Rivista "IBC" XXVI, 2018, 3

mostre e rassegne, progetti e realizzazioni, restauri

A Piacenza un allestimento racconta nove secoli di arte e spiritualità.
Il tempo della bellezza

Manuel Ferrari
[Direttore Ufficio Beni Culturali, Diocesi di Piacenza-Bobbio]
Susanna Pighi
[Conservatore beni culturali ecclesiastici, Diocesi di Piacenza-Bobbio]

La Cattedrale e il suo Museo

Manuel Ferrari                                                                                                      

Molti sono gli studi compiuti sulla cattedrale piacentina (la data 1122 in facciata è ritenuta l’anno di fondazione), ma altrettante le strade aperte volte all’interpretazione di brani di storia scritti nella pietra.

Certamente all’uomo medievale le cattedrali parlavano con forza e chiarezza, secondo una semantica di linguaggio che forse non appartiene all’uomo contemporaneo: libri scolpiti con lo scopo di prefigurare un intero percorso di iniziazione cristiana e capaci di indirizzare l’uomo verso una prospettiva escatologica.

Lo sforzo chiesto al nostro tempo è quello di tornare ad abbracciare la complessità di lettura di questi manufatti di straordinaria importanza, individuarne il senso utile a ricucire una distanza perduta, necessario a renderci capaci di reinterpretare il presente. In questo sta l’intento profondo della visita al museo della cattedrale.

Dopo il grande successo della mostra Guercino a Piacenza (2017), che ha visto la chiesa di Santa Maria Assunta protagonista indiscussa con la possibilità di salita fino alla loggia della cupola, la diocesi ha deciso, accogliendo le sollecitazioni pervenute da istituzioni e cittadinanza, di rendere permanente l’itinerario di salita raccordandolo al museo annesso, inaugurato due anni prima.

Il percorso espositivo si offre quindi da aprile 2018 completamente rinnovato e, per comprenderne l’impostazione, è necessario qualche cenno storico.

Angiola Maria Romanini ipotizzava una costruzione della cattedrale in tre fasi, di cui l’ultima tra 1202 e 1215. Per altri, gli anni di avvio e conclusione del cantiere differiscono leggermente, ma poco importa in questa sede. Ciò che preme sottolineare è come i lavori abbiano necessitato di oltre un secolo, a cui si aggiunge la costruzione del campanile, ultimato nel 1333.

Non si conosce il nome dell’architetto costruttore, ma Arturo Carlo Quintavalle ha attribuito il progetto a Niccolò (1991) e affermato che l’edificio sembra riprendere lo schema della cattedrale di Parma, dove lo scultore aveva dapprima lavorato.

Le scale per i matronei e la complessa articolazione dei percorsi interni suggeriscono l’ambito stilistico entro cui collocare la nostra fabbrica. Secondo la Romanini, la tecnica del mur épais utilizzata consentirebbe di collegare la cattedrale a coeve architetture normanne e anglo-normanne.

In seguito al Concilio di Trento, i vescovi Rangoni e Linati promossero la revisione dell’impianto decorativo, che doveva mettere in luce i temi teologici emersi, in particolare il tema Cristo-eucaristia e della Vergine Maria regina della Chiesa. Prima le volte e le pareti del presbiterio, poi la cupola, furono affrescate da importanti maestri.

Sul finire del XIX secolo, il vescovo Scalabrini promosse una campagna di lavori che si occupò di ripristinare l’aspetto primitivo di elementi architettonici e spazi secondo i principi del restauro “stilistico”. Ciò che nei secoli la cultura aveva introdotto fu smantellato, per favorire un’immagine prossima il più possibile a quella ritenuta “originaria”. Molti altari furono demoliti, molti affreschi staccati e collocati altrove.

È stato studiato e realizzato un percorso museale capace di condensare, fino a divenire un’unica narrazione, le principali vicende svoltesi nei nove secoli della cattedrale.

L’itinerario ha variazioni minime rispetto a quanto prodotto in occasione della mostra, tranne che per la prima parte. La salita ai sottotetti non avviene dalla navata sinistra, ma dalle sacrestie superiori per l’esigenza di separare la vita del museo dalla vita liturgica della cattedrale, ridurre al minimo le interferenze con le celebrazioni e svincolare gli orari di visita da quelli di apertura della cattedrale. Con la medesima finalità si è invertito l’allestimento del museo Kronos, guadagnando l’ingresso indipendente dai giardini delle absidi su via Prevostura (non più dalla cripta).

Il percorso che si snoda nelle sei sale a piano terra non ha subito modifiche sostanziali di allestimento, ma sono state introdotte opere e ne sono state spostate alcune. La salita alle sacrestie superiori avviene mediante la scala esistente. Giunti nell’anticamera relativa, è possibile effettuare un primo affaccio sull’interno della cattedrale alla quota del presbiterio.

Dopo l’uscita dalle sacrestie, che con la riapertura settembrina vede l’inedita esposizione di ulteriori pregiati manufatti, inizia il percorso vero e proprio verso la cupola, che ha visto il recupero di un grande vano sottotetto dove è stato realizzato l’allestimento per il codice 65 o Libro del Maestro, studiato in tutto il mondo. È stato ricreato un primo ambiente a perimetro poligonale multifunzionale, in cui un video ideato da Gionata Xerra racconta le principali sezioni del codice. Conclusa la proiezione, al centro della parete perimetrale innalzata sul fondo della sala, si apre automaticamente una porta che conduce il visitatore nel vano dove si ammira il prezioso testo. A destra e a sinistra sono posizionati monitors touch screen che consentono di sfogliare digitalmente il volume e sentir suonare alcune sequenze.

Si prosegue sino a giungere al sottotetto delle navate laterali del presbiterio, dove due ambienti in penombra accolgono installazioni di arte sacra contemporanea.

Da qui è possibile effettuare un affaccio suggestivo sull’interno in corrispondenza del transetto del Santissimo Sacramento, per una vista sulla navata laterale destra. Un altro affaccio di notevole impatto visivo sotto le volte affrescate dal Carracci e dal Procaccini è in previsione.

Proseguendo lungo le loggette del lato sud della cattedrale, si giunge al sottotetto del transetto corrispondente dal quale ci si ricollega al percorso di visita realizzato in occasione della mostra per iniziare l’ultimo tratto di salita.

Conquistata la quota della cupola, si è invitati ad indossare cuffie wi-fi e ad entrare nella loggia dove si ammira l’interno della chiesa da un’altezza di 30 metri circa . Sotto il cielo affrescato da Morazzone e Guercino, si assiste a uno show di luci e si può procedere lungo tutto il perimetro. La messa in sicurezza dei lati dell’ottagono consente infatti di fruire del ciclo pittorico al completo, in un percorso rotazionale continuo (che in occasione della mostra non è stato possibile realizzare).

Uno sguardo dalla croce di facciata per godere della città dall’alto anticipa la discesa al sottotetto del transetto nord e la conclusione del percorso, non prima di aver notato l’impalcato ligneo che qualifica l’interno del campanile. Le scale medioevali nello spessore murario un tempo impiegate per lo più dalle sole maestranze ci consentono di approdare all’interno della Cattedrale, nella navata nord (punto dove durante la mostra prendeva avvio il percorso di salita).

 

Il Museo: un itinerario di visita

Susanna Pighi

Il primo museo d’arte sacra a Piacenza risale al 1930, aveva sede nel palazzo vescovile e accoglieva opere da chiese diocesane per conservarle e tutelarle. L’attuale esposizione, Kronos-Museo della Cattedrale (la denominazione trae spunto da una scultura all’esterno dell’edificio), aperta al pubblico il 3 luglio 2015 e nel rinnovato allestimento il 7 aprile 2018, prende avvio da ambienti dell’ex Prevostura adiacenti alla chiesa maggiore.

La selezione dei pezzi, agevolata dall’inventariazione CEI chiusa nel 2013, ha consentito di progettare un itinerario volto alla conoscenza storica della maestosa architettura romanica in perfetta interconnessione con quello di salita alla cupola, predisposto per la mostra Guercino visto da vicino (marzo-luglio 2017) che ha visto più di centomila visitatori. L’obiettivo è di svelare i tesori della cattedrale in relazione alla realtà urbana, introdurre spazi di non usuale accessibilità.

Nei sei vani concessi dal Capitolo, introdotti da biglietteria-bookshop e completati da una sala didattica, la collocazione per nuclei tematici evidenzia il valore di "documento" di ciascun manufatto in relazione al contesto.

All’ingresso, un lacerto di affresco staccato ci porta nel Medioevo: tre figure femminili presso una sorta di sarcofago, forse resti di un’ Assunzione della Vergine o di una Resurrezione, datano poco oltre metà Trecento. Sono evidenti le tangenze col dipinto murale strappato della prima sala, dedicata agli albori della cattedrale: una Madonna in trono col Bambino e Sant’Antonio Abate che presenta un fanciullo dovuta al locale Antonio de Carro, autore del polittico del 1398 ora al Musée des Arts Décoratifs di Parigi.Venuto alla luce durante i lavori effettuati fra Otto e Novecento, l’affresco proviene secondo gli studi dal transetto sinistro.

Nella sala campeggia il calco dell’architrave del portale di sinistra della cattedrale, databile a inizio Novecento, realizzato nel 1901 da Pier Enrico Astorri. L’originale con scene evangeliche, attribuito a Wiligelmo e alla prima fase costruttiva dell’edificio (1122), si ammira in facciata. Al di sopra della copia, una riproduzione consente l’immediato raffronto con l’architrave di destra, ricondotto a Niccolò, ritenuto progettista della cattedrale.

Una teca racchiude il prezioso altarolo ligneo portatile di Serafino de’ Serafini, pittore modenese del secondo Trecento. Di dimensioni superiori alla norma per questo tipo di manufatti se ad uso domestico, reca scene della vita di Gesù su fondo oro, di efficacia comunicativa e cromatica. Alla Crocifissione centrale assistono i santi francescani Ludovico di Tolosa e Francesco d’Assisi, la cui presenza ha fatto pensare a un’origine conventuale. 

Prima di uscire dalla sala si può seguire la proiezione del video che racconta la conformazione del complesso vescovile piacentino dal IV secolo alla costruzione dell’attuale cattedrale.

Il cospicuo nucleo di statue lignee in diocesi, esito di una tradizione radicata, ha suggerito di dedicare una sala a tale produzione. Interessante è il San Giuseppe col Bambino scolpito nel 1630 per lo scampato pericolo dalla peste. Qualificato dalla policromia originale, è ricavato da un unico blocco di legno.

Tra Barocco e Neoclassicismo, furono protagonisti a Piacenza il valsesiano Giovanni Sceti e il fiammingo Jan Geernaert. Al primo, in città dal 1687, si deve il San Nicola da Bari già nell’omonima chiesa, al secondo, presente dal 1727 per un cinquantennio, è attribuibile l’ Angelo custode della Congregazione dei Filippini. L’unica opera della sala pertinente alla cattedrale è la Madonna assunta in cartapesta della seconda metà del Settecento, una rarità se si considera la deperibilità del materiale.

Nella saletta del tesoro spicca un bacile in argento ricavato nel 1841 dal paliotto che Gaspare Mola realizzò per l’altare maggiore (1716);reca l’ Assunzione della Vergine con gli Apostoli e il vescovo committente Giorgio Barni. Magnifico è anche l’ostensorio del 1746, dovuto all’orafo piacentino Angelo Spinazzi e aggiornato su modelli del barocco romano nel fusto figurato di ascendenza berniniana.

Alcuni pezzi esemplificano la produzione del sacerdote Giuseppe Doria, forse il più stimato argentiere locale del primo Settecento e di Angelo Filiberti, attivo nella seconda parte del secolo. L’Ottocento è rappresentato da Gaetano Magrini, un eclettico cui si deve il pastorale detto “del grappolo d’uva” per il vescovo Carlo Scribani Rossi (1817).

Nel vano seguente il nuovo percorso svela pezzi poco noti del patrimonio liturgico, ma l’opera che suscita maggior interesse è la Pianta di Piacenza a volo d’uccello di Alessandro Bolzoni (1627), testimonianza della città murata con insediamenti religiosi, castello, porte, strade, rivi e mulini dell’epoca. 

La sala dei dipinti accoglie tele di altari mantellati tra Otto e Novecento.Influssi reniani connotano I diecimila martiri crocifissi , già pala dell’altare eretto nella quarta campata a destra sotto l’episcopato di Alessandro Scappi (1627-1653). Contraddistinta dallo smagliante colorismo, è stata riferita a Elisabetta Sirani o al padre Giovanni Andrea. La Morte di San Francesco Saverio(1685-86), dovuta a Robert De Longe, era pala dell’altare nella quinta campata destra, dedicato al patrono minore di Piacenza.

La Madonna dello Zitto di Giambattista Tagliasacchi (terzo-quarto decennio sec. XVIII), donata al Capitolo nel 1760, trovava posto nell’ultima cappella a destra vicino all'entrata. E’così chiamata per la figura di Maria che con l’indice sulle labbra zittisce San Giovannino, perché non svegli Gesù. Un piccolo capolavoro di proporzioni e cromia è il bozzetto della tela I Santi vescovi piacentini, realizzata nel 1772 da Gaetano Callani per l’altare dove è ora il monumento a Scalabrini (transetto destro, traslata attualmente nel braccio opposto).

Nell’ultima sala a piano terra distanze secolari separano due capolavori, due modi di concepire uno stesso tema: quello del deserto, dello spazio, veicoli di meditazione spirituale. L’iconografia del San Girolamo di Guido Reni del 1640 circa, pervenuto per donazione Scribani Rossi nel 1821, richiama gli anni trascorsi nel deserto dal santo. L’ Achrome di Piero Manzoni del 1958 (da Bobbio, Museo MCM), appare come sconfinata distesa bianca. Il parallelo è affidato alla sensibilità del visitatore.

Si sale verso la sacrestia capitolare dopo aver osservato il dipinto Interno del duomo di Piacenza di Enrico Prati (1868), rara vista del presbiterio prima degli interventi voluti da Scalabrini.

Dopo un affaccio sul coro, dominato dal polittico di Antonio Burlengo (1441-47) e da affreschi di Ludovico Carracci e Camillo Procaccini (1605-09), un portale in terracotta del XV secolo introduce agli ambienti neogotici del 1852 -1856 (su progetto di Giovanni Antonio Perreau), in cui la cupola a trompe-l’oeil è di Giuseppe P. Giorgi.I grandi armadi racchiudono il cospicuo patrimonio tessile, in parte visibile mediante l’apertura delle ante.

I postergali degli stalli capitolari, reimpiegati come teche hanno ospitato la mostra I misteri della cattedrale. Meraviglie nel labirinto del sapere e accolgono ora esposizioni tematiche a rotazione. 

All’uscita dalla sacrestia, una rampa di scale conduce al Libro del Maestro, raccolta di testi per le celebrazioni del XII secolo, noto a livello internazionale . Un video ne illustra la genesi, l’ experience room consente un viaggio nel Medioevo che culmina nella visione dello stupefacente codice miniato. 

Tra scale nello spessore murario e affacci sulla città si giunge infine alla cupola dipinta nel 1625-1627 da Morazzone e Guercino, dove si gode di una visione ravvicinata degli affreschi.

Un ultimo sguardo sulla città e poi la discesa verso l’interno della cattedrale, che riserva altre sorprese: l’affaccio sulla corte vescovile, sulla navata centrale dal matroneo nord o sull’interno del campanile. Lungo tutto il percorso si susseguono opere di artisti contemporanei (Bargoni, Corradini, Perotti, Zucconi).

 

Bibliografia essenziale

LuigiTagliaferri, Il Duomo di Piacenza, Storia, Arte, Costume, Piacenza.
Il Duomo di Piacenza (1122-1972), atti del convegno di studi storici, Piacenza 1975.
Domenico Ponzini, Il Duomo di Piacenza. Itinerario Storico-Artistico, Piacenza 1988.
Censimento del patrimonio architettonico e artistico: la Cattedrale e il palazzo vescovile di Piacenza, a cura dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Diocesi di Piacenza-Bobbio, Piacenza 2013.
Manuel Ferrari, Guercino visto da vicino, in Guercino tra sacro e profano, a cura di Daniele Benati, catalogo della mostra di Piacenza, Milano 2017.
I misteri della Cattedrale. Meraviglie nel labirinto del sapere, catalogo della mostra di Piacenza, Milano 2018.

Referenze fotografiche: Levoni; immagini Marco Stucchi; Ufficio Beni Culturali della Diocesi di Piacenza-Bobbio

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