Rivista "IBC" XXII, 2014, 1

musei e beni culturali / mostre e rassegne

Una selezione delle opere dell’Ottocento bolognese di proprietà statale, abitualmente visibili solo su richiesta, torna in mostra alla Pinacoteca nazionale.
Una passeggiata nell'Ottocento

Emanuela Fiori
[Ufficio mostre e attività promozionale della Pinacoteca nazionale di Bologna ]

Sono trascorsi ormai due mesi dall’inaugurazione della mostra “’800/B. L’Ottocento a Bologna nelle collezioni del MAMbo e della Pinacoteca nazionale” (23 gennaio - 27 aprile 2014) ed è possibile anticipare qualche riflessione su questa esposizione che si avvia verso la chiusura con un’affluenza finale che supererà largamente le ventimila presenze. Il pubblico ha premiato con giudizi lusinghieri e confortanti un evento “controcorrente” rispetto alle manifestazioni organizzate nelle stesse date, dalle quali si è differenziato sotto vari aspetti: quello progettuale, quello contenutistico, quello organizzativo e, non ultimo, quello economico.

Non si tratta solo di parole e categorie, ma della sostanza che questi termini assumono in ambito metodologico. Anche se realizzato in tempi stretti e con poche risorse economiche, un prodotto può essere significativo se sia sostenuto da una spina dorsale scientifica ben solida, che nel nostro caso consisteva in vari studi sull’Ottocento bolognese a partire dalle mostre dei primi anni Ottanta curate da Renzo Grandi (I concorsi Curlandesi, 1980; Dall’Accademia al vero, 1983), fino agli studi più recenti: tra gli altri, quelli di Claudio Poppi (Luigi Serra o l’ossessione della perfezione, 2003; Alessandro Guardassoni: l’avanguardia impossibile, 2006) e quello di Gian Piero Cammarota per quel che concerne la storia della Pinacoteca dal 1797 al 1907 (Le origini della Pinacoteca Nazionale. Una raccolta di fonti, 1997-2000-2004).

Spesso compare un bagliore di meraviglia negli occhi dei visitatori, quando apprendono che i tempi di realizzazione della mostra hanno preso soltanto due mesi. Troppo pochi, certo, per una comunicazione adeguata e per realizzare un catalogo, ma sufficienti per presentare sui muri del Salone degli Incamminati una sequenza di dipinti che insieme a Barbara Secci abbiamo costruito a tavolino con un obiettivo: raccontare al pubblico la storia dell’Ottocento a Bologna, seguendo il filo sotteso dei temi e della cronologia. Dall’ideazione all’inaugurazione un tempo breve, ma denso di contenuti che qui si ripercorrono.

Nel novembre del 2013 la pubblicazione, con l’editore Marsilio, del quinto volume del Catalogo generale della Pinacoteca di Bologna, dedicato a Ottocento e Novecento, in concomitanza con l’annuncio di una sezione dedicata all’Ottocento nell’edizione 2014 di “Arte Fiera”, hanno avviato la concretizzazione di un’idea fino ad allora spesso accarezzata: presentare al grande pubblico una selezione delle opere dell’Ottocento bolognese, di proprietà statale, abitualmente visibili solo su richiesta.

La collaborazione con l’Istituzione Bologna Musei, e la conseguente disponibilità del patrimonio ottocentesco di proprietà comunale, hanno reso poi possibile ampliare il numero degli autori e il genere delle opere da selezionare, compensando reciprocamente le mancanze presenti nelle due collezioni.

Il patrimonio di dipinti proveniente al Comune di Bologna dall’istituzione del “Premio Curlandese” (che abbraccia il periodo che va dal 1787 al 1905) ha integrato il cospicuo nucleo statale costituito dai premi accademici a partire dal 1808, dagli acquisti del Ministero della pubblica istruzione alle esposizioni della Società Protettrice e alle triennali delle Accademie dell’Emilia, e da legati, come quello di Riccardo Marchesini, artista e collezionista bolognese della seconda metà dell’Ottocento (1856-1927). In particolare, con il lascito di quest’ultimo, che si distingue per consistenza numerica e alta qualità, sono pervenute alla Pinacoteca opere di autori non emiliani di grande livello, quali per esempio Cesare Tallone, Mosè Bianchi e Pompeo Mariani. A questo considerevole gruppo si aggiungono poi le opere di Luigi Serra acquistate nel 1922, e, non meno importanti, quelle provenienti dalla donazione effettuata nel 1926 dagli eredi di Antonio Muzzi.

Per quanto concerne la Pinacoteca nazionale, gran parte del patrimonio era stato esposto nella sezione moderna della Galleria, smantellata nel secondo dopoguerra per l’ammodernamento degli spazi espositivi. La conseguente collocazione nei depositi e successivamente l’affido delle tele più grandi e decorative a enti di Stato, che ne avevano fatto richiesta per abbellire i propri uffici, aveva poi completato l’iter di allontanamento dalla ribalta espositiva.


Come si può ben comprendere, ci si è trovati di fronte al problema di selezionare un quantitativo non indifferente di dipinti, molti dei quali mai esposti, vuoi per carenza di spazi, vuoi per il generale oblìo caduto per lungo tempo sull’Ottocento nazionale e locale in seguito a un giudizio critico fortemente svalutativo. Subito è apparsa chiara la necessità di individuare un criterio espositivo al quale subordinare una prima cernita. La cronologia ci avrebbe posto di fronte a una mescolanza di temi e stili incomprensibile per il pubblico. Si è quindi optato per un percorso ripartito in quattro sezioni tematiche (“Accademia”, “Pittura di Storia”, “Mondo borghese” e “Paesaggio”), all’interno delle quali presentare coloro i quali, anche per essersi aggiudicati una sola volta un premio prestigioso, furono i protagonisti della pittura dell’Ottocento a Bologna.

Il cammino dei pittori noti – Palagi, Hayez, Fontanesi, Guardassoni, Busi, Bertelli, Muzzi, Serra – è stato completato e intrecciato con quello dei meno conosciuti, come Angiolini, Ferrari, Albéri, Gargalli, Gregori, Bedini, Orfei: fino a ricostruire un tessuto che permette di leggere l’evoluzione artistica di un secolo dal Neoclassicismo alla Belle Époque, attraverso le espressioni di gusto “classico” delle giurie di accademici che premiavano alle esposizioni, e quello diverso, più alla moda, dei collezionisti borghesi.

Il primo elenco di opere ha dovuto scontrarsi inevitabilmente con la realtà concreta delle opere, dallo stato conservativo alla qualità estetica, tenendo anche conto della resa nella riproduzione fotografica. I sopralluoghi effettuati nei luoghi di deposito (Prefettura, Questura, Provincia, Comando Legione Emilia-Romagna dei Carabinieri) e l’attento esame diretto hanno portato a una riduzione numerica: dalle 140 opere inizialmente previste, alle 88 esposte.

A questo punto la mostra, nella sua sostanza, aveva preso corpo e bisognava pensare a un’immagine che diventasse il simbolo di un’epoca e dei suoi contrasti. La Bagnante di Antonio Rosaspina, giovane donna nuda che indossa solo un paio di orecchini, colta mentre si appresta a bagnarsi in uno specchio d’acqua, è parsa la più adatta a rappresentare il dualismo tra pittura accademica e realismo, qui ancora sommesso.

È proprio questo bel dipinto ad accogliere il visitatore e a catturarlo con il fascino di una femminilità innocente e ammiccante al tempo stesso. Siamo nel 1863, lo stesso anno nel quale Édouard Manet espone a Parigi Olympia, uno dei nudi femminili più celebrati della storia dell’arte, ma Antonio Rosaspina non riceve dal destino la fortuna così vasta e la fama del suo contemporaneo francese. Nato a Bologna nel 1830 da Francesco, notissimo incisore specialista nel riprodurre le opere del glorioso Rinascimento italiano, il giovane pittore si applica ai temi allora in voga: dal soggetto storico alla scena più accostante e di genere. Frequenta concorsi nazionali, si barcamena in cerca di acquirenti come tutti; il suo destino si compie nel 1863 con l’acquisto di questa Bagnante, una delle sue opere migliori, da parte del Ministero della pubblica istruzione, che la destina alla Regia Pinacoteca dell’Accademia di Belle Arti di Bologna.

Ma il gusto del pubblico, e in primo luogo quello dei critici d’arte, cambia: questa tela e il suo autore entrano nell’ombra. È la stessa sorte toccata alla maggior parte degli 88 dipinti presenti in mostra, premiati e poi dimenticati nonostante la loro indubbia qualità artistica. Coniugando un linguaggio semplice alla chiarezza dei concetti e lasciando che fossero le opere a parlare, speriamo di essere riusciti a raccontare il passato prossimo della nostra storia attuale, e forse è proprio questo ciò che il pubblico cerca e apprezza.



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