Rivista "IBC" XXV, 2017, 2

inchieste e interviste, restauri

Intervista a Jacopo Ortalli a cura di Valeria Cicala
Un posto in prima fila. Il teatro romano di Bologna

Jacopo Ortalli
[professore di Archeologia classica all’Università di Ferrara]
Valeria Cicala
[IBC]

Si parla spesso di primati bolognesi o emiliano romagnoli. Uno dei più noti è certamente il fatto che l'Università di Bologna, l'Alma Mater Studiorum, sia la più antica al mondo. Ma restando nel settore squisitamente storico artistico, un primato meno noto, ma assai significativo di questa città, potrebbe essere la presenza, poco visibile, del più antico teatro romano nell'Italia del nord, databile al primo ventennio del primo secolo a.C..

La ricchezza di teatri storici aperti al pubblico, che costituisce una peculiarità delle città grandi e piccole del nostro tessuto regionale, e dei quali l'Istituto per i beni culturali ha condotto il censimento, trova, dunque, un antefatto non secondario, potremmo dire un presagio, per restare in un clima sospeso tra storia e mito, nella presenza di quello realizzato in età antica. E dal momento che riteniamo possibile che non siano poi in tanti a conoscerne l'esistenza e le vicende dello scavo, condotto negli anni Ottanta dello scorso secolo, abbiamo incontrato il professor Jacopo Ortalli che condusse lo scavo identificandolo e individuandone le successive fasi, che documentano anche l'evoluzione della antica colonia e l'attenzione che ebbero per essa l'imperatore Augusto e la famiglia dei Giulio-Claudi.

Professore Ortalli, la sua carriera di archeologo l'ha portato a scoperte importanti e fondamentali per la storia di questa regione. Penso alla domus del Chirurgo a Rimini, per fare un esempio assai noto www.domusrimini.com/domus_del_chirurgo/. Ci racconti dello scavo e dell'identificazione di questo importante teatro che per una serie di situazioni è stato visibile, a conclusione dei lavori, per un tempo breve e che si auspica possa essere restituito ai bolognesi e chi visita la città.

Come spesso capita, la scoperta è avvenuta fortuitamente nei primi anni Ottanta, in uno dei sopralluoghi che i funzionari della Soprintendenza archeologica abitualmente fanno all’interno dei cantieri.

In questo caso mi ero recato in via Carbonesi, al numero 5, dove era iniziata una ristrutturazione edilizia della vecchia fabbrica Majani che comportava anche lavori nelle cantine rinascimentali con alcuni interventi di scavo. L’isolato, esteso tra piazza dei Celestini e le vie D’Azeglio e Val d’Aposa, per secoli aveva restituito prestigiosi marmi romani dei quali il più bello era il torso di Nerone con corazza, recuperato nel Cinquecento, che ora è esposto nel Museo archeologico bolognese.
La ricchezza dei materiali archeologici rinvenuti, che documentavano l’esistenza di un prestigioso complesso pubblico, già in passato aveva attirato l’attenzione degli studiosi, tanto che alcuni avevano ritenuto che lì si trovasse il foro della città romana; in realtà non si aveva un’idea precisa di cosa celasse il sottosuolo.
Seguendo i lavori di scavo, sotto i pavimenti delle cantine vennero alla luce numerose fondazioni murarie rasate, delle quali risaltava la notevole estensione e l’andamento rettilineo e curvilineo tipico degli antichi edifici per spettacoli: ciò persuase la Soprintendenza ad effettuare alcuni saggi nel cortile centrale del palazzo, rimasto sempre inedificato e dunque non disturbato.
Dopo le prime verifiche si è qui appurata la presenza di significativi ruderi conservati in alzato che hanno indotto ad eseguire un vero scavo stratigrafico su tutta la superficie del cortile, indagine che ho condotto assieme a due valenti archeologhe: le dottoresse Daniela Baldoni e Renata Curina, della Soprintendenza, e con l’aiuto di alcuni manovali messi a disposizione dal proprietario, dott. Vito Buonpensiere.
I lavori, protrattisi sul terreno dal 1982 al 1984, hanno rivelato l’esistenza di parte della cavea di un teatro, vale a dire l’emiciclo destinato agli spettatori. Nel contempo operammo anche ulteriori accertamenti, minori ma tali da restituire importanti dati, negli scantinati, pure in corso di ristrutturazione, di alcuni edifici limitrofi: nel palazzo Zambeccari, allora sede della Banca Popolare di Bologna e Ferrara, nel palazzo Rodriguez, in via D’Azeglio, e nell’Archivio di Stato; altre verifiche si sono fatte sui resti romani in precedenza individuati e conservati in via Val d’Aposa, al di sotto del pavimento della chiesa dello Spirito Santo.

Come si colloca questa architettura nel contesto di Bologna e del momento politico in cui viene realizzato?

Le particolarità costruttive e planimetriche dell’edificio portato in luce, associate ai materiali dello scavo stratigrafico, hanno permesso di fissare una precisa datazione dei vari momenti costruttivi.
La fondazione della struttura si colloca in età sillana, entro l’80 a.C. Fu allora che, come tante città italiche, la vecchia colonia latina di Bononia, appena divenuta municipio romano, nel mutare il proprio ordinamento amministrativo rinnovò anche l’assetto monumentale.
Come già accennato la parte meglio nota del teatro è la cavea semicircolare, aperta verso settentrione, con un diametro di 75 metri e con una probabile altezza di 6. Essa era destinata a sostenere le gradinate ed era composta da un reticolo di muri radiali e concentrici che delimitavano una serie di concamerazioni riempite di terra.
Queste erano attraversate da alcune rampe rettilinee che consentivano agli spettatori di raggiungere le gradinate. Per contrastare le spinte del terrapieno interno, oltre al frazionamento della massa terrosa venne rinforzato il muro di contenimento perimetrale con una serie di contrafforti ad arcate cieche poco aggettanti, simili a quelle dell’anfiteatro di Pompei.
Per quanto riguarda la tecnica costruttiva le murature di età sillana erano in conglomerato cementizio rivestito da arenaria; più precisamente la parete curvilinea perimetrale a vista era nel tipico opus incertum di blocchetti quadrangolari, rarissimo in tutta l’Italia settentrionale; lastre e piccoli blocchi parallelepipedi erano impiegati per le basi dei pilastri e gli stipiti degli accessi; lastroni sagomati componevano il pavimento dell’orchestra, intravisto a cinque metri di profondità nell’Archivio di Stato. In questo stesso edificio si è riscontrato un piccolo tratto delle gradinate laterizie per gli spettatori, realizzate con mattoni disposti ad opus spicatum direttamente sull’argilla del terrapieno.
L’importanza del teatro bolognese risiede soprattutto nell’alta antichità. Il monumento risale al primo ventennio del I secolo a.C., periodo in cui solo in area magnogreca e laziale-campana si stavano sperimentando le novità destinate ad affermarsi differenziando i teatri romani da quelli greci; all’epoca perfino a Roma non esisteva un teatro stabile, dato che il più antico fu quello di Pompeo del 55 a.C.
Sorprende, dunque, la precoce presenza di una pianta potenzialmente autoportante e la riduzione della cavea non più a ferro di cavallo, alla greca, ma semicircolare: soluzioni innovative adottate dal monumento bolognese con un anticipo eccezionale considerando che riguardarono una città del nord Italia, periferica e priva di un substrato culturale ellenico.
Tali caratteristiche si rifletterono anche a livello urbanistico, in quanto la libertà di collocazione del monumento non richiedeva un pendio cui appoggiare la cavea, permettendo di scegliere la migliore localizzazione. E dunque, con programmata scelta, il teatro fu posto al margine della città romana, facilmente raggiungibile dal centro come dal suburbio, in quella fascia mediana di isolati del reticolo stradale, imperniata sul decumano massimo, che accoglieva i principali servizi pubblici di Bononia.

Sappiamo che Augusto ammodernò lo stato con innumerevoli iniziative, tra le quali importanti infrastrutture e architetture pubbliche ricreative, come i teatri, assai care alla popolazione. Oltre a rinnovarne lo statuto coloniale, a Bologna l’imperatore intervenne sul teatro, conservandone la struttura originaria ma abbellendolo nella scaenae frons. Il fondale scenico fu allora arricchito con fini membrature architettoniche, come suggerisce la trabeazione marmorea finemente decorata rinvenuta nell’Ottocento nel palazzo Rodriguez di via D’Azeglio.

Anche Nerone ebbe a cuore il teatro e il decoro urbano di Bologna?

Ben diversa, e assai più incisiva, fu la ristrutturazione che Nerone effettuò subito dopo la metà del I secolo d.C. Da Tacito e Svetonio sappiamo che in quegli anni egli perorò davanti al Senato di Roma la causa di Bononia “devastata” da un incendio, ottenendo molto denaro per la sua ricostruzione. In realtà gli scavi archeologici non hanno restituito traccia di tale evento, per cui si pensa che il principe, poi patrono della città, enfatizzasse l’evento per propiziarsi la cittadinanza con interventi propagandistici quali il rifacimento delle terme, attestato epigraficamente, e del teatro, che probabilmente motivò la dedica di una statua.
Il diametro della cavea fu allora allargato a 93 metri rasando i vecchi contrafforti del perimetrale e addossandovi nuovi muri radiali: le loro fondazioni erano in conglomerato cementizio sovrastate da una fascia di mattoni, che a sua volta reggeva alzati in opera quadrata di selenite di cava locale.
La capienza dell’impianto aumentò non solo ampliandone il diametro, ma anche l’altezza, che presumibilmente raggiunse gli 11 metri permettendo la creazione di due ordini esterni di arcate, tanto da acquisire il tradizionale aspetto dei teatri romani.
Le nuove concamerazioni furono allora impreziosite da raffinate decorazioni che mutarono radicalmente l’originaria immagine sobria e disadorna dell’edificio repubblicano, a dimostrarlo sono i fusti di colonne di marmo cipollino e giallo antico e i frammenti pavimentali e parietali rinvenuti nello scavo: mosaici geometrici, crustae di marmi policromi, affreschi con motivi floreali, lastre calcaree di rivestimento con pregevoli rilievi vegetali e architettonici.
Questo fu l’ultimo significativo intervento sul teatro romano di Bologna, che già dal III secolo incominciò a risentire della crisi che coinvolse l’intera città, finché, nella seconda metà del IV secolo, iniziarono le spogliazioni che in breve ridussero il monumento ad un rudere.

Quale prospettive di fruizione di questo straordinario manufatto, ormai non più visibile da anni, lei ipotizza?

Se da un lato la Soprintendenza archeologica ha operato per la salvaguardia del teatro, vincolando l’area e acquisendo allo Stato le murature antiche, dall’altro avviò contatti con la proprietà e il Gruppo Coin intenzionato ad aprire nell’area una Galleria commerciale. Fin dagli inizi dello scavo, infatti, l’eccezionale rilevanza del monumento rese chiaro che in futuro sarebbe stato valorizzato e dunque si adottarono scelte non solo conservative ma anche tali da salvaguardarne le potenzialità di fruizione.
Così durante l’indagine si mantennero in vista tutti gli elementi utili alla comprensione del monumento e, nel contempo, si concordò una serie di varianti al progetto che permettessero di preservare ruderi anche minori: i muri di fondazione furono protetti da un pavimento galleggiante non solo per climatizzarli ma anche per renderli visibili nelle parti più significative grazie ad apposite trasparenze, mentre altre strutture, isolate ma in alzato, furono incastonate entro le circostanti murature laterizie databili dal Cinquecento al Settecento.
Un discorso a sé lo meritò il settore della cavea più monumentale e molto meglio conservato. Esso fu restaurato dai tecnici della Soprintendenza e musealizzato con una illuminazione ottimale e sistemando il fondo sterrato, tra i muri radiali, con pietrisco grezzo.

Il problematico rapporto tra i previsti ambienti commerciali e i resti archeologici, che rischiavano di confliggere tra di loro, fu invece risolto creando diaframmi murari che li separassero nettamente e al tempo stesso istituissero un percorso perimetrale neutro su tre livelli affacciato sulla cavea.
Anche altri elementi collegati al teatro, ma esterni al cantiere, sono stati preservati per eventuali visite: parti delle gradinate laterizie e dell’orchestra nell’Archivio di Stato, i resti di muri radiali in selenite nel garage di via D’Azeglio, il lastricato e il sacello con mosaico geometrico bianco-nero nel palazzo Zambeccari, altri tratti di lastricato e dell’arco quadrifronte di ingresso laterale al teatro sotto la chiesa dello Spirito Santo.
Per quanto riguarda la destinazione dell’area, appurata l’impraticabilità economica di sfruttare il piano interrato per crearvi un museo archeologico della città, la Soprintendenza, grazie alle modifiche migliorative di cui si è detto, acconsentì a che il Gruppo Coin attuasse l’originario progetto commerciale: questo, tra l’altro, avrebbe garantito il controllo, la cura e la prolungata visione quotidiana di tutto il complesso.
In seguito, dopo il trasferimento altrove dei magazzini Coin, diversi motivi contingenti comportarono la protratta chiusura dell’area; solo ora si prospettano nuove soluzioni che sperabilmente consentiranno di valorizzare in modo adeguato l’importante monumento.
Oltre alla possibilità di ammirare i resti romani, corredandoli degli opportuni apparati didascalici, si auspica che alle funzioni commerciali si affianchi una qualche qualificata fruizione di tipo culturale, che al di là della visita alle strutture archeologiche accolga esposizioni, conferenze, letture, concerti con cui rivitalizzare l’area finalmente restituita al godimento dei Bolognesi.

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