Rivista "IBC" XXV, 2017, 1

mostre e rassegne

Un passo dietro l'altro

Piero Orlandi
[Architetto]

Il Gruppo Fotografico 93 opera da più di vent'anni a Cesena e ha eseguito numerosi lavori che non solo documentano lo stato del territorio, ma lo sottopongono a uno sguardo critico, utile per chi debba occuparsene in senso progettuale. Così fu ad esempio nel 2014, quando con la supervisione di Michele Buda fu svolta un'analisi visiva dei dodici quartieri in cui si articola il territorio comunale. Così è stato tra il 2015 e il 2016, con un lavoro a cui hanno partecipato sedici fotografi coordinati da Guido Guidi, uno dei maestri della fotografia di paesaggio italiana.

Con il titolo Un passo dietro l'altro. Alberi, dove risuona un verso di Renato Serra, il Gruppo 93 (Emanuele Benini, Emanuele Biguzzi, Antonello Zoffoli) ha realizzato una mostra e un libro, molto ben stampato dalle Grafiche Morandi di Fusignano nel 2016, con il coordinamento di Silvia Loddo e Cesare Fabbri e la collaborazione dell'Ecoistituto di Cesena e dell'Osservatorio Fotografico di Ravenna.

Il minimo che si possa dire di questo volume, che contiene gli scritti dello stesso Guidi e di Daniele Zavalloni e le fotografie dei sedici autori, è che è anticonvenzionale. Quello che ci si aspetterebbe di trovare non c'è. Non ci sono le chiome maestose, i profili eleganti, le verdi distese, non c'è nulla di tutto questo. Il vento che piega le morbide cime, gli uccelli che si posano, il sole che gioca con i rami e le foglie, tutti questi – come chiamarli? – “cascami” della poesia di tutti i giorni, non ci sono.

Perché mai, ci si chiede? Perché, dice Guidi, non bisogna pensare solo agli alberi storici. E nemmeno, lo si intuisce per estensione, a quelli che tutti considerano belli e fotogenici. E infatti non bisogna fotografare solo quelli, gli alberi monumentali, che stanno nei giardini e negli elenchi dei beni protetti. Bisogna osservare e amare anche quelli che crescono a stento nelle nostre città, nelle zone industriali, nei terrains vagues di tutti i tipi: le aree dismesse e abbandonate, quelle residuali.

“Quando somiglia a un quadro che abbiamo visto, allora la natura diventa bella”, scrive Guidi, e intende dire che noi guardiamo attraverso gli archetipi, i modelli, i parametri che la nostra cultura ci indica, con i quali ci educa ma anche ci limita. Non siamo davvero liberi di vedere, vediamo solo ciò che conosciamo. Ci hanno mostrato fin da bambini, a scuola, a casa, e poi in viaggio, e sui giornali, nei libri, nelle guide, nei depliant, ci hanno mostrato il meglio – almeno ciò che la nostra tradizione culturale e visiva ci ha abituato a giudicare come tale. È così in tutti i campi, naturalmente. Gli alberi, ma anche l'architettura, il cibo, i paesaggi, e via di seguito. Ma il meglio a volte può assumere anche forme diverse dal bello classico, può seguire altri percorsi più tortuosi, più inattesi, meno scontati, per toccarci il cuore e la mente. Senza contare che prendersi cura del verde più “comune” è una necessità, perché ne va della qualità estetica delle città, del loro appeal turistico, e anche della sicurezza delle persone: se un albero non viene manutenuto può diventare perfino pericoloso per l’incolumità dei passanti. Non c'è forse immagine più triste dell'alberello stento che spunta da un minuscolo ritaglio nella pavimentazione di un marciapiedi, con la poca superficie di terra priva di erba e ricoperta di rifiuti e cartacce, disseminata di escrementi canini.

E puntualmente, le fotografie del gruppo cesenate ci mostrano proprio questo. “Nessuna fotografia è sbagliata”, dice ancora Guidi, tanto meno queste, se producono in noi una rivolta morale, se ci spingono a reagire e a farci parte diligente, a desiderare di prenderci cura dei beni comuni. Forse anzi se stiamo in questa prospettiva sono sbagliate le altre, quelle rassicuranti e rasserenanti che ci lasciano semplicemente inerti moralmente, placati nel nostro benessere estetico.

“Se non avessimo fatto la fotografia non avremmo visto niente”: ecco un'altra affermazione di Guidi, che parla non soltanto di noi osservatori, ma anche di lui fotografo. Dice che nessun fotografo si accorge di tutto quello che c'è nell'inquadratura nel momento in cui scatta. Solo dopo, riguardando, si accorge di altre cose, una dopo l'altra. Non nel senso del blow-up, non tanto perché riesce a scovare cose piccole, invisibili. Anche quelle visibili in realtà spesso non le vediamo, magari perché non le vogliamo vedere in quanto non corrispondono alle nostre aspettative, ai nostri desideri, alle nostre ideologie.

C'è una lunga serie di immagini di alberi in questo libro, e se le sfogliamo velocemente arriviamo in fondo e possiamo dire che abbiamo visto soprattutto brutti alberelli in contesti modesti o addirittura poveri. Ma è vero? Se ripartiamo dall'inizio e sfogliamo con maggiore lentezza, senza voler subito distogliere lo sguardo da questi luoghi qualunque, allora possiamo trarre da ogni foto una specie di morale. Forse dobbiamo provare a scoprire quali sono queste famose “collimazioni” di cui parla Guidi nella introduzione. Questa parola misteriosa, che ha dello scientifico ma anche del religioso – proprio come Guido – nasconde la forza della visione dell'autore. Il complesso articolarsi del suo pensiero dentro lo spazio dell'immagine. La geometria con cui si spostano i suoi occhi, si muovono i suoi passi, e si forma il suo punto di vista. Che è attratto da un dettaglio, e che mette in relazione quel particolare con quell'altro. Particolari con cui si esprime il suo racconto.

Nel suo scritto introduttivo Guidi cita Giotto e Giorgio Celli, Piero della Francesca e Federico Fellini, Dante e Calvino, in un continuo rimando tra antico e contemporaneo, tradizione e modernità. Ma soprattutto cita Robert Adams e Walker Evans, i grandi e amati americani. Non cita, ma è come se lo facesse (il silenzio è più sonoro di tutte le citazioni che potrebbe fare) la mostra del 1975 dei New Topographics – forse perché è stata fin troppo citata – né ad esempio la poetica del nulla di speciale di Lewis Baltz, che pure ha così influenzato tutta l'attività che ha svolto in questi ultimi vent'anni Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea di Rubiera, di cui Guidi è fin dall'inizio uno dei principali ispiratori. Sul versante letterario c'è una stretta parentela con la poetica della banalità, che da Henry James scorre copiosa nel romanzo moderno attraverso Joyce, e da noi attraverso Calvino e Celati.

Ma bisogna ancora fotografare così dopo 40 anni? È ancora necessario? Dopo Guidi c'è ancora spazio per altri che vogliano farlo senza diventare degli epigoni? Sono domande lecite, chi sfoglia questo libro se le può porre. Viene intanto da rispondere che, viste le caratteristiche paesaggistiche di questa regione, dove le montagne sono montagne senza grandi acuti, mancano i laghi e le coste sono basse e sabbiose, il nulla di speciale è forse un modo molto appropriato di rappresentare l’ambiente. La pianura e la sua monotonia si impongono su quasi tutto il resto, se si eccettuano il grande fiume e le città d’arte. Non c’è niente di così pittoresco, e dunque questo tipo di fotografia è pertinente alla qualità dei luoghi.

E naturalmente le foto di alberi che questo libro contiene sono molto pertinenti agli spazi urbani e periurbani che vengono rappresentati. È una specie di ode alla campagna urbana, e a tutta una serie di relazioni solitamente poco indagate perché non straordinarie o monumentali: il rapporto tra il verde e la fabbrica, o tra la fabbrica e gli alberi, credo che di solito non sia oggetto di grande attenzione, né da parte dei progettisti né degli studiosi dell’urbanistica. Intendo industria in senso lato: parlo dei depositi di materiali edili, ad esempio. Qui a volte compare un’ ars topiaria pop, con alberi a stella, a palla, a cubo, che verosimilmente ha l’incarico di nobilitare i dintorni più immediati. E altrettanto poco spesso viene documentata la relazione pur frequente e vivissima tra gli alberi e le recinzioni. Comprese le barriere anti-rumore o i guard-rail autostradali. Siamo abituati a celebrare gli alberi per come essi sanno relazionarsi con le facciate delle regge e dei castelli, per come sanno stare nelle aiuole dei parchi e dei giardini storici, lungo i corsi d’acqua, in prossimità dei cancelli delle ville. Molto meno osserviamo l’abbinamento albero-cartello stradale, albero e stracci, i rottami o i teli di plastica impigliati nei rami, soprattutto d’inverno, quando questo accade frequentemente con i sacchi portati dal vento, quelli dei concimi, per esempio. Non giudichiamo belle foto quelle che ci mostrano le magagne del nostro ambiente, ma dobbiamo riconoscere che ci obbligano a prenderne coscienza.

E forse il capitolo più dolente è l’atroce insensibilità di noi tutti verso gli alberi morti o morenti. Quei residui semi-sradicati o proprio crollati che punteggiano i campi; gli alberi aggrediti dagli altri vegetali che li soffocano; gli alberi quasi morti, con solo un getto sporadico che si fa strada a fatica nella corteccia e non sappiamo se è un indizio di vitalità vera o un rimasuglio, se la vita è rimasta o è fuggita, e da quando, e se il germoglio tra poco scomparirà, come indicano i tronchi senza chioma. Ma anche il sottobosco non pulito, dal cui folto sbucano arboscelli che paiono destinati a non sopravvivere è un luogo ben triste. Come le campagne abbandonate, le sponde dimenticate, le aie delle case crollate, insomma le figure dell'incuria, della disattenzione. O forse addirittura dell'ignoranza, nel senso che la nostra società ignora assolutamente cosa dovrebbe fare, che cure prodigare, che attenzioni dimostrare, e come, con quali tecniche, con quale sapienza artigianale. È il risvolto rurale dell’assenza di cura per lo spazio pubblico in ambito urbano. Ognuno pensa per sé, spazza via i rifiuti da casa sua e dal suo cortile, e non c’è niente di importante fuori dalla casa, perché ciò che è importante è dentro la casa privata: la televisione, la connessione, gli elettrodomestici più avanzati, magari gli attrezzi per il fitness, e con una casa così smart cosa ce ne facciamo del di fuori? Basta la strada, con lo s treet food, la s treet art, la street music. Gli alberi e la campagna e lo spazio pubblico sono concetti un po’ obsoleti, di cui non si parla più, ora che la maggioranza della popolazione vive in città. Tutt’al più il verde lo mettiamo sulle terrazze e sui tetti piani, e se vogliamo andare in un bosco basta guardare quello verticale: è più di moda, non proprio economico ma così snob.

Un passo dietro l'altro. Alberi, a cura di Cesare Fabbri, Silvia Loddo, testi di Guido Guidi, Daniele Zavalloni, Skinnerboox, Jesi 2017.

 

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