Rivista "IBC" XXII, 2014, 4

itinerari, storie e personaggi

Con un'indagine durata più di 40 anni, due amici legati dalla passione per l'archeologia hanno portato alla luce lunghi tratti di un'antica strada romana rimasta nascosta per secoli tra i boschi dell'Appennino.
Alla ricerca della Flaminia Militare

Beatrice Orsini
[IBC]

Qualche anno fa, due amici legati dall'amore per l'archeologia, Cesare Agostini, avvocato, e Franco Santi, artigiano, hanno portato a termine una ricerca durata più di 40 anni, riuscendo a portare alla luce lunghi tratti di un'antica strada basolata rimasta nascosta per secoli fra i boschi dell'Appennino, tra Emilia e Toscana. La loro scoperta è stata documentata in modo esaustivo in alcune pubblicazioni che descrivono il tracciato emiliano e il suo proseguimento nel versante toscano. 1

La viabilità emiliano-romagnola di epoca romana è conosciuta soprattutto in relazione alla via Emilia, l'asse principale, costituito nel 187 avanti Cristo dal console Marco Emilio Lepido per collegare Piacenza a Rimini, punto di arrivo della più antica via Flaminia, diretta a Roma e risalente al 220 avanti Cristo. Da essa prese il nome l'intera Regio VIII Aemilia nella suddivisione dell'Italia operata dall'imperatore Augusto. Dai centri posti lungo il suo percorso, che taglia la regione in senso longitudinale, avevano origine una serie di strade che permettevano, da un lato, di raggiungere il nord della penisola aldilà del Po (la via Postumia verso Aquileia; la via Iulia Augusta verso la Liguria; la via Popilia lungo la costa, per citarne alcune) e dall'altro di andare verso sud valicando l'Appennino per raggiungere Roma. Questi percorsi ricalcavano sicuramente una viabilità di epoca preromana fatta di mulattiere risalenti al periodo in cui erano attivi gli scambi commerciali fra l'Etruria tirrenica e l'Etruria padana.

Fu proprio una di queste vie transappenniche, in particolare quella che da Bologna si dirige verso l'attuale passo della Futa, ad attirare l'attenzione di Agostini e Santi. I due, nei primi anni Settanta, armati di badili e picconi, decisero di dedicare tutti i loro finesettimana alla ricerca di quella strada che dai loro padri veniva ricordata con l'appellativo di "romana". Originari di Castel dell'Alpi, nell'alta valle del Sàvena, si immersero nella solitudine dei boschi appenninici con un'idea fissa, apparentemente balzana: portare alla luce, metro dopo metro, un tracciato sepolto da secoli, che senza di loro sarebbe rimasto tale.

Fu così che nel 1979, dopo anni di saggi e tentativi rimasti senza esito, alle pendici del Monte Bastione avvenne la prima scoperta: sotto circa un metro di terra apparve un tratto di basolato perfettamente conservato. Da quel momento in poi, un nuovo entusiasmo li spinse a proseguire le ricerche lungo il crinale, dove riportarono alla luce numerosi tratti basolati, tutti in asse con quello già scoperto, coprendo una distanza di circa 11 chilometri.

Era davvero quella la strada consolare che, citata da Tito Livio, univa Bologna e Arezzo passando da Fiesole? 2 Era proprio la via aperta dal console Caio Flaminio di ritorno dalle campagne condotte contro i Liguri, realizzata nel 187 avanti Cristo per volere del Senato romano? Se si fosse trattato effettivamente di una strada "consolare", secondo la consuetudine romana avrebbe dovuto essere intitolata al console che l'aveva tracciata. Considerato che una consolare Flaminia già esisteva dal 220 avanti Cristo per unire Roma a Rimini, ed era stata aperta proprio da Gaio Flaminio, padre del console vittorioso sui Liguri, per distinguerla da essa, studiosi quali il professor Nereo Alfieri e poi gli stessi Agostini e Santi aggiunsero all'attributo consolare della strada scoperta vari altri aggettivi: "seconda, minore, militare".

Dieci anni dopo, nel 1989, Agostini e Santi presentarono le loro scoperte in occasione di un convegno organizzato dai comuni di Firenzuola e San Benedetto Val di Sambro, pubblicandone gli atti nel 1992. Tuttavia la risposta di una parte del mondo accademico bolognese alla loro ipotesi fu negativa, fatta eccezione per i professori Susini e Uggeri, per i quali, senza alcun dubbio, i basoli utilizzati per la costruzione della strada, realizzati in pietra locale, erano databili all'epoca romana. Secondo altri illustri docenti non era quello il percorso della cosiddetta "Flaminia Seconda": si trattava, tutt'al più, di una strada di scorrimento transappenninica, forse risalente all'epoca medievale, ma in ogni caso non era attribuibile all'età romana. In molte circostanze, infatti, il riconoscimento dei percorsi di epoca romana è stato facilitato proprio dal loro riutilizzo nel corso dei secoli, e soprattutto in epoca medievale, quando i pellegrini, provenienti dalle regioni del Nord, si recavano in Terra Santa.

Questo scetticismo fu rinforzato dalla proposta di ipotesi alternative per il tracciato della strada costruita da Flaminio, ipotesi considerate più credibili. Il professor Alfieri, per esempio, ricostruì il percorso basandosi sulla citazione di una strada "Flamenga" presente in una decima del 1300 appartenente alla diocesi di Bologna. Il percorso proposto dallo studioso, e da lui chiamato "Flamina Minore", non partiva da Bologna, ma dal centro di Claterna, posta sulla via Emilia (in corrispondenza dell'odierna località di Maggio): seguendo il crinale fra i torrenti Idice e Sillaro, la strada raggiungeva il passo della Raticosa, attraverso Sasso San Zenobi e Spedaletto. Gottarelli, altro illustre studioso, propose invece un diverso capolinea, assegnando a questo percorso il cippo miliare rinvenuto presso Castel San Pietro, in base a un errato calcolo della distanza riportata sull'epigrafe.

Se l'opinione di Alfieri e Gottarelli corrispondeva al vero, restava aperta la domanda: quei lunghi tratti basolati, scoperti grazie al paziente lavoro di Santi e Agostini, a quale percorso erano da attribuire? Stando all'analisi diretta, questi tratti non sembrano essere stati oggetto di rifacimenti in epoche successive, e forse proprio questo ha contribuito alla loro conservazione nel corso dei secoli. A proposito della Flaminia del 187, Livio non parla di tappe intermedie e la strada non viene citata in nessun'altra fonte itineraria di epoca successiva. Questa carenza di notizie sul tracciato ha indotto i due appassionati ricercatori a studiare sul terreno il percorso più comodo e diretto, avendone poi la conferma con il ritrovamento dei basolati. Il percorso corre per lunghi tratti in mezzo al bosco senza attraversare alcun centro abitato. La direttrice indicata dal basolato corre poco al di sotto del crinale fra i torrenti Savena, Setta e Sambro per raggiungere il passo della Futa al confine con la Toscana, attraverso Paderno, Pieve del Pino, Monte Adone, Brento, Monzuno, Monte Venere, Madonna dei Fornelli, Pian di Balestra, Monte Bastione, Piana degli Ossi, Poggio Castelluccio.

L'asse seguito dalle porzioni di basolato, inoltre, sembra in linea con i principi romani nella costruzione delle strade, poiché il tragitto doveva essere più breve possibile e si doveva adattare alle condizioni del terreno: non a caso, nelle zone collinari e montuose come questa, per ridurre i problemi causati dagli agenti atmosferici la strada correva sulla cresta. Unendo i vari tratti georeferenziati sulla cartografia si può poi notare la linearità del percorso, che, partendo da Bologna, punta direttamente verso il passo della Futa, senza l'inutile e faticosa deviazione per il passo della Raticosa. Da qui, ormai in territorio toscano, la strada si dirigeva verso Arezzo, dove si collegava alla consolare Cassia diretta a Roma.

Le corpose pubblicazioni curate in questi anni da Cesare Agostini e Franco Santi, ricche di materiali fotografici, documentano con dovizia di particolari il paziente lavoro di ricostruzione dell'antico percorso. Da queste pagine emergono una passione instancabile e il gusto per la ricerca sul campo, ma anche l'esame attento della cartografia e della morfologia del territorio attraversato dalla consolare, da loro chiamata "Flaminia Militare". Per più di trent'anni i due amici hanno dedicato il loro tempo libero alla scoperta della strada di Flaminio, con la speranza di consegnare al mondo scientifico un'importante acquisizione, suffragata da prove oggettive. Ma non si sono limitati a questo, perché un patrimonio simile, dopo aver rivisto la luce dopo secoli di silenzio sotterraneo, non poteva essere lasciato incustodito: così, fino a qualche tempo fa, i due infaticabili esploratori si recavano più volte durante l'anno su quei basoli per togliere erbacce e foglie che si accumulavano durante le stagioni, quasi a ripercorrere le antiche orme dei duoviri viis extra urbem purgandis, i due addetti che, in età repubblicana, erano preposti alla pulizia e alla manutenzione delle strade, un miglio fuori di Roma.

A questi due tenaci e appassionati inseguitori di un sogno dovrebbe andare il ringraziamento di tutti. Senza di loro, nessuno di noi, oggi, potrebbe provare l'emozione di camminare, durante una mattina di primavera, sulla stessa strada aperta un giorno del 187 avanti Cristo dal console Flaminio.


Note

( 1) C. Agostini e F. Santi, La strada Bologna-Fiesole del II secolo a.C. (Flaminia Militare), Bologna, CLUEB, 2000; C. Agostini e F. Santi, La strada Flamina Militare del 187 a.C.. Tutto il percorso Bologna-Arezzo. Nuove ricerche e rinvenimenti, Bologna, Grafis, 2012. I due volumi sono consultabili in versione PDF sul sito: www.flaminiamilitare.it

( 2) Polibio, Storie, II, 25.1.

 

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