Rivista "IBC" XXVI, 2018, 2

mostre e rassegne

Un viaggio espositivo sulla via Emilia per comprendere le origini di una Regione.
Prima di Kerouac sulla statale 9

Nicola Cassone
[Archeologo, Musei Civici di Reggio Emilia]

La strada è metafora della vita, secondo Jack Kerouac, autore nel 1951 del celebre romanzo, o meglio del racconto itinerante On the Road.

Partendo da questa suggestione l’architetto Italo Rota, curatore della mostra a Reggio Emilia On the road. Via Emilia 187 a.C.-2017, coadiuvato dallo staff scientifico degli archeologi della Soprintendenza dell’Emilia Romagna e dei Musei Civici di Reggio, ha voluto narrare la storia della strada consolare, delle città sorte lungo il suo tracciato, degli uomini e delle donne che l’hanno percorsa; questi elementi costituiscono, en ensamble, il vero e proprio filo conduttore dell’evento; la strada diventa un vero e proprio teatro, forse un omaggio neanche troppo inconscio all’esperienza del Living Theatre, ospitato a Reggio Emilia dall’amministrazione comunale negli anni ’70 del secolo scorso. Una mostra-teatro quindi, che mette in scena storie di strada, di gente comune: personaggi reali, vissuti nell’antichità, di cui conosciamo i nomi e le biografie attraverso le iscrizioni sepolcrali o le testimonianze degli storici, ma non i loro volti. Una sorta di Antologia di Spoon River degli abitanti vissuti in un lontano passato lungo la via Emilia; queste figure, per noi anonime, prendono così vita all’interno della mostra con le fattezze di famosi attori e attrici dei kolossal hollywoodiani e dei film peplus ambientati nell’antica Roma: Marlon Brando, Peter O’Toole, Liz Taylor, Richard Burton, George Clooney, solo per citarne alcuni, hanno prestato i loro volti al decurione Giulio Valente, al comandante della cavalleria Pomponio Petra, ai coniugi Nevio Dromone e Nevia Philumina ed allo stesso Marco Emilio Lepido. Ogni tema presente all’interno della mostra ha quindi un proprio personaggio “in scena” che lo narra, accompagnando passo dopo passo il visitatore.

La mostra è essenzialmente archeologica, ma in dialogo continuo con il presente, con la contemporaneità; non va dimenticato che la regione emiliana è l’unica realtà geografica al mondo che prende il nome da una strada e non viceversa: “Tanto servì e tanto seppe questa strada – ha scritto Riccardo Bacchelli nel suo Il mulino del Po (1957) – che la gente chiamò infine la regione dalla strada, non la strada dalla regione”.

La strada concepita e fatta realizzare da Marco Emilio Lepido nel 187 a.C. costituisce il vero e proprio asse generatore di un incredibile sistema insediativo, ancora oggi in gran parte conservato, costituito da una serie di città di fondazione messe in rete dalla strada principale e dislocate strategicamente in connessione con una maglia ortogonale costituita da altre strade e canali che organizzavano geometricamente la pianura e ne consentivano al contempo l’appoderamento catastale e la bonifica dalle acque stagnanti. Questo strabiliante sistema organizzativo era chiuso a nord dall’asta fluviale del Po, via di comunicazione parallela e complementare alla via Emilia.

Secondo una brillante intuizione di Giovanni Brizzi il concetto di limes, inteso come frontiera strategicamente organizzata che tanta importanza ebbe nella difesa dei confini dell’Impero romano, vide qui, in terra emiliana, la sua prima realizzazione proprio grazie alla visione strategica di Marco Emilio Lepido. Per Franco Farinelli questo capillare sistema di organizzazione territoriale non è altro che l’estensione fisica del concetto di città ad un’intera regione: la vasta pianura Cispadana, enorme distesa di foreste e paludi di cui non si percepiva la fine, la prima grande pianura continentale vista dagli occhi dei Romani, venne interamente razionalizzata e costipata di infrastrutture per renderla un’unica, immensa città, con il reticolo ortogonale delle strade centuriali che ricalcava quello delle insulae delle colonie romane di fondazione. Sia Brizzi che Farinelli, pur se da punti di vista diversi, pongono l’accento su un comune denominatore che avrebbe spinto i romani alla creazione di questo incredibile sistema territoriale: la paura. Per Brizzi fu il metus Annibalis, a convincere i romani a creare una frontiera presidiata ed organizzata nel nord della penisola. Per Franco Farinelli fu la paura dettata dalla visione di un’enorme distesa di pianura senza confini naturali visibili, a portare all’immane realizzazione della città su scala regionale.

Il continuo dialogo tra antichità e contemporaneità è ribadito dall’organizzazione spaziale della sezione principale della mostra (intitolata SS 9), realizzata all’interno di un lungo ambiente, una sorta di lunga galleria che rappresenta, in scala, il rettifilo stesso della via Emilia; la sezione si struttura su due distinti livelli narrativi; la quota del pavimento, percorsa dai visitatori, rappresenta la strada antica, ed è quindi in relazione con i reperti archeologici che vi sono esposti; il soffitto della sala, posto a 2,80 metri sopra la testa dei visitatori, simboleggia invece la via Emilia contemporanea; qui viene proiettato in loop un videomapping lungo 34 metri con immagini in movimento della strada moderna, con il suo traffico veicolare, gli svincoli, le rotonde, le stazioni di servizio; la distanza spaziale scelta per separare le due vie Emilie, quella antica e quella contemporanea, non è casuale: è a 2,80 metri al di sotto dei livelli delle città moderne che in media appaiono i resti monumentali della antica via Emilia.

Al centro della via Emilia “ricostruita” il percorso della mostra si arricchisce di una sala dedicata appositamente alla città di Reggio Emilia e al suo territorio; in questa sezione vengono focalizzati una serie di temi intrecciati tra loro e proposti in un’atmosfera raccolta, a luci soffuse, di grande impatto sul visitatore: al centro della sala una tenda da campo romana in cuoio rosso custodisce la testa marmorea di Marco Emilio Lepido proveniente dal foro di Luni, probabilmente l’unico ritratto del grande personaggio politico romano che ci è pervenuto dall’antichità; all’interno della tenda quattro vetrine espongono reperti archeologici provenienti dal territorio reggiano riferibili da un lato all’arrivo dei coloni romani in terra emiliana, dall’altro alla sopravvivenza della cultura materiale delle popolazioni indigene conquistate (Liguri e Galli): queste evidenze consentono di ipotizzare un processo di integrazione e non di sterminio delle popolazioni autoctone da parte dei Romani, con i conseguenti processi di integrazione sociale e di contaminazione culturale che hanno senza dubbio arricchito le matrici culturali dell’Emilia.

Questo tema viene sviluppato anche in relazione alla contemporaneità grazie alla proiezione su tre grandi schermi di un video che mostra i volti dei reggiani di oggi, autoctoni o provenienti dai quattro angoli del mondo. Qui viene quindi celebrata la figura di Marco Emilio Lepido come fondatore di quella città che da lui prese il nome di Regium Lepidi, una città “inclusiva” sin dal momento della sua nascita.

Una seconda sezione della mostra, denominata Est modus in rebus, è dedicata a una rappresentazione del sistema territoriale che ha generato la via Emilia e del concetto di confine con i suoi ancestrali aspetti sacrali, nel mondo antico. Tutto l’ambiente è caratterizzato dalla partizione in misure e numeri riferiti alla lunghezza della strada, alle sue ortogonalità, alle distanze tra le città, ai tempi di percorrenza calcolati secondo i lenti ma ben scanditi passi dei legionari o secondo le vertiginose velocità della TAV. Mediante informazioni, numeri, immagini, viene rappresentata l’eccezionalità della via Emilia, a cui ben si addice la definizione di landmark.

Al centro della sala sono esposti importanti prestiti da alcuni musei nazionali: uno dei quattro vasi in argento da Vicarello con l’indicazione delle stazioni intermedie e le relative distanze dell’itinerario tra Cadice e Roma (comprese le città lungo la Via Aemilia), per la prima volta uscito dal Museo Nazionale Romano; la scultura dell’agrimensore proveniente dal Museo della Civiltà Romana; un rarissimo esempio di modello di lituo etrusco in bronzo da Sant’Ilario d’Enza, l’insegna dell’augure, magistrato/sacerdote addetto alle fondazioni urbane e al tracciamento delle strade. Sullo sfondo della sala una grande fotografia notturna ripresa da un satellite geostazionario mette in evidenza la perfetta riconoscibilità della via Emilia dallo spazio, una lunga teoria di punti luminosi allineati dalla costa adriatica al fiume Trebbia.

Una sezione dedicata ad illustrare il tema del viaggio e dei mezzi di trasporto dall’antichità fino ai nostri giorni è significativamente intitolata Ruote, zoccoli calzari; qui, accanto alla suggestiva ricostruzione in scala reale di un carro da trasporto romano pieno di un carico di anfore e alla presenza di steli funerarie antiche con raffigurazioni di carri, è esposta una pompa di carburante dell’epoca del boom economico, a testimoniare anche in questo caso la volontà di contaminare l’antico con il contemporaneo.

I paesaggi attraversati dalla via Appia, dal tratto meridionale dell’Aurelia e da altre strade consolari del centro-sud Italia sono cadenzati da scorci di grande suggestione, dominati da imponenti rovine, che attestano con evidenza che in quei luoghi un’intera civiltà si è smarrita ed è caduta in un oblio millenario.

Lungo l’asse della via Emilia, nonostante varie fasi di declino e di ripresa, il sistema di organizzazione territoriale concepito 2200 anni è sostanzialmente sopravvissuto; al posto degli edifici antichi non troviamo rovine da “gran tour”, ma città, industrie, centri commerciali, vie di comunicazione che si sono sovrapposte alle antiche città, alle antiche industrie, alle antiche strade, ricalcandone addirittura i sedimi, le forme planimetriche…l’Emilia Romagna, forse l’unica regione dove l’antica civiltà dei Romani, forse, non ha mai cessato di esistere.

Mostra:
ON THE ROAD. Via Emilia 187 a.C.- 2017
A cura di Luigi Malnati, Roberto Macellari, Italo Rota
Reggio Emilia, Palazzo dei Musei
25 novembre 2017–1 luglio 2018

 

 

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