Rivista "IBC" XXIV, 2016, 2

convegni e seminari, itinerari

Per strade serpeggianti fra monti e dirupi

Elisabetta Landi
[Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna]

A Capugnano (Alto Reno Terme), quest’anno, “Anno dei Cammini d’Italia”, si è parlato di strade, quelle che da metà Settecento trasformarono in carreggiate i percorsi angusti delle mulattiere: una “rivoluzione viaria”, che per oltre un secolo coinvolse tecnici, patrioti e ingegneri che si confrontavano sul modo di ricongiungere la pianura padana al centro Italia, lungo le dorsali dell’Appennino. Un argomento denso, scelto dal Gruppo Studi Alta Valle del Reno, dall’Accademia dello Scoltenna di Pievepelago e dalle Deputazioni di Storia Patria di Bologna, Modena e Firenze per rilanciare argomenti – dalla viabilità al paesaggio – al centro del XXIII appuntamento capugnanese, intitolato Per strade serpeggianti fra monti e dirupi.

Dall’ingegner Pietro Giardini a Leonardo Ximenes (di qua e di là dalle piramidi dell’Abetone), e dal Vandelli (Pederzoli) a Giuseppe Antonio Alberti (bolognese come il Martinetti) fino a Nicolò Puccini, pistoiese eccentrico ma al tempo stesso pragmatico, promotore di un progetto risorgimentale, il convegno ha ripercorso l’avventura transappenninica, delineando il recupero di un’identità nazionale che si ricomponeva, riappropriandosi dei tasselli sparsi del patrimonio della montagna: una montagna difficile da valicare. Prima di tutto, quindi, la tecnica, e lo studio della transitabilità finalizzata ai servizi (Massimo Gasperini). Il modello era la Francia, l’ Éncyclopedie e l’ École des Ponts et Chaussées, primo istituto di ingegneria europeo; poi, non di meno, la trattatistica del bolognese Alberti, “da servire alla costruzione delle strade” (1748). Le carreggiate servivano al commercio, e alle comunicazioni postali (Abatantuono); il ‘700, inoltre, era il secolo del Grand Tour, il viaggio d’istruzione di giovani aristocratici che diretti a Roma dovevano affrontare le peripezie che si leggono nelle memorie di viaggio (Vannucchi). Ma, soprattutto, parlando dell’Appennino, erano i Lorena a esigere un collegamento con Vienna, e, dopo tutto, la viabilità era indispensabile al buon governo. Così, Pietro Leopoldo e Leopoldo II percorrevano la montagna (Nelli), studiavano i resoconti e scoprivano capacità produttive inventando luoghi di villeggiatura per la corte, a San Marcello e lungo la via Regia (Daniela Fratoni). Nel secolo dei lumi, anche i granduchi apprezzavano il metodo “sperimentale”.

Poi, l’avventura della Porrettana che collegava al “piano ubertoso di Lombardia”, testimoniata nei documenti della Provincia di Bologna (Zagnoni), e con il progredire dei tracciati gli sbancamenti e le trasformazioni indotte, specialmente nel tratto tra Bologna e Pistoia con un’apertura già “pittoresca”, dopo il Passo della Collina, pensata per una fruizione “festiva” delle amenità dell’ambiente (Ottanelli, Ceccanti).

Fu in quel momento in cui cambiava la percezione del territorio che si avviò la visione “moderna” della fisionomia del paesaggio: luogo unitario e da salvaguardare ratificato dalla convenzione del 2006 (Vivoli) ma anche sedimentazione storica, come ha dimostrato, dagli anni ottanta, l’interesse per gli itinerari francigeni che attraversavano l’Appennino.

 

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