbia cominciato a prendere atto dello squallore dei prodotti immobiliari del dopoguerra, ma perché le soluzioni proposte non escono dalla logica che li ha determinati: l'apposizione di firme d'autore o la fuga fra un verde che non è più tale. Cervellati dimostra invece come apparenti paradossi siano più realistici e costruttivi degli stereotipi omologati dalla prassi e dalla comunicazione quotidiana. Il lettore è colto dalla scoperta di una qualità possibile, anzi più raggiungibile, proprio nei limiti indicati in negativo. L'autore non propone una felicità frutto di rinuncia, ma riafferma il primato dell'uomo a tutto campo, libero da convenzioni ristrette, da deleghe a pensare con estranea progettualità. Suggerisce razionali argomentazioni alla portata di tutti, per orientare scelte decisive. Il progetto, quello vero, non può che essere frutto di un disegno complessivo.
Il concetto di limite come risorsa non è solo una battuta ad effetto. Fu Cervellati, nel 1984, a dettare, per la manifestazione del Consiglio d'Europa sulla città storica, il titolo "I confini perduti". Con quella mostra, che fece il giro del mondo, l'IBC mise a punto i criteri di documentazione, analisi e perimetrazione dei centri storici che consentirono, a partire dall'anno successivo, di impostare il Piano paesistico regionale su argomentazioni collaudate. Ma quei confini, come ribadisce il brano qui proposto, non erano solo il limite fisico della città; erano una concezione dei rapporti fra uomo e ambiente frutto di una lunga evoluzione: per le città, per le campagne, nei confronti delle risorse naturali.
Negli anni trascorsi, se il dibattito si è affievolito, la realtà ha offerto ad intuizioni già palesi ulteriori conferme, come l'esodo dei residenti dal territorio storicamente insediato e, viceversa, la crescente domanda di manutenzione, di restauro e di manodopera qualificata. Tocca dunque ad un pensiero lucido e obiettivo riportare alla memoria considerazioni che sarebbero logiche, addirittura ovvie, se un conformismo acritico non le rendesse "rivoluzionarie".
(Marina Foschi)

Come per i centri storici, gli unici interventi oggi ammissibili per tutelare il paesaggio debbono fare riferimento al restauro e alla manutenzione. Restauro e manutenzione sono la stessa cosa, con la differenza che se si facesse sempre manutenzione il restauro non sarebbe necessario. La discussione sulla metodologia operativa da adottare nel restauro (anche per i centri storici) è ancora aperta. Le tecniche non sempre sono appropriate, gli esecutori degli interventi non sempre sono adeguati. Troppo forte è stato il cambiamento per ritrovare le abilità e competenze degli antichi mestieri. Oggi l'esperto di manutenzione (o di restauro) è un tecnico specializzato, è un professionista gratificato dal lavoro che svolge. Il muratore che non sa più usare la calce e la cazzuola è invece un lavoratore generico, un "manovale" del cemento. (In genere proviene dal cosiddetto Terzo mondo).
La manutenzione è la grande sfida del presente e del prossimo futuro. Non solo perché le città non crescono, non solo perché stanno cambiando i modi di vivere e di abitare, non solo perché i modelli di espansione edilizia e di allargamento dell'urbano sono obsoleti, ma soprattutto perché non si può continuare come abbiamo fatto fino ad ora. Le risorse sono limitate e si stanno esaurendo. L'acqua scarseggerà sempre di più. Manca il petrolio. L'aria è diventata preziosa perché quella non inquinata è rara.
La sfida è fra due opposte tendenze. La prima è continuare ad operare come se le risorse fossero infinite (così come si continua a fare con lo sviluppo urbano), ma le conseguenze sarebbero tragiche. La campagna che, appena ieri, era minacciata dall'espandersi della periferia, oggi lo è dalle villette. "Metropoli" o "villettopoli", per l'ambiente ancora non costruito, sono la medesima soluzione. Il vuoto urbano, le cosiddette "aree dismesse", continuano ad allargarsi, ma la crisi economica che sembrava allontanata dopo la chiusura dei cancelli delle fabbriche si sta riproponendo con il vuoto degli uffici, cioè altre aree "dismesse". Ci si può illudere che le villette o le grandi opere ridiano fiato all'economia edilizia; ma è solo un'illusione, perché se anche ciò avvenisse sarebbe pur sempre un aumento di entropia, un aumento di degrado, un'ulteriore devastazione del paesaggio, un'ulteriore perdita di risorse.
L'altra tendenza è quella di considerare, appunto, le risorse finite o in fase di esaurimento. Come c'è (o ci sarebbe dovuto essere) un limite all'espansione urbana, così anche le risorse non possono essere considerate illimitate. Ragioniamo su questa ormai ovvia constatazione e non facciamone un dramma. Proviamo invece a considerare il limite come una risorsa. Proviamo - come facevano gli antichi greci - a rispettare il limite. Aver pensato che l'espansione urbana potesse continuare all'infinito è stato un grande errore. Pensare che l'uomo, con tutte le sue tecniche e scienze, riuscisse a sottomettere la natura, è stato un grosso errore. La sacralità della natura è tale da sottomettere e far soccombere l'uomo. Ma più in generale, senza cadere nel catastrofismo o pauperismo, proviamo a ribaltare il ragionamento: consideriamo la positività del limite.
Alcuni esempi. Il confine aveva segnato il rapporto delle città con la campagna. Il confine era un "limite". Segnava l'inizio e la fine sia della città che della campagna. Costituiva un traguardo tra ambiente "naturale" e ambiente "artificiale". (Anche la campagna era arte-fatta dall'uomo, come la città). Fin tanto che sono state due entità/identità - diverse - l'una era indispensabile all'altra. Distrutto il confine, la campagna è stata urbanizzata e la città non esiste più. Ora tutti considerano necessario porre dei limiti all'urbanizzato. Tutti considerano ciò che rimane della città del passato e della campagna una grande risorsa.
Come l'acqua. L'acqua di francescana memoria. Così preziosa e tanto amata. E tanto sprecata oggi. La penuria d'acqua, in passato, ha sollecitato la costruzione delle oasi di pietra. Luoghi in cui l'uomo è stato capace di condensare goccia a goccia, nelle grotte e nelle costruzioni a secco, l'acqua necessaria alla vita della città scavata nella pietra, costruita al pari di un giardino pensile. La mancanza d'acqua imponeva precise strategie di compatibilità fra la presenza umana e l'armonia naturale. L'acqua era capace di dare la vita usando gli umori sottili dell'aria, della terra, del sole. Molte civiltà sono sorte e hanno progredito proprio in virtù dell'acqua limitata.
Oggi sprechiamo l'acqua, stiamo esaurendo le falde freatiche e progettiamo di de-salinizzare quella del mare. Un tempo - nei testi di geografia delle scuole dell'obbligo - si misurava il grado di civiltà di una nazione dalla quantità d'acqua consumata: più alto era il consumo e maggiore era la civiltà. Oggi negli stessi testi si fa riferimento al risparmio d'acqua per misurare la moralità di un popolo. Un limite al consumo (e quindi alla produzione) di calore, per la seconda legge della termodinamica, consentirebbe una minore entropia. La terra, tutti lo sanno, è un bene irriproducibile. Si è parlato e si continua a parlare di aree dismesse. Ci si fa in quattro per recuperarle: recuperarle per chi e a che cosa? Al cemento? Alla nuova edificazione? Non ci si accorge che se "limitiamo" queste aree ad essere ciò che sono il più delle volte - zone di archeologia industriale, nel migliore dei casi, o aree che debbono ritornare a essere quello che erano - si può reinserirle nell'organizzazione della città. I grandi agglomerati industriali sono decotti, è vero, ma non per questo dobbiamo spazzarli via. Anch'essi fanno parte del paesaggio. Sono anche loro "archivi", come le campagne abbandonate. Dobbiamo riutilizzarli. Questo sta già avvenendo in molte zone; tuttavia il loro recupero non è inserito in un disegno complessivo, non fa ancora parte del progetto che dovrebbe caratterizzare l'assetto urbano e territoriale del nostro tempo.
Nella zona industriale della Ruhr, in Germania, c'è il più importante esempio del limite che diventa risorsa. Lo sfruttamento di questa regione carbonifera è stato intenso quanto accelerato, devastante quanto emblematico della modernità e delle potenzialità insite nello sviluppo industriale. Sinonimo di ricchezza, la Ruhr, quando il carbone è finito, è diventata terra desolata. Tutto ha un limite e nella Ruhr lo si è oltrepassato rendendo fragile e povero l'intero territorio. Si è così fatta la scelta di trasformarlo in un grande parco - non solo un grande parco di archeologia industriale in cui gli ex opifici, immersi nel verde, possono svolgere tutte le funzioni immaginabili nei prossimi anni - ma anche un "parco" in cui elaborare, sperimentare nuove fonti energetiche. E se oggi la Germania può programmare (in tempi certo non brevi) l'uscita dal nucleare, lo si deve anche alla ricerca di energie alternative. "Dal carbone al sole" è il motto coniato da Hans Glauber per significare questa metamorfosi: un grande apparato fotovoltaico che cattura l'energia solare e la trasforma in calore, in luce elettrica. Il risparmio sulle energie tradizionali ha migliorato il clima, favorendo una vegetazione più rigogliosa. Ma il successivo passaggio della Ruhr dei prossimi anni è rappresentato dal ritorno all'industria. La costruzione di fabbriche per celle fotovoltaiche è diventata una cospicua realtà produttiva, magari utilizzando - recuperando - i vecchi impianti siderurgici.
Il mantenimento di ciò che già esiste - opportunamente rifunzionalizzato alle più svariate esigenze: dai luoghi deputati per il parco tematico alla biblioteca, al museo, all'auditorium per congressi e fiere, alla stessa produzione industriale - è arricchito dalla presenza del prato arborato e dal ritorno dell'acqua. Le antiche mappe ci illustrano che qui, prima che le miniere e gli altiforni, nonché le spesse foschie formate dai pulviscoli e da gas venefici, occupassero e occultassero tutto il territorio, c'erano boschi, campi coltivati e fiumi con l'acqua pulita. Il prato e l'acqua ritornano ad essere componenti della memoria storica. I grandi capannoni metallici, ovunque simili, nella Ruhr come a Piombino o a Sesto San Giovanni, straordinarie e terribili cattedrali del lavoro, sono un monumento della cultura materiale. Ecco allora che l'area dismessa ritorna ad assumere la sua originaria conformazione, senza buttare via ciò che è stato realizzato. Da recuperare non più come memoria storica, ma ancora una volta quale parte integrante ed emergente della società. Da inquinato epicentro industriale in cui il lavoro e la produttività dovevano sacrificare l'ambiente e la salute dei lavoratori - la Ruhr è diventata una regione della cultura e del tempo libero realizzando una nuova e diversa produttività, recuperando l'esistente, facendolo convivere con il ripristino della natura e con le più aggiornate bio-architetture.
L'incontro degli elementi che hanno formato e rappresentano tuttora la vita - la terra, l'acqua e il fuoco (simbolicamente ancora presente nei grandi camini-scultura degli altiforni) nel ricordo del passato - segna il presente e il futuro. Non si può distruggere un secolo della propria vita - la storia che l'ha formata - e non si deve rinunciare ad essere un territorio qualificato. Il parco può ritornare la componente che qualifica, l'elemento che suscita invidia, che anche altri territori prima o poi imiteranno. In un futuro forse più prossimo di quanto non si creda i paesi poveri, i paesi del cosiddetto Terzo mondo - che vogliamo adesso globalizzare, dopo averli colonizzati - proprio perché avvantaggiati dalla natura nella produzione di energia riconvertibile potrebbero superare quelli ora emergenti.
Il limite è una risorsa, una grande risorsa che non sappiamo valutare. Non è un ragionamento filosofico, né un ragionamento teso a dimostrare la validità del pauperismo o del perseguimento di un "austero" tenore di vita. Al contrario - come indicano i pochi casi prima citati - considerare il limite una risorsa ci consente di ri-fondare (o più modestamente) di riorganizzare la città e di salvaguardare il paesaggio. Ci consente di rifiutare l'imposizione del consumo e dello spreco; ci consente di fissare le coordinate della programmazione.
Il termine "programmazione" non è più di moda. Forse se ne è abusato, lo si è invocato troppe volte. Eppure se si vuole organizzare l'assetto della città e del territorio non si possono non ripetere le parole usate dal soprintendente Andrea Emiliani quando, all'inizio degli anni Settanta, progettò la legge istitutiva dei Beni culturali per la Regione Emilia-Romagna [da cui nacque l'IBC, n.d.r.]. Reduce dalla prima campagna di rilevamento compiuta in Italia su un territorio subprovinciale, l'Appennino bolognese, Emiliani capì la tumultuosa e rapidissima trasformazione dell'Italia da paese prevalentemente agricolo a nazione industrialmente avanzata. Un cambiamento che rendeva superata la tutela intesa quale intervento puntiforme di singoli restauri, esemplari quanto carismatici - per tecnologia e abbondanza di mezzi - mentre era indispensabile riconoscere il "sistema", unico al mondo, che si era determinato nel corso dei millenni.

Che il metodo della programmazione venga adottato come strumento privilegiato della politica regionale e degli enti locali è ovvio, poiché esso risponde alle possibilità reali che, in senso cattaneano, la comunità autonoma ha di esprimere e dare ordine alle proprie scelte; che poi il settore della tutela del patrimonio d'arte e di cultura non possa sfuggire al metodo programmatorio proprio per essere, questo sconosciuto patrimonio, nient'altro che il volto stesso delle nostre cose, il terreno sul quale appoggiamo i piedi, le mura e il soffitto della nostra stanza, l'ordito della nostra città, delle nostre abitudini, delle nostre conoscenze, ebbene - anche se inespresso - questo dapprima impreciso e poi sempre più nitido sentimento ha cominciato a muoversi e a pretendere interpretazione, attenzione e spazio.1

Il cessato lavoro nei boschi e la fine dell'agricoltura appenninica, oltre a travolgere i beni culturali, provocavano (e continuano a provocare per mancata programmazione) spopolamento, inquinamento, frane e inondazioni. L'esigenza e ancora l'urgenza di programmare l'assetto urbano e territoriale, città e territorio - beni culturali per eccellenza - si risolve in termini di prevenzione e manutenzione. Emiliani, affidandosi ai nuovi governi regionali, superava le incrostazioni burocratiche dello stato centralista e contestualmente impostava un metodo ancor oggi insostituibile, nonostante il fallimento dell'azione pianificatoria delle regioni.

Nota

(1) A. Emiliani, Una politica dei beni culturali, Torino, Einaudi, 1974, p. 116.

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