Rivista "IBC" XXVI, 2018, 1

corrispondenze, storie e personaggi

Agostino Bignardi e il Trattato di Vincenzo Tanara.
Un sodalizio nella terra

Mario Cerè
[IBC]

…il principe degli agronomi italiani secenteschi, il bolognese Vincenzo Tanara (1591-1653) autore della celebratissima Economia del Cittadino in Villa…
A. Bignardi, La canapa, 1981

 

Non sappiamo se sia azzardato ricercare le ragioni di un sodalizio tra Agostino Bignardi e Vincenzo Tanara, analogo a quello riscontrato tra Piero Camporesi e Pellegrino Artusi.
Di certo sappiamo che Bignardi negli innumerevoli scritti di agricoltura si è occupato a più riprese dell’opera tanariana e lo ha fatto sempre con profonda riconoscenza verso l’autore de l ’Economia del Cittadino in Villa (prima edizione Bologna, 1644) .

Lo fa una prima volta nel 1964 con una memoria su Vincenzo Tanara e l’agricoltura bolognese del Seicento, presentata all’adunanza dell’Accademia nazionale di agricoltura ( 1) e dopo pochi mesi con Nuovi appunti tanariani, pubblicati sulla “Rivista di Storia dell'Agricoltura” . ( 2)

Si può ipotizzare che l’antefatto del sodalizio sia ascrivibile alla comune origine geografica. Infatti Vincenzo Tanara scrive il trattato nella sua residenza di campagna detta il Castellazzo a Calcara tra Modena e Bologna. E Agostino Bignardi ” viene da una famiglia di coltivatori e mercanti di canapa che da Calcara si trasferì a San Giovanni in Persiceto alla fine dell’Ottocento”. ( 3)

Ma questo da solo non basta a spiegare lo strettissimo legame di Bignardi al Tanara. È piuttosto la straordinaria passione che nutre per l’agricoltura cinque-seicentesca a spiegarcelo. Lo si comprende bene da un passo della sua memoria:

Cosi chiude l ’Economia, in tono ruvido e umano, e par di vedere il nostro signor Vincenzo levarsi su dal tavolino di fioppa con scancìa piena di libri (questo tavolo è segnato nell’inventario dell’eredità tanariana, e mi piace di pensarlo suo, un congeniale tavolo di legno ordinario, e una filza di tomi de re rustica legati in cartapecora). Ecco dunque il signor Vincenzo riporre finalmente compiuto il lungo scartafaccio, grata quinquennale fatica, e rifarsi gli occhi stanchi alla finestra della villa, scrutare con umana simpatia i contadini affaccendati alle loro opere nella dolce campagna bolognese, allineata e luminosa come un quadro di buona mano. ( 4)

Agostino Bignardi è uomo d’azione e di pensiero e perfetto conoscitore di quella “mentalità del molteplice di cui parla Ezio Raimondi. ( 5) La sua grande conoscenza della letteratura agro storica italiana ed europea e la profonda affezione per la terra d’origine, sono tra i motivi dei ricorrenti riferimenti agli agronomi bolognesi Malvasia e Tanara, “che descrivono in maniera impareggiabile sia le tecniche di coltivazione sia l’organizzazione aziendale sia lo stesso quadro sociale delle campagne di Panzano e Calcara nella prima metà del Seicento”. ( 6)

Non da meno è il suo interesse per le due facce dell’agricoltura del tempo: “la dilettevole e la necessaria […]. La distinzione non è senza importanza, poiché la psicologia signorile corrente disdegnava l’agricoltura necessaria mentre si compiaceva della dilettevole”. ( 7)

Per Bignardi,

il Tanara è notevole non solo per la spiccata competenza tecnica, che gli merita il primo posto tra gli agronomi italiani del suo tempo, ma anche per la nuova attenzione che porta ai fenomeni economici, per la consapevolezza che l’agricoltura non deve tener conto solo della sussistenza domestica, ma deve adattare schemi aziendali e ordinamenti colturali alle esigenze del mercato e ai calcoli del profitto . ( 8)

E sottolinea che:

il quadro tanariano dell’agricoltura bolognese è quello di un’attività tecnicamente e economicamente progredita. Ciò derivava anche dalla stretta connessione che fin dalle origini comunali avevano legato Bologna con la sua campagna, una Bologna popolosa e manifatturiera e una campagna fittamente coltivata e rifornitrice della civica annona, non meno che della materia prima per le manifatture urbane. Tale connessione aveva promosso l’agricoltura bolognese a qualcosa di più che un sistema di economie domestiche, aveva espansa l’economia della villa nell’economia della città. ( 9)

Bignardi ricorda che il trattato agronomico del Tanara, oltre ad essere un manuale di economia domestica è anche un manuale di arte culinaria, una specie di Artusi del Sei-Settecento.

Della stessa opinione è Emilio Faccioli secondo il quale, “la sua Economia del Cittadino in Villa è fondata di massima sulle Vinti giornate dell’agricoltura di Agostino Gallo e sull’ Opera di Bartolomeo Scappi “celebri uno negli scritti di’agricoltura e l’altro in quelli di cucina’ ”. ( 10)

Agostino Bignardi non tralascia di sottolineare che l’opera di Vincenzo Tanara conobbe larghissima fortuna per oltre un secolo (prima edizione nel 1644 con 17 ristampate fino al 1761) e che il suo trattato “venne utilizzato come testo universitario sulla fine del Settecento dal primo docente di agricoltura dello Studio bolognese, Giovanni Antonio Pedevilla”. ( 11)

Sul clima culturale in cui Tanara scrive la sua l’opera si sofferma anche Raimondi:

È un umanesimo delle cose più ancora che delle parole, con il gusto realistico dell’oggetto, dell’osservazione diretta, dell’esperienza quotidiana, cui si rifaceva anche il Tanara che appunto citava più volte Beroaldo per Columella.[…] Il caso di Tanara è da questo punto di vista interessante per verificare […] come testi tradizionalmente considerati paraletterari, con una specificità e una finalità che non è quella immediatamente letteraria, abbiano invece un colorito, una tonalità che dice qualche cosa dello scrittore, anche nella sua dimensione più propriamente tecnica. […] il Tanara, paragonato per contrasto ai romanzeschi, aveva poi un’idea molto concreta della scrittura contemporanea. Si direbbe quasi che esista una specie di topos di modestia per cui lo scrittore di cose di agronomia si dichiara estraneo al mondo letterario, mentre in realtà vi coopera e ne tiene puntualmente conto. E continuando per questa strada varrebbe la pena di ricordare quali fossero gli scrittori contemporanei che il Tanara citava, con questa scrittura diffusa che è certo seicentesca, ma dove ciò che chiamiamo barocco, salvo qualche momento, resta ai margini, mentre vi si coglie piuttosto la franchezza di un gusto che potremmo chiamare domestico, con un termine che avrebbe sottoscritto anche Filippo Re. ( 12)

Non a caso Sergio Ricossa, nella prefazione al libro di Bignardi, La canapa, sottolinea come il titolo in apparenza modesto, nasconda una grande ricchezza di contenuti.

La canapa diventa il tramite per spaziare dall’economia alla storia, dalla storia alla poesia. Competenza e amore si mescolano per dare all’opera un tono superiore, gratificante, sorprendente. Qui è dimostrato come, in mani abili, il più minuscolo argomento si trasforma in mezzo per toccare innumerevoli corde dell’animo umano e della nostra intelligenza. Se l’esempio fosse contagioso, se altre vicende dell’agricoltura scomparsa, o in procinto di scomparire, venissero rievocate con simile memoria, avremmo pure compiuto un doveroso e commovente omaggio a quei nostri avi che, faticando per sé, faticavano per noi, per aiutarci a preparare un mondo migliore. ( 13)

Come scrive Giuseppe De Rita nella postfazione al libro di Giuseppe Lisi, ogni processo di trasformazione “comincia sempre da un resto”. ( 14)
E Franco Farinelli ricorda:

Fin dal principio e ancora in epoca moderna, Bologna è il prodotto della campagna, un dispositivo incaricato di garantire la vitalità produttiva assicurandone lo scambio con l’esterno. Nella campagna si produceva. Nella città si svolgevano invece i compiti relativi all’allestimento dei servizi a corto e lungo raggio, inclusi quelli decisivi relativi all’attività cognitiva, i soli a consentire con il proprio sviluppo, attraverso il riconoscimento e il superamento della crisi, la nascita di nuove funzioni, dunque la sopravvivenza e anzi il progresso (basti pensare all’università). ( 15)

Ma aggiunge che oggi di fronte “alle sollecitazioni imposte alla realtà locale dalla globalizzazione […] l’unica maniera per difendere la tradizione consiste nel voltargli, con decisione ma soltanto in apparenza, le spalle”. ( 16)

Note

1 A. Bignardi, Vincenzo Tanara e l’agricoltura bolognese del Seicento, Accademia nazionale di agricoltura, Estratto dagli annali, III serie, Vol. IV, Bologna, 1964.

2 A. Bignardi, Nuovi appunti tanariani, in “Rivista di Storia dell'Agricoltura”, IV,n. 2, giugno 1964.

3 A. Bignardi, La canapa/Hemp, Bologna, Edizioni Calderini, 1981, p. 8.

4 A. Bignardi, Vincenzo Tanara e l’agricoltura bolognese del Seicento, Accademia nazionale di agricoltura, Estratto dagli annali, III serie, Vol. IV, Bologna, 1964, p. 38.

5 E. Raimondi, Conclusioni, in Testi d’area emiliana e Rinascimento europeo. La cultura agraria fra letteratura e scienza da Pier de’ Crescenzi a Filippo Re, Atti del Convegno internazionale, Bologna, 31 maggio-1 giugno 2007, Bologna, CLUEB, 2008, p. 197.

6 A. Bignardi, Disegno storico dell’agricoltura italiana, Bologna, Li Causi editore, 1983, p. 116.

7 A. Bignardi, L’agricoltura italiana ai tempi del Tassoni, in “Rivista di Storia dell'Agricoltura”, V, n. 2, giugno 1965, p. 218 .

8 A. Bignardi, Le campagne emiliane nel Rinascimento e nell’Età Barocca, Sala Bolognese, Arnaldo Forni Editore , 1978, p. 264.

9 Idem, p. 313.

10 E. Faccioli, L’arte della cucina in Italia, Torino, Einaudi, 1987, p. 625.

11 A. Bignardi, Nuovi appunti tanariani, in “Rivista di Storia dell'Agricoltura”, IV, n. 2,giugno 1964, p. 112.

12 E. Raimondi, op. cit., pp. 202-203.

13 A. Bignardi, La canapa/Hemp, Bologna, Edizioni Calderini, 1981, p. 6.

14 G. Lisi, I richiami della terra, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 2017, p. 84.

15 F. Farinelli, Un collasso esemplare, “Corriere di Bologna”, 22 ottobre 2017.

16 F. Farinelli, Ibidem.

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