Rivista "IBC" XXVI, 2018, 3

linguaggi, mostre e rassegne

Papini alla Malatestiana di Cesena.
La voce delle carte

Franco Contorbia
[Già ordinario di Letteratura, Università di Genova]

Due mostre di manoscritti, entrambe intitolate La voce delle carte, e sottotitolate la prima Corrispondenze dal Fondo Papini, la seconda Autografi del Novecento nella Biblioteca Malatestiana, sono state aperte, rispettivamente a Bologna presso la Biblioteca dell’Archiginnasio, a cura dell’Istituto per i Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna dal 18 maggio al 3 giugno e a Cesena presso la Biblioteca Malatestiana dal 19 maggio al 2 settembre 2018: il loro allestimento è stato curato da Isabella Fabbri e Alberto Calciolari a Bologna, da Paola Errani e Manuela Ricci a Cesena. Come è noto, le due sezioni del Fondo Papini, quella cesenate e quella bolognese, comprendono una ricca serie di autografi appartenuti a Giovanni Papini, e poi agli eredi del genero Stanislao Paszkovski (marito della figlia Viola), acquisiti in tempi diversi dalla Regione Emilia-Romagna, che integrano significativamente il complesso delle carte Papini consultabili presso la Fondazione Primo Conti a Fiesole e analiticamente descritte da Sandro Gentili e da Gloria Manghetti nell’ Inventario dell’Archivio Papini (Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1998).

Intorno alla mostra di Bologna riferisce qui impeccabilmente Andrea Battistini, al cui saggio rinvio. Del Fondo Papini conservato dalla Biblioteca Malatestiana di Cesena, dal quale Paola Errani e Manuela Ricci hanno prelevato un ampio palmarès di testi poetici, sarà sufficiente ricordare che è costituito da 218 scritti in versi e in prosa di 54 autori soprattutto (ma non soltanto) italiani, che nella maggior parte dei casi li hanno redatti in vista della loro pubblicazione (che non sempre ha avuto luogo) su "La Voce" di Giuseppe Prezzolini (20 dicembre 1908-28 novembre 1914) o su "Lacerba" (1° gennaio 1913-22 maggio 1915) o su "La Voce" di Giuseppe De Robertis (15 dicembre 1914-31 dicembre 1916), e da varî specimina cronologicamente anteriori o successivi agli anni della "Voce" strettamente o latamente intesi. La decisione di affidare il fondo in deposito perpetuo alla Biblioteca Malatestiana di Cesena è essenzialmente dipesa dall’eccezionale rilievo giustamente attribuito all’autografo, ricercato per decennî e infine provvidenzialmente ritrovato, dell’ Esame di coscienza di un letterato di Renato Serra, che aveva visto la luce il 30 aprile 1915, tre mesi prima della morte del suo autore in una trincea del Podgora, su "La Voce" ‘bianca’ di De Robertis.

Il manoscritto del leggendario saggio di Serra spicca in una galassia di carte di qualità non ordinaria. Il semplice indice alfabetico dei nomi dei narratori, poeti, critici, artisti, filosofi, economisti italiani e stranieri presenti nel fondo cesenate è in grado di evocare suggestivamente nelle sue più minute articolazioni un’intera stagione della cultura letteraria, filosofica e artistica del primo Novecento: Sibilla Aleramo, Corrado Alvaro, Giovanni Amendola, Antonio Baldini, Jurgis Baltrušaitis, Giuseppe Brunati, Mario Calderoni, Dino Campana, Francesco Cangiullo, Vincenzo Cardarelli, Bruno Cicognani, Bruno Corra, Giorgio De Chirico, Giuseppe De Robertis, Persio Falchi, Guido Alberto Fano, Luciano Folgore, Raffaello Franchi, Diego Garoglio, Giuseppe Gerini, Corrado Govoni, Max Jacob, Piero Jahier, Gerolamo Lazzeri, Danilo Lebrecht (Lorenzo Montano), Giuseppe Lipparini, Vittorio Locchi, Francesco Meriano, Mario Missiroli, Marino Moretti, Alfredo Mori, Ercole Luigi Morselli, Nicola Moscardelli, Aldo Palazzeschi, Dominique Parodi, Georges Polts, Francesco Balilla Pratella, Giuseppe Prezzolini, Puccio Pucci, Pier Maria Rosso di San Secondo, Umberto Saba, Francesco Sapori, Alberto Savinio, F.C.S. Schiller, Dino Segre (Pitigrilli), Renato Serra, Ardengo Soffici, Giovanni Titta Rosa, Ugo Tommei, Miguel de Unamuno, Giuseppe Ungaretti, Giuseppe Vannicola, Luciano Zuccoli.

Su un così notevole ventaglio di testi si era subito esercitata l’acribia di Ezio Raimondi, che in una essenziale Relazione sulla raccolta di autografi vociani e lacerbiani acquisita dalla Regione Emilia-Romagna, paradossalmente semisconosciuta perché rimasta come incistata nel corpo dell’articolo di Nazareno Pisauri Lussuria e devozione, apparso a pp. 13-21 di "IBC Informazioni", IV, nuova serie, 3-4, maggio-agosto 1988 (la Relazione di Raimondi è a p. 15, e non è registrata nel Sommario del fascicolo), aveva sottolineato l’"importanza documentaria e storica" del "piccolo archivio fiorentino", indicandone il "primo, decisivo pregio" nella "omogeneità letteraria e culturale dei materiali che lo compongono", e privilegiato, pour cause, la centralità delle carte Ungaretti, Campana, Serra.

Delle prime aveva scritto Raimondi: "Basterebbe citare le stesure dell’Ungaretti dell’ Allegria con varianti, notizie, soluzioni grafiche, da cui esce ampliato, e non in forma secondaria, il quadro genetico relativo a uno dei testi poetici capitali del nostro Novecento. Che per esempio l’Ungaretti faccia il nome dello Sbarbaro in coda a una sua poesia è un fatto che invita da solo a riconsiderare la stratificazione dei rapporti stilistici della stessa Allegria. Non insisterò invece sul valore di altri testi del tutto inediti, che parlano a questo punto da soli".

Detto, fatto. Erano state proprio le carte Ungaretti ad essere rese note per prime, con fulminea rapidità, nell’ottobre 1989, in un volume dello "Specchio" mondadoriano ( Poesie e prose liriche) curato da Cristiana Maggi Romano e Maria Antonietta Terzoli e introdotto da Domenico De Robertis; e la stessa Maggi Romano aveva rivendicato l’esigenza di un Aggiornamento dell’edizione critica dell’"Allegria", da lei prodotta nel 1982 per la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, in un saggio consegnato agli "Studi di filologia italiana", XLVIII, 1990 [ma finito di stampare nell’aprile 1991], pp. 259-300, e seguìto a pp. 301-307 da una N.[ota] d.[el] D.[irettore] D.[omenico] D.[e] R.[obertis], che respingeva le pointes polemiche rivolte all’edizione dell’ Allegria da Carlo Ossola sia a pp. 28-29 della nuova edizione del suo commento a Il porto sepolto (Venezia, Marsilio, [settembre] 1990) sia all’ Appendice di testi (a cura di C.O.) allegata, a pp. 404-413, al saggio di Umberto Sereni "L’atto di Lucifero": Ungaretti apuano, uscito su "Lettere italiane", XLII, 3, luglio-settembre 1990, pp. 388-403. (La delimitazione del perimetro del campo di Agramante non può involgere, in questa sede, le ragioni e i torti dei contendenti).

Sul Campana ‘cesenate’ Raimondi aveva aggiunto: "per quanto ho riscontrato, esistono varianti di qualche significato a cominciare, per esempio, dalla sistemazione grafica di Pampa, che oltre a un sottotesto cassato, si presenta non in righe normali di prosa ma in cadenze di varia misura, quasi con un orientamento di verso: qui le disposizioni grafiche, come del resto viene espressamente indicato in una carta dell’Ungaretti, hanno valore di segnalazione ritmica". Compressi da Giorgio Grillo nell’apparato dell’edizione critica dei Canti Orfici stampata da lì a poco (dicembre 1990) dal periodicamente redivivo editore Vallecchi, i quattro testi di Campana ( Il Russo (storia vera); [ Crepuscolo mediterraneo]; Dualismo-Lettera aperta a Manuelita Etchegarray; Pampa) sarebbero stati oggetto del devoto, religioso repêchage del principe degli studî campaniani, il compianto amico di una vita Gabriel Cacho Millet, che dapprima nel capitolo Gli autografi "lacerbiani" ritrovati del volumetto Dolce illusorio sud. Autografi sparsi 1906-1918 (Roma, Edizioni Postcart, 1997, pp. 15-56), poi nel cap. II, dall’identico titolo, della più organica e ordinata summa Dino Campana sperso per il mondo. Autografi sparsi 1906-1918 (Firenze, Olschki, 2000, pp. 25-73) ne avrebbe offerto la riproduzione in facsimile e la trascrizione.

Con specialissima attenzione, in obbedienza, anche, a "un interesse personale di vecchio studioso serriano", a proposito del manoscritto dell’ Esame di coscienza di un letterato Raimondi aveva, nella circostanza, osservato: "In primo luogo si ricupera l’autografo della prosa più straordinaria del critico cesenate, così centrale nella storia della prima generazione novecentesca, non solo italiana, davanti alla scelta terribile della guerra. L’autografo consente, per intanto, di rettificare qualche elemento dubbio del testo a stampa; in più apre una prospettiva sulle varianti del sottotesto (alcune delle quali sono straordinariamente sintomatiche) e infine permette di accertare quali siano state le aggiunte e le correzioni che il Serra portò sulle bozze speditegli dal Papini. Da quanto mi è riuscito di vedere, anche se non ho potuto compiere un esame sistematico, certe aggiunte ci mostrano il cammino della riflessione e delle reazioni mentali del Serra dopo la stesura a Cesena. E in un testo così ricco e così difficile come l’ Esame un accertamento del genere ha conseguenze interpretative di rilevante entità".

Si è trattato di una facile profezia, confermata a qualche anno di distanza dalla consecutiva pubblicazione di ben quattro edizioni dell’ Esame di coscienza condotte sull’autografo per la cura di Marino Biondi e di Roberto Greggi ( Esame di coscienza di un letterato. Per una storia del testo dall’autografo alla stampa, con un saggio critico di Ezio Raimondi, Cesena, Il Vicolo&Il Ponte Vecchio, 1996; e 2001 e 2014), di Enzo Colombo (Bologna, Pendragon, 2002), ancora di Biondi (in Renato Serra, Le lettere, la storia. Antologia degli scritti, Cesena, Società Editrice "Il Ponte Vecchio", 2005, pp. 141-174) e di Biondi-Greggi (in Esame di coscienza di un letterato. Carte Rolland. Diario di trincea. Edizione critica a cura di Marino Biondi e Roberto Greggi, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2015, pp. 1-255: Nota al testo, pp. 3-12; Il manoscritto, pp. 3-123; Testo critico, pp. 125-146; Edizioni e stampe dell’Esame di coscienza di un letterato (1915-2015), pp. 147-154; Commento, pp. 155-249; Avantesti, pp. 251-255).

Se un auspicio è possibile formulare, ci si augura che l’esercizio filologico dedicato fin qui, nell’arco di un trentennio, alle carte Ungaretti, Campana e Serra venga devoluto, d’ora in avanti, con non minore assiduità alle restanti parti dell’archivio cesenate, e che la ragionevole unificazione dei due blocchi oggi divisi tra Bologna e Cesena possa trovare un punto di approdo per dir così definitivo in un sistematico inventario capace di dar conto, in ordine alfabetico d’autore, della storia archivistica e (laddove, più raramente, abbia preso forma) della vicenda editoriale di ciascun documento. Non è difficile ipotizzare che un simile lavoro varrà a illuminare in un modo nuovo e per molti versi imprevedibile aspetti, figure, zone d’ombra del primo Novecento italiano e europeo.


 

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