Rivista "IBC" XXVI, 2018, 2

mostre e rassegne

Archeologia e Medioevo in Emilia-Romagna: qualche riflessione a margine di un evento.
I secoli della transizione

Sauro Gelichi
[Ordinario di Archeologia Medievale, Università Ca' Foscari]

Forse non molti lettori sanno che le prime ricerche scientifiche nell’ambito dell’archeologia medievale in Italia si sono svolte a Bologna, tra il 1974 e il 1976, in San Giorgio in Poggiale e in San Petronio. Quelle date e quei luoghi non sono casuali. Nel 1974, infatti, nasceva l’IBC, approdo di politiche culturali che avevano fatto della nostra regione un punto qualificato di riferimento a livello nazionale, in particolare nell’ambito del censimento e della gestione del patrimonio culturale. Anche se non direttamente implicata in questi due episodi, la ‘rivoluzione emiliana’ che, come una ventata di aria fresca, stava coinvolgendo buona parte del Paese, aveva contribuito a sdoganare interi spazi della materialità del passato, fino ad allora relegati nel folclorico o in una dimensione riduttiva della nostra comune memoria storica.

In quello spazio, dove si ordinavano nuovi valori collettivi, non poteva non trovare terreno fertile una disciplina che nasceva senza pedigree ma che, proprio per questo, era più di altre disponibile a farsi carico dei nuovi fermenti e delle nuove idee che maturavano all’interno della ricerca europea più avanzata (e che stavano facendo la loro comparsa anche nei settori più impermeabili della nostra consolidata Accademia). E, ancora una volta, non a caso fu la sede del Museo della civiltà contadina di San Marino di Bentivoglio, alle porte di Bologna, ad accogliere nel febbraio del 1976 un incontro interdisciplinare promosso dalla neonata rivista “Archeologia Medievale” e dedicato ad “Una rifondazione dell’archeologia post-classica: la storia della cultura materiale”.    

L’archeologia medievale, dunque, è di casa fin dagli inizi in questa regione e dedicarle, anche se a distanza di tanti anni, una mostra ( Medioevo svelato), è quasi un fatto naturale, direi forse obbligatorio. Tuttavia, almeno nelle intenzioni dei curatori, tale iniziativa non voleva assumere il sapore di un mero atto celebrativo e nostalgico, e neppure costituire l’occasione per redigere una sorta di ‘stato della questione’, per quanto opportuna. Voleva esplicitare, traducendoli in contenuto espositivo, alcuni passaggi che hanno interessato il nostro modo di intendere e praticare l’archeologia del Medioevo in tutti questi anni; e, di farlo, tenendo conto del contesto sociale e politico in cui ciò è avvenuto. In questa circostanza vorrei riprendere, e sviluppare brevemente, alcuni di questi passaggi, perché sono utili per spiegare, nei limiti del possibile, il passato, e ci aiutano a riflettere su una possibile prospettiva futura.

Nella storia dell’archeologia medievale italiana, un importante momento fondativo va riconosciuto nell’istituzionalizzazione di una pratica: cioè la circostanza in cui ad essa si è data dignità scientifica e identità giuridica e la si è trasformata, di fatto, in disciplina. Tutto ciò ha avviato una più strutturata organizzazione della formazione e delle politiche di tutela in campo archeologico, di cui anche la mostra bolognese ne è un esempio. Infatti essa rappresenta anche una sintesi delle ‘buone pratiche’ istituite tra soggetti diversi (Soprintendenza, Università e amministrazioni locali), che si sono formalizzate su diversi specifici progetti a seguito di una nuova valutazione del ‘passato archeologico’, sia a livello di tutela che di ricerca. L’obbiettivo era quello di dare alla cooperazione una direzione scientifica ben precisa, che superasse una dimensione antiquaria e collezionistica del passato e collocasse gli oggetti nel loro originario spazio di azione: solo in questa maniera la materia inerte poteva farsi storia e dunque racconto.    

Naturalmente questo processo si è sviluppato all’interno di un ripensamento profondo che ha coinvolto tutta quanta l’archeologia, perché è in tale contesto che è necessario analizzare la storia di quell’arco temporale (il Medioevo appunto) in cui ancora, tradizionalmente, suddividiamo il passato. Aprire l’archeologia a questo lungo periodo, in sostanza, non aveva significato estendere banalmente un approccio archeologico (antico) ad un segmento temporale (nuovo), ma aveva significato pensare ad un soggetto nuovo dove l’amplificazione cronologica aveva senso nella misura in cui si costituiva parte integrante di un diverso progetto culturale e un differente modo di praticare l’archeologia nel suo insieme. È sbagliato, dunque, vedere le vicende dell’archeologia medievale comeil percorso di una ‘separatezza’ o di una rivendicazione (pure necessaria), ma invece esse vanno considerate come un passaggio funzionale ad una riformulazione dell’epistemologia archeologica nel suo complesso.

Oggi, dunque, nessuno mette in discussione la legittimità di un’archeologia del Medioevo. Piuttosto c’è invece da chiedersi se ha ancora senso parlare del Medioevo come soggetto autonomo di ricerca, di riflessione e di spazio di coesione identitaria. Che esso lo rimanga per quanto concerne la ricerca, dipenderà molto dal significato che ad esso sapranno dare gli studiosi, non tanto perché, come autorevolmente sostiene Sergi, si tratta di una mera convenzione “troppo presente nell’uso comune per essere abolita”, quanto perché esso costituisce ancora “una sfida al pensiero storico”, ma a condizione in cui sia possibile ravvisarvi, “nel fluire dei tempi, non solo processi, ma sistemi dotati di identità e significato” (come chiarisce un altro autorevole storico, Paolo Delogu). Sul versante pubblico, invece, cioè quello della percezione e dell’uso che intenderanno farne le collettività, il Medioevo appare ultimamente contrassegnato da segni di carattere diverso e contrastante, declinazioni che si diversificano nel seguire aspirazioni ed elaborazioni particolari e localistiche (e che rappresentano, nondimeno, uno dei tratti distintivi di molte società post-capitalistiche occidentali). Anche l’archeologia ha dimostrato di essere, in molte circostanze, un buon strumento al servizio di questo Medioevo. Ne asseconda, quando il caso, il tratto arcano e indicibile o lo declina nella sua formulazione più accattivante, quella rude e cavalleresca; ne ricostruisce, ancora quando il caso, la fisionomia sgualcita e trasandata della vita quotidiana. Poco importa se questo Medioevo è reale o inventato, perchè esso è funzionale alla necessità di ricreare singole identità (di regione, di paese) e consente di rifugiarsi in un proprio specifico cristiano ed occidentale che serve per cacciare i fantasmi di una globalizzazione che ci porta a contatto con realtà che non hanno conosciuto il medioevo (o lo hanno conosciuto in una forma del tutto diversa dalla nostra). I risultati di questo ‘Medioevo diffuso’ sono sotto gli occhi di tutti, perché hanno una loro concreta traduzione nelle feste in costume, nelle cene (e spuntini) medievali, nelle rievocazioni storiche. In questo terreno, la forza centripeta agisce come una ragnatela da cui è difficile sottrarsi e il confine tra la ricostruzione al vero di un’“archeologia pubblica” scoperta tardivamente e la sagra di paese è davvero molto labile, quasi impercettibile.

L’archeologia (direi la storia in generale) ha il dovere non tanto di correggere o mitigiare queste ‘derive’, se lo sono veramente, nè solo dare ad esse una migliore sostanza scientifica (così pacificandosi), quanto recuperare quel ruolo di interlocuzione sociale che da tempo le manca (o vive come in una perenne dissociazione). Lo spazio dove questo deve avvenire è, indiscutibilmente, un forum sociale, nel quale sia possibile finalmente mettere a confronto saperi esperti con quelli che, convenzionalmente, si chiamano saperi locali o comuni. Tentare, così, non solo di recuperare il Medioevo (l’antichità, o la storia nel suo insieme), quanto il riconoscimento, all’interno delle comunità, di una funzione del passato che sia in grado di dare coesione sociale ed identità culturale.

In filigrana, e almeno in parte, tutto questo dovrebbe riconoscersi in una mostra come Medioevo Svelato; o, perlomeno, questo era l’obbiettivo dei suoi ideatori e curatori. Un piccolo tentativo che non solo vuole dimostrare la capacità di una disciplina di migliorarsi sul piano scientifico (c’è, ovvio, anche questo), recuperando al pubblico patrimonio (e alla pubblica godibilità) oggetti del passato; ma un tentativo che vorrebbe anche dimostrare l’utilità sociale di una pratica, nella misura in cui questa pratica produce narrazioni sul nostro passato. Queste sono le nostre narrazioni: ora starà ai nostri interlocutori (le comunità, la società civile) farle proprie, introiettarle o rigettarle, in poche parole trasformarle, se vorranno, in un bene condiviso.      

 

I riferimenti nel testo sono a G. Sergi, L’idea di Medioevo. Fra storia e senso comune, Roma, 2005 (nuova edizione), p.28 e P. Delogu, Le mutazioni dell’alto Medioevo, in A. Zorzi (a cura di), Percorsi recenti degli studi medievali: contributi per una riflessione, Firenze, 2008, p. 14.

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