Rivista "IBC" XXV, 2017, 3

storie e personaggi

La “poesia popolare” emiliana nelle ricerche ottocentesche di Giuseppe Ferraro.
Le strade del dialetto

Gian Paolo Borghi
[studioso di etnografia]

Ricorre quest’anno il 110° anniversario della scomparsa di Giuseppe Ferraro, demologo piemontese, al quale si deve il merito delle prime ricerche sul canto popolare, estese in modo organico in diversi territori emiliani. Nato a Carpeneto, in alto Monferrato, il 24 settembre 1845, si laurea alla Scuola Normale Superiore di Pisa con una tesi sul canto popolare della sua terra. Allievo di Alessandro D’Ancona e Domenico Comparetti, si dedica alle inchieste demologiche per quasi un trentennio raccogliendo, tra l’altro, circa 1200 canti popolari. La sua attività professionale, prima di insegnante e quindi di preside e di direttore didattico, lo conduce in varie località italiane, nelle quali attiva sistematiche opere di ricerca. Oltre che in Monferrato, raccoglie testi e documenti (canti, fiabe, novelle, proverbi, giochi infantili, riti calendariali ecc.) nel parmense, nel reggiano, nel ferrarese e in Sardegna, molti dei quali confluiranno in diverse pubblicazioni. Ad eccezione della sua terra d’origine dove agisce probabilmente in prima persona, la sua metodologia di raccolta è allineata a quelle applicate ai suoi tempi: si avvale cioè di “corrispondenti” locali (insegnanti, in genere), che gli inviano i materiali che reperiscono “sul campo”, in base a sue specifiche direttive. ( 1 )

Con passione e spirito pionieristici, collabora a prestigiosi periodici del suo tempo, tra i quali “La Rivista Europea”, “Rivista di filologia romanza”, “Giornale ligustico”, “Archivio per lo studio della Tradizioni Popolari”, “Rivista di letteratura popolare”. I grandi folkloristi, demologi e filologi del suo tempo, apprezzeranno prevalentemente le sue doti di raccoglitore. Ebbe tuttavia ad osservare Roberto Leydi: “Ferraro […] è tenuto ai margini, considerato com’è dai D’Ancona e dai Pitrè quale un bravo e volonteroso assemblatore di raccolte di canti ma non di più. Oggi invece ci accorgiamo che, in ordine a quanto nell’800 si è scritto e stampato sui canti e le tradizioni popolari, le raccolte di Giuseppe Ferraro rimangono tra le cose più utili”. ( 2)

Sulla falsariga delle modalità operative di gran parte degli studiosi della sua epoca, le sue raccolte non sono corredate di trascrizioni musicali, ma lo studioso è pienamente consapevole di questa lacuna: “Ben a ragione nota il chiarissimo Nigra che la cognizione esatta delle melodie è indispensabile per la critica della poesia popolare. Nessuna raccolta di canti popolari italiani, almeno per quanto ne so io, è senza questo difetto, mentre molte raccolte francesi sono abbondantemente fornite delle arie musicali”. ( 3)

I suoi primi studi in terra emiliana sono dedicati ai canti ferraresi e risalgono al 1875: con il titolo Saggio di canti popolari raccolti a Pontelagoscuro, dà alle stampe un consistente numero di documenti tra ballate, canti religiosi, ninne-nanne e canti lirico-monostrofici. ( 4) Due anni più tardi, sarà la volta di testi noti nel centese, XVI canti popolari della Bassa Romagna, ospitati nella “Rivista di letteratura popolare”. ( 5) I materiali dei due contributi, integrati da note e da un altrettanto interessante corpus di canti rilevati nel capoluogo estense e nel centese, saranno raccolti nei suoi Canti popolari di Ferrara, Cento e Pontelagoscuro, a tutt’oggi la più importante fonte demologica riguardante il ferrarese. ( 6)

Scrive l’autore nelle note introduttive: “Si possono fare di tutti i canti della raccolta due divisioni. Nella prima sarebbero compresi i canti narrativi od epici, quindi le Romanze, dette nel Ferrarese Cante, nel singolare Canta, le preghiere chiamate come in Provenza Urazion ( oureson), le ninne-nanne ecc. Nella seconda si comprenderebbero gli stornelli o strambotti, o canti d’amore, dette qui Romanelle. Questa voce, come bene è stato osservato, indica la provenienza di questo genere di poesia semi-letteraria dall’Italia Meridionale, da Roma […]. Le contadine ferraresi, mentre sono intente ai lavori campestri, si sfidano a chi sa cantare di più Romanelle, e chi per la prima tace, ha le beffe della brigata e le rimbeccate dell’emula. Ecco, per es., l’invito alla sfida […]: 

Chi vol cantar con mi le romanelle?

A gh’è darò le botte riservate,

A ghè darò le botte riservate,

Dal matt e dal cojon fin che volete”. ( 7)

Sul ferrarese, lo studioso pubblica altri studi nel 1879 ( Consuetudini ferraresi) ( 8), nel 1883 ( Poesie popolari in un manoscritto del secolo XVIII) ( 9) e nel 1886 ( Tradizioni ed usi popolari ferraresi) ( 10). In quest’ultimo contributo approfondisce la sua attenzione su testi religiosi, giochi di parole, romanelle e strofe legate ai riti calendariali. ( 11)

Dopo il suo trasferimento a Parma in qualità di preside, dal 1886 al 1888, effettua una sua opera di raccolta, che vedrà tipograficamente la luce nel 1889 con il titolo Spigolature di canti popolari parmigiani e monferrini; ( 12) si tratta di un corpus che comprende, tra l’altro, preghiere, ballate, invocazioni, stornelli, canti di animali, indovinelli, giochi, indovinelli e una ninna nanna:                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        

Fa la nana al miè putèn

Che la mama l’è andada a messa

E al papà l’è andà a Milan

A comprär al bosillan. ( 13)

Un nuovo incarico professionale a Reggio Emilia, consente a Giuseppe Ferraro di concretizzare altre sue realizzazioni, ad iniziare da una ricerca sulle superstizioni, datata 1891: Benedizioni e maledizioni, riportante pure il canto della Maledetta. ( 14)

L’opera di raccolta e di pubblicazione prosegue l’anno successivo con il testo La prova (Nigra 54), raccolto nei pressi di Albinea, ( 15) e con un lavoro demologico incentrato sulla mitologia popolare. ( 16) Seguiranno, quindi, ricerche sulle tradizioni calendariali ( 17), su Imprecazioni, giuramenti, saluti nella Provincia di Reggio Emilia e nell’Alto Monferrato ( 18) e sul canto de La vecchia sposa. ( 19)

Il più importante lavoro che lo studioso effettua in territorio reggiano è costituito dai Canti popolari della provincia di Reggio, stampati nel 1901, ( 20) una raccolta di indubbio interesse documentario, la cui area di ricerca focalizza sia la città sia il suo forese (San Maurizio, San Pellegrino, Masone, Pieve Modolena, Buco del Signore ecc.), nonché vari altri territori come Bibbiano, Quattro Castella, San Polo, Scandiano (Arceto). Due paragrafi, inoltre, sono dedicati ai documenti dell’espressività popolare noti ad Albinea (Montericco) e a Montecchio. Tra i canti, prevalgono di gran lunga, le ballate; non mancano, inoltre, testi lirico-monostrofici, orazioni, invocazioni, ninne-nanne, canti religiosi, filastrocche, repertori infantili, giochi maschili e femminili nelle varie stagioni dell’anno.

A puro scopo esemplificativo, pubblico il primo canto della sua ricerca, una lezione di Donna Lombarda (Nigra 1), proveniente da San Pellegrino, presso Reggio, rispettandone la stesura e riportando in nota una mia traduzione in italiano:      

2. Ev dègg a vu dona lumbàrda,                         Amèmam mè, amèmam mè.  

4. Vòstar marè al l’è vecc-di mondi                     Fèlal murir, fèlal murir. –                                  

6. Un putinèin ch’era in-d-la cuna                       S’miss a parlär, s’miss a parlär.                        

8. Non staga a bèver, o Re me päder                   Se loù al bevrà, loù al murirà.                            

10. Ed-dèg a tè, dona lumbàrda                           Bev’i ste vèin, bev’i ste vèin. –                                                                                                                  

12. Ev dègg a vu, caro marito                             N’ho brisa se’, n’ho brisa se’. –                        

14. Ma par-amor dal Re di Franza                       Te t’al bovrà, te t’al bovrà. –                                            

16. Ognia suspir che l’è la trhava                        Adio caro, caro marè.                                                

18. Ognia suspir che le’ la trhava                     Un servitor la fàva murir. ( 21)                                

La raccolta reggiana costituisce il suo canto del cigno per quanto concerne la terra emiliana.                                                                                                            
Giuseppe Ferraro scompare a Massa il 19 giugno1907.

Note

1 Per approfondimenti sia biografici sia sulla sua attività di ricerca, si veda l’ Introduzione,di R. Leydi, a G. Ferraro, Canti popolari piemontesi ed emiliani, a cura di R. Leydi e F. Castelli, Milano, Rizzoli, 1977 (“BUR Folklore” L140), pp. 5-22.  

2 R. Leydi, I temi della ricerca da Giuseppe Ferraro a Mario Borgatti. Un dialogo con Mario Borgatti. Atti del convegno, Un secolo di ricerca etnografica nel Centese (Cento, sabato 4 aprile 1981), in Studi Centesi, “Atti e memorie della Deputazione Provinciale Ferrarese di Storia Patria”, s. IV, VI (1985), p. 27.  3 Dalla sua Prefazione a G. Ferraro, Canti popolari di Ferrara, Cento e Pontelagoscuro, Ferrara, Taddei 1877, p. 6.

4 In “Rivista di filologia romanza”, II (1875), pp. 193-220, per circa 130 testi. Una loro sintetica analisi può leggersi (così come per le altre pubblicazioni di Ferraro sul canto nel ferrarese) in P. Natali, R. Sitti, A. Sistri, Il territorio di Ferrara, in Guida allo studio della cultura del mondo popolare in Emilia e in Romagna (I), a cura di R. Leydi, T. Magrini . I canti e la musica strumentale, Istituto per i Beni Artistici Culturali Naturali della Regione Emilia-Romagna. Laboratorio di Musica Popolare, Bologna, Alfa Editoriale, 1982 (“IBC”. 9), pp. 140-142.

5 Vol. I, fasc. I (1877), pp. 55-68.

6 In verità, la raccolta è mancante di un canto epico-lirico, La testa di morto, già presente nei suoi Saggi di canti popolari raccolti a Pontelagoscuro (cfr. P. Natali, R. Sitti, A. Sistri, Il territorio di Ferrara, cit., pp. 140-141). I documenti raccolti nel centese furono messi a disposizione da Paolo Diegoli, come peraltro dichiara lo stesso Ferraro. Sulla figura di Diegoli, un maestro di scuola, si veda pure R. Leydi, I temi della ricerca, cit., pp. 22-25 (testimonianza di Mario Borgatti).

7 G. Ferraro, Prefazione, cit., pp. 10-11. La pubblicazione conosce alcune ristampe anastatiche (per tutte: Bologna, Forni, 1967).

8 In “Rivista di letteratura popolare”, vol. I, fasc. 2, pp. 309-311.

9 In “Archivio per lo studio delle Tradizioni Popolari”, II, pp. 585-592.

10 In “Archivio per lo studio delle tradizioni popolari”, V, pp. 268-287. Nel 1896, ormai lontano da Ferrara, stamperà una breve ricerca su Due poesie popolari religiose del secolo XV, tratte da manoscritti conservati presso la Biblioteca Ariostea di Ferrara (Correggio-Emilia, Recordati, pp. 8).Alla stessa Biblioteca, il Ferraro ha peraltro attinto in anni precedenti per suoi lavori di carattere storico, etnostorico e filologico, come ad esempio: Relazione delle scoperte fatte da C. Colombo, da A. Vespucci e da altri dal 1492 al 1506 tratta dai manoscritti della Biblioteca di Ferrara e pubblicata per la prima volta ed annotata (Bologna, Romagnoli, 1875, pp. 208; “Scelta di curiosità letterarie inedite o rare dal secolo XIII al XVII in appendice alla Collezione di opere inedite o rare”. 144); I vini d’Italia giudicati da Papa Paolo III (Farnese) e dal suo bottigliere Sante Lancerio. Operetta tratta dai manoscritti della Biblioteca di Ferrara e per la prima volta pubblicati (Tipografia dell’Associazione, 1876, pp. 42. Lo studio apparve anche su “La Rivista Europea”); L’arte della lana in Ferrara nell’anno 1550. Da un manoscritto della Biblioteca di Ferrara corredato di documenti e note (Ferrara, Taddei, 1876, pp. 81; “Raccolta ferrarese”.

11 I soli canti di questo contributo, uniti al volume edito nel 1877, risultano ripubblicati alle pp. 233-344 del già citato G. Ferraro, Canti popolari piemontesi ed emiliani.

12 In “Archivio per lo Studio delle Tradizioni Popolari”, VIII (1889), pp. 322-333 e 497-504. Una nota sui testi può leggersi in M. Conati, Il territorio di Parma, in Guida allo studio della cultura del mondo popolare in Emilia e in Romagna (I), a cura di R. Leydi, T. Magrini, cit., p. 63. Il saggio è pure ripreso alle pp. 421-439 del volume citato alla nota precedente.

13 Ivi, 1889, p. 329. Precisa lo studioso in una nota: « bossilan, ciambella, panis baccellaneus dei latini».

14 In “Reggio Gentile”, I (1891), numeri 3-4 (pp. 1-4, n.n.) e 5 (pp. 1-3, n.n.). Sui canti pubblicati nel reggiano si rimanda pure a G. Vezzani, Il territorio di Reggio Emilia, in Guida allo studio della cultura del mondo popolare in Emilia e in Romagna (I), a cura di R. Leydi, T. Magrini, cit., pp. 91-92.

15 Un canto popolare reggiano, in “Il Pensiero”, I (1892), numero 2, p. 2, n.n.

16 Il mito popolare di Giove Pistore a Canossa, in “Giornale ligustico”, XIX (1892), pp. 386-393.

17 Capodanno nel Monferrato, nell’Emilia e nella Sardegna, in “Archivio per lo studio delle Tradizioni Popolari”, XIII (1894), pp. 3-10 (una specialità gastronomica popolare reggiana, un testo ferrarese già edito e una notizia su un dolce attribuito a Bologna).

18 In “Archivio per lo studio delle Tradizioni Popolari”, XIV (1895), pp. 515-519.

19 La vecchia sposa. Canto popolare reggiano e novellina sarda, in “Archivio per lo studio delle Tradizioni Popolari”, XV (1896), pp. 190-191. Il testo proviene dalle vicinanze di Albinea.

20 Modena, Tipografia Vincenzi. Esiste una nuova edizione, identica alla precedente, dal titolo Canti popolari reggiani, facente parte degli “Atti e memorie della Deputazione di Storia Patria delle Provincie modenesi e parmensi”, s. V, II (1903). Una ristampa anastatica della prima edizione è stata curata nel 1969 dall’Editore Forni di Bologna. Il volume (escluse le prime 47 pagine), unitamente al già citato saggio su Un canto popolare reggiano, è pure confluito in G. Ferraro, Canti popolari piemontesi ed emiliani, cit., pp. 449-533.

21 «Vi dico a voi donna lombarda./Amatemi me, amatemi me.//Vostro marito è molto vecchio/                                        Fatelo morire, fatelo morire. -//Un bambinello che era nella culla/Si mise a parlare, si mise a parlare.//Non stia a bere, o Re mio padre/Se lei berrà, lei morirà.//Lo dico a te, donna lombarda/ Bevi questo vino, bevi questo vino. -//Dico a voi, caro marito/Non ho mica sete, non ho mica sete. –//Ma per  amore del Re di Francia/Tu te lo berrai, tu te lo berrai. -// Ogni sospiro che lei la traeva/Addio caro, caro marito.// Ogni sospiro che lei la traeva/Un servitore la faceva morire».

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