Rivista "IBC" XXIII, 2015, 2

pubblicazioni

In un libro dedicato ai "donchisciotte del tavolino", Isabella Zanni Rossiello mette a frutto la sua lunga esperienza archivistica, seguendo le tracce lasciate dalla burocrazia nella letteratura e nel cinema italiani tra Otto e Novecento.
Dietro la scrivania

Gabriella Fenocchio
[italianista]

Nel suo percorso di storica e archivista di eccezione, dotata di antenne sensibilissime a cogliere precocemente proposte e suggestioni offerte da nuovi paradigmi storiografici, oramai da tempo Isabella Zanni Rosiello si era trovata a riflettere sulle diverse opportunità che alla ricostruzione storica possano venire dall'allargamento dei confini entro i quali le cosiddette "fonti" hanno per lungo tempo trovato una naturale e tradizionale collocazione. Nella lezione inaugurale della Scuola di archivistica, paleografia e diplomatica dell'Archivio di Stato di Firenze, tenuta nel novembre del 2011, la studiosa richiamava con chiarezza l'attenzione sulla frammentarietà o la totale assenza di documenti relativi a quanti non hanno accesso alle regioni elevate dell' Historia, a quei ceti subalterni, a quei "vinti", a quelle donne che, per dirla con Manzoni, passano "sulla terra [...] senza lasciarci traccia".

D'altro canto, anche da considerazioni di questa natura era venuta la sfida lanciata, sul finire del secolo scorso, da alcuni avveduti settori della storiografia nell'intraprendere, con altre discipline umanistiche, quel dialogo tanto frequentemente invocato quanto fatalmente sfibrato da un'interdisciplinarità più proclamata che sperimentata, e troppo spesso condizionata da postulati astratti o di maniera. Con  I donchisciotte del tavolino. Nei dintorni della burocrazia (Roma, Viella, 2013), la Zanni ha raccolto da par suo la sfida, disegnando in un volumetto tanto agile quanto pregnante una mappa di relazioni fra storiografia e letteratura, dove quest'ultima è chiamata non tanto a offrire la propria vocazione narrativa al racconto storiografico - uno dei molteplici terreni autorevolmente battuti, fra gli altri, dal nostro Carlo Ginzburg - ma a farsi essa stessa, al pari delle altre, fonte per l'indagine storica degli ambienti della burocrazia.

I romanzi sui quali si appunta l'attenzione della studiosa si estendono in un arco cronologico che va dagli ultimi decenni dell'Ottocento alla seconda metà del Novecento, dal  Demetrio Pianelli (1888) di Emilio De Marchi alla seconda edizione delle  Resultanze in merito alla vita e al carattere di Gino Bianchi (1966) di Piero Jahier, passando attraverso  Incendio al catasto (1956) di Carlo Montella. Ma l'indagine si estende anche al campo cinematografico, con un'incursione in  Le miserie del signor Travet (1946), trasposizione sullo schermo dell'omonima commedia di Vittorio Bersezio andata in scena per la prima volta nell'aprile del 1863, e in  Policarpo ufficiale di scrittura (1959), due film firmati entrambi, come regista, da Mario Soldati.


Andrà subito osservato che, di là dalla piacevolezza della lettura, frutto di una scrittura rigorosa e limpida, il contributo che  I donchisciotte del tavolino offrono agli studi letterari non è di certo inferiore alle acquisizioni che gli storici, per parte loro, ne potranno trarre. "Mi sento più a mio agio" - scrive la Zanni nella pagina di apertura del saggio su  Demetrio Pianelli - "con quei critici che non invocano la scomparsa degli autori; con quelli cioè che, pur riconoscendo che i testi hanno proprie specificità e determinate autonomie rispetto a coloro che li hanno scritti - e quindi senza immediati legami con essi -, non ritengono che le biografie di questi ultimi debbano sempre e comunque essere trascurate o lasciate da parte in quanto del tutto inutili per una corretta lettura dei testi".

Ma non minore attenzione, aggiunge l'autrice, andrà riservata alla storia esterna dei testi, al contesto storico e culturale in cui un libro è nato, alla sua genesi, al luogo in cui è apparso per la prima volta e alle sedi diverse nelle quali può avere trovato collocazioni successive, nonché alle forme differenti che può avere assunto nel corso della sua elaborazione e circolazione. È già questa, non c'è dubbio, una lezione di metodo. Tanto più quando si tenga conto del fatto che la cronologia, il "contesto", la fisionomia del libro anche come oggetto materiale, assumono connotazioni ben più ricche e sfaccettate quando siano pronunciati da chi non abbandona mai il proprio  habitus di storica e di perlustratrice vorace di un'ampia gamma di tipologia di archivi.

È dunque all'interno di tale prospettiva che si collocano sia l'attenzione puntuale al dato filologico, e talora variantistico, sia una lettura dei testi sempre ravvicinata e mai condizionata da interpretazioni precostituite. Certo, l'autrice sa bene che ogni nuova lettura libera le multiple potenzialità di un testo sprigionando dal "contenuto fattuale" il "contenuto di verità", che la reazione prodotta dall'incontro fra ciò che è stato prima e i nuovi contesti dei lettori arricchisce anziché impoverire il significato di quel testo. Ma tenere saldamente ancorato il libro al suo contesto di origine, e filtrarlo attraverso l'ottica della ricostruzione del mondo burocratico che esso, con gli strumenti della letteratura, esprime, è l'operazione che la Zanni si propone di compiere, con la consapevolezza che si tratti di una delle molteplici possibilità di lettura.


La ricognizione delle pagine letterarie è aperta dal  Demetrio Pianelli di De Marchi, del quale si indagano in primo luogo le tappe della vicenda editoriale, dalle 63 puntate apparse, con il titolo  La bella Pigotta, sul periodico milanese "L'Italia. Giornale del popolo" nel 1888, all'edizione in volume del 1900, fino alla riproposizione di questa, corretta di alcuni refusi, nel 2000. Al centro del romanzo sono le vicende di un impiegato qualunque nella Milano di fine Ottocento, la sua vita segnata dalla  routine di un lavoro che giorno dopo giorno si muove fra lo stesso arredamento e le stesse carte, dalle difficoltà legate alla retribuzione modesta e ai faticosi rapporti gerarchici con superiori tanto ottusi e infidi quanto arroganti.

De Marchi dimostra di conoscere bene gli ambienti e gli apparati burocratici dell'Italia postunitaria, osserva l'autrice, la cui competenza al riguardo è di per se stessa garanzia della pertinenza di una tale affermazione. Ma se un romanzo, pur nutrito di una larga informazione sullo spaccato di realtà scelto come perno della narrazione, possa "essere utilizzato come fonte dagli storici interessati ad approfondire determinati aspetti del mondo burocratico ottocentesco", soprattutto quando si tratti di protagonisti passati sotto silenzio dalle fonti e dalla documentazione d'archivio, è la domanda che sta soprattutto a cuore all'autrice.

È naturale che a questo punto sia chiamata in causa la categoria del "verosimile", discussa dalla studiosa mettendo in dialogo il Manzoni del saggio sul  Romanzo storico e, in genere, de' componimenti misti di storia e d'invenzione, il Balzac dell' Avant-propos alla  Comédie humaine e l'Auerbach analista impareggiabile, nelle pagine di  Mimesis, del realismo nella letteratura occidentale. Demetrio Pianelli non appartiene di certo a quello che Manzoni definisce il "vero positivo", eppure, nella sua verosimiglianza, può contribuire a colmare le assenze e i vuoti delle fonti storiche e "offrire agli storici, che si interessano degli ambienti burocratici italiani tardo ottocenteschi, tracce ( verosimili) sulla vita quotidiana e sulla sfera emozionale, vista in alcuni suoi aspetti, siano essi palesi o segreti, dei tanti individui che l'hanno vissuta". A patto che - e la Zanni non manca di ribadirlo - si tenga sempre presente la tipologia del testo con cui si ha a che fare, il contesto nel quale affonda le proprie radici e il pubblico a cui si rivolge.

D'altro canto può anche accadere che sia lo stesso "linguaggio burocratico" a farsi "letteratura", come recita il sottotitolo di un capitoletto di grande interesse, non foss'altro per la gradevolissima novella demarchiana riesumata. Si tratta di  Regi impiegati, un testo in realtà di difficile collocazione nella mappa dei generi letterari, apparso il 22 maggio 1892 sul giornale napoletano "La Tavola Rotonda", del quale, con rigore filologico, vengono documentati l'ambiente, le firme che vi trovano ospitalità, le varie presenze al suo interno dello stesso De Marchi.

Dopo avere discusso la collocazione cronologica della novella, l'autrice riproduce il testo delle 11 lettere che costituiscono l'intero, singolare racconto, rappresentando nella loro sequenza, con sottile  humour, che cosa possa accadere a una pratica quando entri nei labirinti di un  iter burocratico. E anche in questo caso non sfugge alla studiosa il problema sollevato dall'andirivieni della datazione delle missive, quando anche sia messa in rapporto con l'istituzione, nel 1890, del Ministero delle Poste.


Una lettura non meno competente e avvertita della complessità offerta da un testo che mescoli autobiografia e letteratura è poi riservata alle  Resultanze in merito alla vita e al carattere di Gino Bianchi di Piero Jahier, pubblicate per la prima volta nel 1915, per le edizioni della Libreria della Voce. Con la coerenza che da un capitolo all'altro del saggio avvalora la fedeltà a un metodo, la Zanni ripercorre la lunga collaborazione dello scrittore alla rivista fiorentina con articoli legati al suo impiego nell'amministrazione ferroviaria, nonché l'ambiente vociano, con la sua vocazione all'autobiografia e al frammento. Due aspetti al di fuori dei quali sarebbe difficile collocare nel genere romanzo un libro tutto costruito su una tipologia variegata di frammenti narrativi.

Esibito fin dal titolo  Resultanze ed elevato a lessico naturalmente amalgamato alla tonalità letteraria dal paradosso dell'indice intitolato a sua volta  Elenco delle pratiche evase nel presente volume, il linguaggio burocratico diviene un vero e proprio sistema di scrittura narrativa. Tanto più singolare e meritevole d'interesse quanto più la freddezza e la neutralità che gli appartengono imprigionano, con evidente stridore, il disordine e l'inquietudine di una vita. Vero è, d'altro canto, che la riproduzione in facsimile di documenti, registri, atti amministrativi - che non possono non sollecitare l'attenzione sempre vigile dell'archivista - trova qua e là la scossa di un'energia creatrice di neologismi, deformazioni verbali, enumerazioni vorticose degni di un Gadda: "attraverso l'attuale realtà storica della burocrazia esistente, innumerevole, irragionevole, irresponsabile - attraverso questo bulicame di fincatori, minutatori, velinatori, emarginatori, registratori, defalcatori, sommatori, revisori, verificatori, spuntatori puro essere amministrativo, spersonalizzato, disintelligenzato, insensibilizzato, prodotto dell'allevamento più garantitamente disumanato".

La composita convivenza nel romanzo di strutture e stili così marcatamente distanti non sfugge affatto alla studiosa, come non le sfugge la complessa tensione dialettica che si sviluppa fra l'individualità dei singoli frammenti - molti dei quali già autonomamente apparsi in rivista - e la costruzione unitaria alla quale essi ambiscono nella loro successione. Né la prospettiva privilegiata nella lettura dei romanzi oggetto dell'analisi rende inconsueta un'esplorazione così ampia e puntuale dell' editio  princeps rispetto all'ultima volontà d'autore consegnata da Jahier all'edizione del 1966 per i tipi di Vallecchi.

"L'importanza dell'intero testo, in quanto documento e testimonianza," - precisa l'autrice, che pure non manca di indugiare sulle varianti più significative intervenute nel passaggio dalla prima alla seconda edizione - "rimane quella che gli deriva dall'epoca in cui è stato originariamente prodotto e in cui l'autore ha vissuto determinate esperienze. Per gli storici della burocrazia esso ha infatti una notevole pregnanza soprattutto se collocato nel contesto cronologico-culturale in cui è stato pensato e scritto".

Fra le varianti della seconda edizione, opportunamente la Zanni si sofferma sull'intervista fra l'Autore e il Commendator Gino Bianchi, inserita nelle pagine finali del nuovo volume e anticipata sulla rivista "Il Ponte" nel 1949. Anche in questo caso la studiosa dissoda con passione e competenza il terreno, non solo precisando la mappa dell'itinerario editoriale, ma cogliendo anche una delle integrazioni più rappresentative apportate al testo dell'intervista in volume rispetto a quello comparso sulla rivista. Si tratta della battuta finale del libro, allorché l'Autore si congeda dal personaggio con parole, si direbbe, di rassegnazione amara: "Tutto inutile, Gino Bianchi è eterno". Un  explicit la cui ricchezza di connotazioni non sfugge naturalmente all'autrice che vi ravvisa il giudizio dello scrittore sull'immobilità del mondo burocratico, impermeabile agli sconvolgimenti della storia che hanno attraversato i decenni dal 1915 al 1966: "Gino Bianchi, in quanto personaggio-simbolo della burocrazia, mantiene sostanzialmente immutati gran parte dei suoi tratti e comportamenti, anche se la realtà politico-sociale che lo circonda, e le istituzioni che ne fanno parte, sono cambiate".


Non può non emergere, a questo punto, un problema ricorrente quando si prenda in esame la presenza della figura dell'impiegato nelle pagine letterarie, il cui esordio si è concordi nel riconoscere nel  Monsù Travet di Bersezio. Se, come ebbe a osservare Guido Melis in un seminario tenuto nel 2004, di "questo paradosso (un uomo in carne e ossa ridotto a simbolo dell'istituzione) la letteratura coglieva [...] precocemente tutta la portata", può non essere agevole distinguere la tenuta del  topos letterario dall'immobilità del mondo che questo rappresenta.

Più rispondente al modello di "personaggio-uomo" a lui così caro, doveva del resto apparire al Debenedetti del  Romanzo del Novecento il protagonista dei  Ricordi di un impiegato di Federigo Tozzi a paragone del Gino Bianchi creato da un Jahier che "si contenterà di fabbricare con una media dei connotati e dei tipi più consueti di impiegati un manichino, una marionetta con cui tirare i fili per fare compiere certi gesti medi di prammatica, ripetere certi automatismi, per fare pronunciare parole che si sentono tutti i giorni in tutti gli uffici e in tutte le case di funzionari e burocrati subalterni". Parole rispetto alle quali la Zanni non può non ribadire che, dalla propria prospettiva di storica, è sicuramente fonte più ricca di informazioni quella offerta da un personaggio di romanzo che sacrifichi la complessità e l'originalità dell'individuo alla rappresentazione dell'"uomo medio [...], espropriato della sua umana dignità, irretito negli automatismi di meccanismi burocratici che gli fanno assumere comportamenti e dire parole simili a quelli di tanti altri impiegati".

Il che equivale forse a dire che lo stereotipo può non essere più tale quando una realtà colta precocemente dalla letteratura, come osservava Melis, continui a vivere intatta nella letteratura proprio in quanto realtà monotona e ripetitiva, cosicché nella "medietà" stessa dei personaggi di romanzo possono ritrovarsi tratti verosimili per ridisegnare la fisionomia di uomini veri ma ignoti.

Se poi il tasso di letterarietà confligga con il valore documentario di un'opera narrativa è un interrogativo che non sfugge alla stessa autrice, allorché, a proposito del romanzo di Montella a cui dedica il quinto capitolo del libro, si chiede se non sia proprio la meno elevata qualità letteraria di  Incendio al catasto (Vallecchi, 1956) a farne un documento di ragguardevole utilità per gli storici. Una prospettiva, del resto, dalla quale può legittimamente riemergere un romanzo diversamente - e forse giustamente - collocato negli scaffali più bassi di una bibliografia novecentesca. Ma a farne specchio attendibile dell'uniforme e immutabile vita di una comunità impiegatizia, pure in questo caso conosciuta in proprio dall'autore impiegato all'Ufficio del catasto, è anche la scelta di non dare rilievo particolare a nessuno dei personaggi, frantumati invece in una coralità di vite accomunate dall'esecuzione di compiti uguali, svolti in un mondo appartato. Non sarà del resto un caso che lo stesso titolo del romanzo non includa l'identità di alcun personaggio.


Un ultimo sguardo l'autrice lo rivolge al mondo cinematografico, attraversando i due film di Mario Soldati ( Le miserie del signor Travet e  Policarpo) con strumenti non meno provveduti di quelli messi in campo per l'analisi letteraria. Per la natura stessa del linguaggio filmico, dove realtà e finzione si mescolano in modo inestricabile, è necessario un occhio quanto mai addestrato da parte di chi si serva di questa forma come patrimonio di conoscenza storica. Nel  Signor Travet e in  Policarpo il regista sceglie di mettere in scena i suoi impiegati in un'ambientazione tardo ottocentesca, secondo quel paradosso, connaturato in qualche misura alle opere del Soldati tanto regista quanto scrittore e opportunamente richiamato dalla Zanni, di un Ottocento  attuale e di un Novecento  inattuale. Ma è ancora la voce della storica a parlare quando avverte che, nel disporsi alla lettura di questi film con l'intento di ricavarne un incremento di documentazione storiografica, sono "da tener presenti le sfasature temporali tra l'epoca in cui sono ambientate le vicende che vi vengono narrate e il periodo in cui i film sono stati prodotti e presentati sugli schermi".

A un intervistatore che gli chiedeva come fosse nato  Il giocatore invisibile, Giuseppe Pontiggia rispose di avere avuto una prima idea del romanzo leggendo su una rivista di filologia classica "la polemica feroce tra due studiosi illustri" e di aver pensato, in un primo tempo, di scrivere un racconto "che si limitasse a tagliare e a riportare, senza commenti, i testi della polemica". Aggiungeva tuttavia di aver abbandonato subito il proposito poiché quelle lettere sarebbero apparse "troppo inverosimili". Sono parole pronunciate da un grande scrittore, esperto del disordine e del mistero della realtà non meno che della forza e della responsabilità della parola letteraria, e dunque parole che suscitano non poche riflessioni su quanto possa essere talora sottile e beffardo il confine fra la verosimiglianza della letteratura e l'inverosimiglianza della realtà e della storia.

L'autrice dei  Donchisciotte del tavolino conosce bene le molteplici e complesse implicazioni del metodo che mette alla prova, i rischi di banalizzazione a cui può esporsi, ma anche i frutti che ne possono venire quando sia applicato con il rigore e la cautela che si addicono a ogni operazione critica. A queste qualità, praticate attraverso un minuzioso lavoro di officina, il libro deve un ulteriore e nient'affatto trascurabile pregio, tanto più di questi tempi.

 

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