Rivista "IBC" XXII, 2014, 4

convegni e seminari, leggi e politiche, progetti e realizzazioni

Dopo aver a lungo documentato l'evoluzione del territorio regionale, l'IBC può candidarsi a svolgere le funzioni previste dalla legislazione per l'Osservatorio del paesaggio. Per interrogare il futuro, oltre che ricordare il passato.
Quarant’anni di IBC: il punto su territorio e paesaggio

Piero Orlandi
[IBC]

Questo intervento del responsabile del Servizio beni architettonici e ambientali dell'IBC è stato pubblicato in occasione del convegno "Tutela e valorizzazione dei beni culturali tra centro e periferia. Per i 40 anni dell'Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna" (Bologna, Oratorio di San Filippo Neri, 6 novembre 2014).


Le materie di cui si occupa oggi il settore dell'IBC che si dedica al territorio sono, con alcune variazioni per i naturali adattamenti, quelle che costituirono, nel 1974, il nucleo originario di attività dell'Istituto. Attualmente opera il Servizio beni architettonici e ambientali, che svolge studi e ricerche sul paesaggio, l'architettura, l'urbanistica, l'archeologia, il patrimonio industriale, gli alberi monumentali, la flora, la cultura materiale; cura la raccolta e la produzione di cartografie storiche e tematiche, la conservazione, schedatura e georeferenziazione di materiali fotografici e aerofotografici; esegue campagne fotografiche per la conoscenza del patrimonio, e altro ancora.

Come è noto, il progetto culturale e organizzativo da cui scaturì l'IBC sta nel volume Una politica per i beni culturali di Andrea Emiliani, che uscì presso Einaudi nello stesso 1974 ed è stato nuovamente pubblicato di recente. 1 Il progetto puntava a creare un nucleo di operatività regionale impegnato ad appropriarsi progressivamente di competenze in mano alle soprintendenze statali, e ad allargare il campo delle tutele dalle eccellenze monumentali alle testimonianze della cultura materiale che si conservavano anche e soprattutto negli ambiti rurali, impoveriti e minacciati dallo spopolamento.

Alle origini delle idee sviluppate in quel volume stavano infatti le esperienze condotte sulle aree appenniniche di Bologna e di Imola negli anni 1968-1971: le "Campagne di rilevamento dei beni culturali", promosse dalla Soprintendenza alle Gallerie e dalla Provincia di Bologna. Esse avevano l'obiettivo di verificare sul campo - e con il contributo interdisciplinare di architetti, urbanisti, storici dell'arte - la diffusione dei beni e degli oggetti sul territorio, considerato come un museo diffuso, mettendo a punto un metodo che fu alla base della prima operatività dell'Istituto regionale, ma anche un modello per il Ministero, che sarebbe poi nato nei mesi immediatamente successivi.

Lucio Gambi, che dell'Istituto fu il primo presidente, indirizzò l'attività verso lo studio dell'ambiente rurale. I lavori sulla casa contadina non si limitavano a indagarne i caratteri architettonici, ma vedevano nella casa la sintesi visuale non solo di un'azienda, ma di un intero territorio. Tanto è vero che le tipologie di case servivano per identificare e distinguere aree culturali omogenee, un concetto che è alla base della ideazione delle unità di paesaggio, che furono poi, un decennio dopo, la principale novità di metodo del piano paesistico regionale. C'era la diffusa convinzione che quelle aree avrebbero perso, con gli abitanti, gran parte della memoria del proprio diffusissimo patrimonio. E, tuttavia, la concezione di Gambi non era certamente statica, al contrario puntava a descrivere un paesaggio in mutazione, pur ricercando una coerenza con i quadri ambientali.

La genealogia delle pratiche del primo IBC conduce anche ai piani urbanistici di conservazione dei centri storici di alcune città emiliane - Modena e Bologna tra le prime - che vennero elaborati sul finire degli anni Sessanta, ispirandosi alle teorie discusse in un famoso convegno svoltosi a Gubbio nel settembre 1960. Anche in questo caso la questione prevalente era l'estensione della tutela architettonica dal singolo edificio al tessuto urbano nel suo complesso, alle strade, agli spazi verdi, ai vuoti derivanti dalle demolizioni belliche. Oltre a questo, ci si poneva l'obiettivo di mantenere nelle proprie case gli abitanti più deboli economicamente, opponendosi alla riqualificazione edilizia intesa come valorizzazione immobiliare e sostituzione sociale. Bologna divenne celebre in Europa perché, appunto, si prevedeva un piano di edilizia economica e popolare nel centro storico, anziché nelle tradizionali aree di estrema periferia urbana.

Per trasmettere alle amministrazioni comunali questi concetti e avviare estesamente queste pratiche, la Regione aveva nel frattempo, e nello stesso anno di nascita dell'IBC, approvato una legge molto importante, la numero 2 del 1974. Essa demandava all'Istituto il compito di censire i centri storici della regione, stanziava fondi per contribuire alle spese di progettazione che i Comuni dovevano sostenere se volevano dotarsi di piani di tutela dei centri e anche per avviare urgenti restauri di architetture pubbliche. Va sottolineata l'ammirevole premura con cui la prima disposizione di legge della Regione in campo urbanistico faceva dell'IBC uno strumento operativo per attuare politiche così centrali.

Per questo l'Istituto avviò subito un lavoro di reperimento delle fonti iconografiche per la storia del territorio, cercandole negli archivi di musei e biblioteche, sia a scala nazionale che all'estero: per esempio a Vienna, dove erano conservate memorie consistenti dei territori soggetti all'amministrazione austriaca. Inoltre, lavorando sui dati dei tre censimenti della popolazione del 1871, del 1936 e del 1951, si compilarono gli elenchi dei centri storici. Si arrivò così a censire 2816 località, presenti in tutti i tre censimenti e dotate di determinati standard di servizi pubblici, che certificavano il loro ruolo di presidio territoriale.

Queste note di dettaglio servono a descrivere un processo lungo e non privo di confronti anche difficili con i comuni, un processo che si concluse positivamente quando il Piano territoriale paesistico regionale (PTPR) inserì le località censite dall'IBC nei propri elaborati cartografici.

Il Piano paesistico è stato il vertice di massima collaborazione tra l'IBC e la Regione. Nel 1985-1986 l'Ufficio di piano del PTPR, che la Regione doveva elaborare per obbligo della legge "Galasso" del 1985, operava proprio nella sede dell'Istituto, in via Manzoni. L'assessore regionale all'urbanistica, Felicia Bottino, decise che gli organi che dovevano presiedere al lavoro, il comitato scientifico, i consulenti e l'ufficio di piano, fossero in larga misura espressione dell'IBC. Tra i membri del comitato scientifico e i consulenti vi erano presidenti dell'Istituto (passati, presenti e futuri) come Gambi, Gherpelli, Losavio e Raimondi, padri fondatori come Emiliani e Cervellati, oltre a specialisti autorevoli, come Leonardo Benevolo e Italo Insolera; operava inoltre un comitato di coordinamento, comprendente rappresentanti degli assessorati ai trasporti, all'urbanistica, all'ambiente, al turismo, all'agricoltura, alla programmazione. Anche in questo caso, come per i centri storici, la buona pratica del PTPR si diffuse, e nel 1990 la Provincia di Bologna riutilizzò persone e metodo, elaborando, con la consulenza di Italo Insolera e la collaborazione di personale IBC, linee guida per la pianificazione comunale dei centri storici, della centuriazione, della viabilità storica, dell'insediamento sparso.


Per molti anni l'attività dell'IBC proseguì sugli stessi canali di ricerca: gli studi sull'insediamento storico partirono dal Bolognese e si diffusero, analizzando le diverse aree appenniniche. Ferriere, mulini, artigianato artistico e tecniche costruttive sono alcuni dei filoni di lavoro. Il territorio veniva catalogato pezzo per pezzo, in progressione di aree e di tipologie. La catalogazione, in quegli anni, era ritenuta anche la chiave di lettura del museo e lo strumento di interpretazione delle collezioni. Così fu, per esempio, per i lavori sulle ferriere, le imbarcazioni del Po, il ciclo del latte e la fabbricazione delle scope: catalogare gli oggetti e le tecniche significava favorirne l'ordinamento museografico e la corretta comunicazione al pubblico.

Archeologia industriale e archeologia rurale divennero un modo per leggere in parallelo il territorio e le tracce della storia. Tutto questo andava sotto il nome di cultura materiale e pratiche tecniche. Si voleva intendere cultura delle masse, non dell'individuo, e utilità quotidiana del sapere, sul modello della tradizione rurale.

La pianificazione urbanistica e la salvaguardia del territorio rurale e della sua cultura sono dunque i temi più intensamente trattati di questa prima stagione operativa dell'Istituto. Uscendo per un momento dalla cronaca dei fatti si può osservare l'assenza di questioni inerenti alla città e all'architettura. È un portato di quei tempi. Se si leggono le pagine del famoso catalogo della mostra "Bologna Centro Storico" del 1970, vi si trova una considerazione dell'architettura come "arte pura fine a sé stessa". L'idea che sta alla base della visione di Pierluigi Cervellati e di Paolo Monti, il fotografo dei centri storici, è che il progetto architettonico è solo la conservazione dell'esistente e non deve consistere, né più né meno, che nella riproposizione del rilievo. "Il progetto invisibile" è anche il titolo con cui l'assessorato regionale all'urbanistica, nel 1985, dà conto, dopo un decennio di lavori, degli esiti dei cantieri aperti con la legge 2 del 1974. Ovvero, meno progetto c'è meglio è: il progetto non è quello architettonico ma qualcosa di assimilabile alla manutenzione, alla programmazione finanziaria e gestionale.

Molti studi dell'IBC di quegli anni si occupano di edilizia storica, per esempio La fabbrica dell'Appennino, un libro meticolosamente dedito a rilevare architravi di porte e finestre e decorazioni di pietra e sasso, che applica e sviluppa gli studi di Gambi sulla casa rurale. Molta meno attenzione è portata ad architetture specialistiche come le chiese e i palazzi, soprattutto in ambiente urbano. E l'attenzione comunque si ferma alle soglie dell'Ottocento, al massimo al periodo preunitario. Che viene considerato una sorta di spartiacque tra un prima e un dopo, riguardo all'esigenza di documentazione, tutela e conservazione.

Questa impostazione di livello regionale passa quasi automaticamente nei piani regolatori comunali, anche per effetto del famoso - quasi mitico, per una generazione di urbanisti - articolo 36 della legge regionale urbanistica, la numero 47 del 1978, l'articolo che detta le norme per gli interventi in centro storico. Mancano però criteri e indicazioni regionali utili per pianificare il nuovo, il completamento, l'espansione delle città. L'urbanistica intraprende quella strada normativa che è il vanto della nostra regione, ma al tempo stesso ne è anche il limite. Gli standard numerici e quantitativi non garantiscono qualità, la conservazione diventa una prassi che garantisce la sopravvivenza della città antica, ma non altrettanta attenzione è riservata alla città moderna. Non ci si preoccupa di garantire la qualità urbana, perché è il territorio rurale quello che è al centro delle politiche, almeno fino alla fine degli anni Novanta.

La storia del lavoro svolto dall'IBC sul territorio si può descrivere bene anche attraverso alcuni titoli, perché i titoli condensano i significati e gli approcci, e si nota in alcuni casi che le motivazioni della ricerca tendono a muoversi entro recinti culturali che sottovalutano altri punti di vista. Abbiamo già detto del concetto di progetto invisibile. "I confini perduti" è il titolo di una mostra del 1983 che, con il ricorso alla fotografia aerea del periodo bellico confrontata con quella attuale, dimostra che, dopo qualche decennio di espansione urbana incontrollata, i confini storici (che le città hanno mantenuto stabili per secoli, anche dopo la demolizione delle mura medievali) non ci sono più. È un invito a osservare i danni portati al territorio extraurbano e al paesaggio dalla crescita delle periferie, ma vi si può leggere anche una condanna di quello che c'è fuori dalla città storica, dove vive però la maggioranza della popolazione, con spazi pubblici scarsi e residuali. Bisognerebbe suggerire l'adozione di politiche di riqualificazione urbana e di contenimento del consumo di suolo, ma questo non avviene. Forse anche perché non si produce documentazione visiva su queste realtà, e la raccolta di carte storiche non è sufficiente per questi obiettivi.

Le occasioni di collaborazione tra IBC e assessorati regionali continuano a essere frequenti anche negli anni successivi. Alla fine degli anni Ottanta la Regione lancia il "Progetto recupero", un articolato programma di interventi normativi e finanziari finalizzati a potenziare l'uso dello strumento del piano di recupero, sia nelle aree storiche che nelle periferie urbane, e a introdurre studi di fattibilità comunali, attenti a sviluppare sinergie operative tra soggetti pubblici e privati. La verifica dei contenuti degli studi di fattibilità è affidata all'IBC: è un fatto di grande rilievo, perché l'approvazione dello studio di fattibilità è presupposto per il finanziamento regionale del piano di recupero che ne consegue: in altre parole viene affidato all'IBC un grande potere di valutazione delle politiche comunali nel settore del recupero del patrimonio edilizio e urbanistico, e per conseguenza anche un potere di cooperazione nella definizione delle politiche regionali di settore.

E ancora: nel 1991 l'IBC conclude un lungo lavoro di censimento dei contenitori storici utilizzabili come servizi sociali, voluto da due assessorati regionali, quello all'edilizia e alla casa e quello all'urbanistica, alla cultura e ai beni culturali. Fu intitolato L'ultima città possibile il volume che raccolse oltre mille edifici di proprietà di enti locali ed enti pubblici, sparsi in tutta la regione, privi di utilizzo e dunque pronti a essere inseriti in una pianificazione-programmazione comunale.

Dieci anni più tardi, nel periodo in cui nascono le strategie regionali per la riqualificazione urbana, l'IBC gestisce una grande campagna fotografica sulle aree industriali dismesse, affidata a Gabriele Basilico, il grande fotografo milanese scomparso nel 2013. Questo è anche un segnale di continuità e di rilancio, rispetto all'epoca dell'esperienza sui centri storici. Si vuole "tornare sul campo" - questo fu lo slogan delle vecchie campagne di rilevamento fotografico - in cooperazione con oltre trenta comuni, finalizzando l'indagine ai temi che sono attualmente al centro delle azioni dell'urbanistica, a seguito delle dismissioni industriali in atto da anni in tutto il territorio.

Nel 2002 esce la legge regionale sulla qualità architettonica, che tende a porre finalmente sullo stesso piano di importanza modalità diverse di intervento sul territorio: conservazione (restauro, piani di recupero, manutenzione urbana), innovazione (architettura e arte contemporanea, anche promuovendo la ripresa dell'applicazione della vecchia legge del 2% per l'arte pubblica), demolizione (vengono emanate norme sull'individuazione e sull'eliminazione delle opere incongrue con il paesaggio).

L'IBC coordina, per conto dell'assessorato regionale alla programmazione territoriale, una ricerca fotografica sulle opere incongrue, coinvolgendo i comuni; collabora a definire i criteri di individuazione e a elaborare gli elenchi degli edifici di qualità del secondo Novecento. Nel 2003 la collaborazione con la DARC - Direzione per l'arte e l'architettura contemporanee del Ministero per i beni e le attività culturali porta a realizzare il "Seminario internazionale sulla qualità dell'architettura nei territori europei". Inizia a Bologna l'esperienza dell'Urban Center e l'IBC contribuisce a organizzare i primi eventi e la prima programmazione, con la pubblicazione di un numero della rivista "Gomorra" curato da Pippo Ciorra e dedicato a Bologna metropoli rimossa, con il seminario sulla città storica contemporanea, con il seminario internazionale di progettazione "Villard 9": "Agenti metropolitani. Progetti per Bologna".

Negli anni successivi vengono prodotti lavori che hanno l'obiettivo di aggiornare alla situazione attuale del territorio la conoscenza acquisita negli anni trascorsi. È per questo che, nel 2008, la collaborazione con l'assessorato regionale al turismo produce uno sguardo sul Po inteso come una media città di 700.000 abitanti, quanti sono quelli dei comuni rivieraschi; ed è per questo che, nel 2010, l'intento di celebrare il quarantennale delle campagne di rilevamento porta a pubblicare sotto il nome di Ritornando sull'Appennino una ricognizione visiva affidata a tredici fotografi e orientata più alle trasformazioni recenti che alla storia dei luoghi, peraltro già molto nota. È sempre per questo motivo che si svolgono analoghi lavori sulle ferrovie regionali e su un quartiere della periferia bolognese come San Donato; e che si lancia una selezione biennale sulla qualità delle architetture realizzate in regione nell'ultimo decennio, proprio per stimolare il confronto e la discussione sul tema.

Negli stessi anni, la riforma del Ministero per i beni culturali porta alla creazione delle direzioni regionali, e questo naturalmente complica il processo di ridisegno delle competenze e del ruolo del servizio dell'IBC dedicato a questo settore, privo di competenze di tutela nel campo dei beni architettonici e di una legge regionale a cui riferirsi e tramite la quale attingere risorse per la propria operatività. Solo il settore dei beni naturali gestisce infatti un capitolo di bilancio, su delega dell'assessorato all'ambiente, in riferimento alla vecchia legge 2 del 1977. Questo consente di elaborare un programma annuale di intervento - con una dotazione divenuta sempre più modesta, quasi irrisoria - per la manutenzione degli alberi monumentali e per il "Fondo per la conservazione della natura".

Ma non è facile coordinarsi con i molti assessorati di riferimento, quello all'ambiente, quello al territorio, quello alla cultura, e persino quello all'agricoltura. Ultimamente, un certo neocentralismo, lo stesso che ha portato all'approvazione della legge statale sugli alberi monumentali, porta a includere tra i soggetti interlocutori di queste azioni anche il Corpo forestale dello Stato e il Ministero dell'agricoltura. Del resto quello della frammentazione delle competenze è un problema generale del settore, visto che anche i beni architettonici hanno un naturale referente negli assessorati regionali all'urbanistica, mentre al contrario l'IBC è collocato nell'area della cultura, e questo implica un necessario e spesso difficile coordinamento tra i due assessorati.


Molto di quanto è stato detto fin qui indica, quasi naturalmente, delle direzioni da seguire o da riprendere. La propensione che il Servizio beni architettonici ha mostrato, negli anni recenti, a relazionarsi con il contemporaneo sembra, più che una scelta, una necessità. Per un settore come questo, il confronto con la realtà che cambia quotidianamente appare molto più stringente che negli altri settori, come gli archivi, le biblioteche, i musei. In un'attualità in cui il consumo è bloccato dalla crisi, rivolgersi all'esistente e al suo riciclo non è più soltanto - o forse non è tanto - una necessità estetica, ma un imperativo etico ed economico. Che queste politiche debbano essere gestite collegialmente dalla cultura e dall'urbanistica è una necessità che l'esperienza degli urban center sottolinea con forza. L'IBC deve continuare a essere luogo di produzione di ricerca, di una ricerca che coincida con la produzione di fotografia, di arte, di nuove tecnologie dell'informazione, considerando che esse possano influire sul pubblico in modo più emozionale e coinvolgente di quanto non faccia la comunicazione tradizionale.

Da tempo si dice, e occorre ribadirlo, che il Servizio beni architettonici e ambientali dell'IBC può candidarsi a svolgere le funzioni previste dalla legislazione per l'Osservatorio del paesaggio, collaborando strettamente con gli assessorati regionali competenti in materia di pianificazione urbanistica, territoriale e paesaggistica. Sarebbe naturale che questo avvenisse, visto che l'IBC per quattro decenni ha appunto svolto il compito di documentare il territorio regionale. Il paesaggio è il testimone più prezioso dell'identità territoriale perché rappresenta l'esito visibile di un processo di interazione che si svolge nel tempo e che vede come protagonisti l'uomo, la società e l'ambiente. Non è uno sfondo da contemplare o conservare, ma il prodotto di un sistema relazionale in divenire, che si produce nel corso dell'azione, grazie al coinvolgimento della molteplicità di attori che abitano, attraversano, percepiscono, raccontano il territorio, costruendo il proprio ambiente di vita, impregnandolo di significati, producendo e riorganizzando continuamente assetti e risorse.

L'Osservatorio per la qualità del paesaggio, come previsto dal Codice dei beni culturali, viene pensato allo scopo di monitorare l'attuazione della pianificazione paesaggistica e l'evoluzione delle trasformazioni del paesaggio regionale, oltre a realizzare studi e raccogliere dati, con la finalità di formulare proposte per definire gli obiettivi di tutela e le azioni regionali di miglioramento della qualità paesaggistica. In base a precise indicazioni da parte delle strutture regionali competenti in materia di tutela del paesaggio, l'IBC può:

· produrre analisi comparative sulle trasformazioni in atto;

· documentare le esperienze di protezione, gestione e pianificazione del paesaggio in Emilia-Romagna;

· elaborare atlanti, cataloghi, archivi in merito all'identificazione, classificazione e qualificazione dei paesaggi regionali;

· cooperare sul piano scientifico con le iniziative di ricerca (a livello europeo, nazionale e locale) di progetti pilota per aree con particolare criticità e urgenze d'intervento;

· proporre metodologie per la valutazione e l'dozione di parametri e obiettivi di qualità per il territorio regionale;

· promuovere e organizzare attività di sensibilizzazione, culturali, scientifiche, di formazione e di educazione, attraverso seminari, corsi, mostre, conferenze, pubblicazioni, opere multimediali, specifici programmi di informazione sulle politiche paesaggistiche;

· elaborare rapporti periodici sullo stato della pianificazione territoriale e su quello delle politiche per il paesaggio;

· proporre metodologie di individuazione delle opere incongrue e delle opere di qualità.

L'elenco potrebbe continuare di questo passo. Ma va concluso citando il compito decisivo: comunicare tutto questo nel modo più esteso possibile, raggiungere il pubblico dei giovani, utilizzando con la massima agilità le molteplici modalità consentite dalle tecnologie attuali.


Per concludere, mi pare utile sottolineare un'ultima volta questi concetti facendo uso delle parole di Ezio Raimondi, che diceva: "Si parla tanto della memoria; ma la memoria che conta non è quella che ricorda, bensì quella che interroga". Sono parole che possono interpretarsi anche così: i censimenti, da soli ricordano; relazionati ai bisogni, al progetto, al futuro, interrogano.


Nota

( 1) A. Emiliani, Una politica dei beni culturali, con scritti di P. Cervellati, L. Gambi e G. Guglielmi, Torino, Einaudi, 1974; nuova edizione: Bologna, Bononia University Press, 2014.

 

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