Rivista "IBC" XXVI, 2018, 2

Dossier: La Regione e le sue lingue

Ritorno a Santarcangelo

Annalisa Teodorani
[Poetessa]

Sono nata in un contesto sociale dialettofono. Fortunatamente (ora lo posso dire) nessuno in famiglia si è mai fatto scrupolo di parlare in dialetto davanti a me. Non ho conosciuto la “vergogna della lingua”, forse perché le questioni importanti erano altre. C’è da dire, tuttavia, che prima di ottenere che un adulto di casa si rivolgesse a me in dialetto è passato del tempo, ho dovuto dimostrare di esserlo diventata anche io e ora questa conquista vale oro.
Sì, perché in dialetto si nasce e si muore.
Ho potuto ascoltare, fin da piccola, almeno due generazioni di parlanti: quella dei nonni e quella dei genitori.

In terza elementare la maestra ci fece trascrivere dalla lavagna, per poi imparare a memoria, una poesia del poeta verucchiese Eugenio Pazzini. Fu un primissimo tentativo di stesura di una lingua orale così diversa dall’italiano scolastico; il compito era anche quello di rappresentare i versi con alcune vignette.
In un certo senso credo che Santarcangelo di Romagna, il mio paese d’origine, sia stato per me una sorta di scuola di poesia a cielo aperto.
In gioventù ebbi presto contezza di come il luogo fosse sottilmente animato da presenze anche non direttamente apprezzabili ma immortalate attraverso gli oggetti d’arte e le manifestazioni spontanee dei compaesani.
Muovendosi per le vie del centro storico si potevano incontrare le saracinesche di una casa con su dipinte due poesie di Giuliana Rocchi, una formella in terracotta a forma di libro con una poesia di Nino Pedretti, un mosaico di piastrelle con alcuni detti di Pidio raccolti da Tonino Guerra.
Alcuni di questi manufatti ci sono ancora, altri se ne sono aggiunti.
È la dedica di un paese ai suoi artisti, che rapidamente insinua nei passanti la curiosità nei loro confronti e il desiderio di approfondirli dando loro un volto e là dove possibile anche una voce.

Mi rammarico di non aver potuto incontrare personalmente Nino Pedretti, prematuramente scomparso, e Giuliana Rocchi, che se andò poco prima dei miei esordi. Ma a me, forse per suggestione, piace pensare al dono di una copia de La vóita d’una dòna, fatto a mia madre dalla Rocchi in persona durante una delle consuete commissioni domestiche diurne, come a un tacito incoraggiamento là dove non era presente nemmeno una volontà da parte mia. Io all’epoca non componevo e per lungo tempo quel libro stazionò nella libreria, sotto l’ipotetica dicitura “Ancora il dialetto!” fino a quando Giuliana non venne a mancare e allora lo aprii e in un certo senso non me ne staccai più. Sapevo chi era la Rocchi: a casa di una compagna di giochi sua madre aveva battuto a macchina due versi della poetessa a corredo del ritratto della bimba all’asilo “ò vést che t’avìvi ti ócc una févra lizìra ” “ho visto che avevi negli occhi una febbre leggera”.

Si aprì per me, allora, una possibilità di narrazione dei piccoli fatti del quotidiano e delle esperienze maturate fino ad allora che mi portò a voler praticare la lingua scritta sebbene non avessi un’ idea di come presentarla, affidandomi esclusivamente alla sua musicalità, poiché tuttavia l’urgenza del dire risiedeva altrove rispetto alla centralità dello stesso mezzo linguistico. A quel punto, dopo aver raccolto una silloge di una dozzina di pezzi, presi il coraggio a quattro mani e telefonai a Gianni Fucci, che mi accolse con fare paterno quando, con un fasciolo di dattiloscritti sotto braccio, mi presentai alla sua porta emozionata per un parere ed un consulto. Fucci lesse attentamente le mie prime prove di scrittura, corresse a matita la grafia dialettale, insegnandomi alcuni rudimenti di base, e poi concluse con un cenno di approvazione dicendo: “ta i é e’ sbózz”, espressione intraducibile, come spesso accade nel dialetto, ma che potrebbe equivalere ad un “hai dell’inventiva”; accostando l’uscio prima di congedarmi si raccomandò che allargassi gli orizzonti delle mie letture e così mi suggerì di prendere in mano i libri di quelli che sono stati gli altri membri del Circolo del Giudizio santarcangiolese ovvero Tonino Guerra, Raffaello Baldini, Nino Pedretti e lo stesso Fucci.

Il mondo fino ad allora conosciuto si allargò ulteriormente, portandomi alla riscoperta delle vie e delle piazze dove facevo intimamente risuonare i loro versi, rivivendo e riscrivendo insieme a loro quei luoghi.
Incontrai in seguito anche Raffaello Baldini, che scendeva da Milano nel periodo estivo con il suo garbo innato e solo molto più tardi, quasi alla fine dei suoi giorni il geniale Tonino Guerra.
Mi piace pensare che quando un poeta se ne va in realtà non muore del tutto: i suoi versi e le sue visioni continuano ad essere pane di vita.

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