Rivista "IBC" XXVI, 2018, 4

progetti e realizzazioni

È stato inaugurato a Ravenna il Museo della Città e del Territorio.
Che Classe quel museo!

Valeria Cicala
[IBC]

L’inaugurazione di un museo è di per sè un evento, ma quando costituisce un compenetrarsi, come nel caso di “Classis Ravenna”, tra archeologia, storia, recupero architettonico e valorizzazione di uno spazio urbano nel quale sono stratificati interi secoli di vita di una città e del suo porto, gli stimoli e le aspettative sono davvero svariati.
Dietro la nascita del Museo della Città e del Territorio, si snoda non solo la plurisecolare storia di Ravenna, ma anche una vicenda recente di scelte culturali, di progettualità che abbraccia valenze che riguardano il sociale, l’economia, i flussi turistici, un modo di riconsiderare la mappa della città: l’intreccio tra architetture e eventi storici; potere temporale e luoghi di culto. Si è trattato per il Comune, il Mibact, la Regione e la locale Fondazione Cassa di Risparmio di un investimento molto impegnativo.

Il museo si colloca nell’area del parco archeologico, ma disegna un forte rapporto con la contemporaneità: si realizza, infatti, negli spazi che fino ai primi anni ottanta del secolo scorso furono sede di uno stabilimento industriale, lo Zuccherificio. Questo assorbiva un’importante forza lavoro, vi hanno lavorato più generazioni di romagnoli, e il successivo degrado e abbandono in cui era precipitato propongono uno spaccato della storia più recente nei suoi risvolti sociali ed economici che non riguarda solo Ravenna. Il restauro, straordinario esempio di recupero di archeologia industriale, restituisce al paesaggio urbano, che ne è riqualificato, un edificio che dialoga con la contigua basilica Sant’Apollinare in Classe, uno dei gioielli architettonici della città. L’architetto Andrea Mandara ha operato per un comitato scientifico di assoluto prestigio, coordinato dal professor Andrea Carandini.

Siamo a Ravenna, più precisamente a Classe, quello che fu il suo porto, che prese nome in età romana dalla flotta (in latino classis) che Augusto aveva qui stanziato e che manterrà fino all’epoca bizantina la rilevanza di uno scalo portuale, esaltato anche dal ruolo di capitale dell’esarcato che ricoprirà la città. Illuminata dai bagliori dorati e dal cromatismo dei suoi mosaici, crogiolo di esperienze, di insediamenti umani, porta verso l’Oriente nell’orbita del Bosforo, ora il Museo della Città e del Territorio, denominato con l’antico nome di Classis Ravenna, costituisce il luogo e il tessuto culturale da cui muovere per conoscere compiutamente la sua storia dai primi insediamenti passando per la civiltà etrusca, poi al ruolo preponderante in epoca romana e, come già ricordavamo a capitale dell’esarcato bizantino fino all’alto Medio Evo. Sotto le imponenti campate, l’area espositiva si sviluppa su 2.800 metri quadrati. Immersa in un’oasi verde di un ettaro e mezzo.

La linea del tempo costituisce il filo rosso che segna il percorso di visita a Classis Ravenna, che propone ben 600 oggetti. La loro collocazione pone in evidenza singoli reperti di particolare rilievo, che costituiscono da soli elemento per un’ampia narrazione, come pure si apprezzano gruppi di oggetti, come nel caso del porto di Classe, che può essere illustrato grazie alle centinaia di reperti rinvenuti negli ultimi scavi. Dunque, gli oggetti della vita quotidiana (anfore, ceramiche, monete) trovano uno spazio adeguato, accanto ai materiali più significativi dal punto di vista artistico (statue, mosaici ed altro).

Queste scelte consentono di cogliere la complessità e le sfaccettature sociali ed economiche della comunità, mentre le “aree di approfondimento” permettono di comprendere le valenze e le caratteristiche politiche della città, la ricchezza di una componente umana che, indagando le lastre funerarie, restituisce le differenti provenienze degli abitanti di questa città.

Essa è crogiolo di etnie differenti perché dalle diverse province dell’impero qui giungevano militari; questi alla fine del loro servizio nella flotta qui si stabilivano. E l’eterogeneità delle provenienze si traduce anche nel sincretismo religioso: in quest’area sono attestati culti orientali che rimandano alla Siria o all’Egitto, come pure le maestranze, che hanno fatto di Ravenna una città di forte impatto architettonico e decorativo, provengono da luoghi diversi di un Mediterraneo mare in cui convivenza e integrazione erano cifre di una lunga civiltà. E il trascolorare dall’età pagana a quella cristiana lascia qui una ricchissima testimonianza nella quale il patrimonio artistico sottende anche una complessa vicenda politico-religiosa.

La scelta di apparati didattici ed illustrativi, con ampio ricorso a ricostruzioni grafiche e tridimensionali, filmati, plastici ed altri strumenti contribuiscono ad aprire il percorso di visita a ogni fascia d’età con una particolare attenzione al pubblico più giovane. L’innovazione si coniuga con il fascino che emana dalla storia e dall’archeologia le quali avranno qui laboratori per lo studio e per il restauro; questi consentiranno a docenti e studenti dell’Università di svolgere le loro attività nell’ambito dei loro percorsi formativi e di ricerca.

Risale agli anni ’90 l’idea di trasformare un’area che era divenuta assai problematica per il degrado in cui versava in un polo d’attrazione e di visibilità spettacolare per la città, da cui sarà possibile percorrere il suo tessuto storico artistico e comprenderne i risvolti, le caratteristiche che hanno lasciato risonanze ben oltre i secoli a cui si riferiscono. Abbiamo chiesto al professor Giuseppe Sassatelli, Presidente della Fondazione RavennAntica, al quale ha passato il testimone Elsa Signorino, attualmente assessore alla cultura della città, di darci la sua visione di questo nuovo assetto.

Professore, a lei il Comune ha affidato la realizzazione e la gestione del nuovo museo insieme a quelle dell’Antico Porto, della Basilica di Sant’Apollinare e, nel cuore di Ravenna, della Domus dei Tappeti di Pietra, del Museo TAMO e della Cripta Rasponi, come vede il futuro del patrimonio ravennate e il dialogo tra le istituzioni?

Lo vedo molto bene o meglio lo vedo con grandi potenzialità che dobbiamo assolutamente sfruttare. In primo luogo, avremo la possibilità di mettere insieme, in un unico circuito, tante realtà diverse e fino ad ora un po’ staccate le une dalle altre, che insieme danno un’idea complessiva del nostro patrimonio, molto variegato e molto interessante. Il fatto poi che questo circuito nasca da una stretta collaborazione istituzionale e da un dialogo tra enti e istituzioni diverse sarà sicuramente un punto di forza per una nuova gestione del patrimonio culturale. “Fare rete” è prassi assolutamente vincente.

Lei archeologo, prestigioso etruscologo, abituato alla lettura del terreno e dei reperti che raccontano già nel contesto da cui riemergono la Storia e le storie di un altro tempo, come ha vissuto l’idea di ambientare le vicende di Classis Ravenna in un contesto contemporaneo, tra pareti che hanno sintetizzato le stagioni di una società in crescita e della successiva crisi economica?

È un’idea straordinaria che – lo abbiamo constatato in tutta la fase di presentazione del museo alla stampa e al pubblico – interessa moltissimo e incuriosisce. Se mi posso permettere è davvero un “valore aggiunto” di cui possiamo essere orgogliosi. Il primo miracolo è che un edificio come questo sia stato conservato e non sia stato demolito; il secondo miracolo è che non sia stato usato per farne un supermercato o una discoteca, cosa tutt’altro che rara nel nostro paese; e il terzo miracolo è che l’architetto che ha curato l’allestimento, Andrea Mandara, sia riuscito a fare dialogare in modo efficacissimo e molto suggestivo la struttura architettonica di un edificio industriale con le esigenze allestitive e comunicative di un museo all’avanguardia.

Quanto questo museo favorirà il rapporto con l’arte contemporanea?

Proprio sulla base delle considerazioni appena fatte credo di potere dire che questo dialogo tra museo e arte contemporanea sarà strettissimo. Al piano superiore del museo è già allestita (e pronta) una grande sala destinata a mostre temporanee. Fin da ora sento di potermi impegnare sul fatto che siano anche e soprattutto mostre di arte contemporanea. È il modo migliore per conoscere e valorizzare sia il nostro passato, cioè la nostra storia, che la nostra “attualità”.

Da Zuccherificio a fabbrica/laboratorio di cultura, Classis Ravenna si proietta in un orizzonte di cieli bleu, come alcuni dei suoi mosaici, e di brume che suggeriscono gli affanni e i conflitti delle grandi vicende, ma che sempre annoda il passato e il futuro della città in cui vibrano gli accenti poliversi di una storia millenaria.

 

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