Rivista "IBC" XX, 2012, 1

inchieste e interviste, itinerari, progetti e realizzazioni, restauri

Ha aperto al pubblico il Museo della storia di Bologna, punto di arrivo e cuore del percorso di "Genus Bononiae". Intervista al suo presidente, Fabio Alberto Roversi-Monaco.
Un Genus per il futuro

Valeria Cicala
[IBC]

Tutta la città ne parla: poteva certamente essere lo slogan con cui sintetizzare il clima di attesa e forte curiosità che ha preceduto e caratterizzato l'apertura al pubblico del Museo della storia di Bologna, lo scorso 27 gennaio 2012, dopo una serie di apprezzate anteprime destinate non solo all'affollatissimo settore di stampa e media, ma anche a ben precisi ambiti delle strutture culturali ed economiche della città.

L'aspettativa per il nuovo museo era più che comprensibile: realizzato all'interno di Palazzo Pepoli, dopo un importante e originale lavoro di restauro, che ha restituito alla città gran parte dell'antico e prestigioso edificio, esso costituisce il punto di arrivo e insieme il cuore di un articolato e innovativo progetto che va sotto il nome di "Genus Bononiae". Musei nella città (www.genusbononiae.it). Un percorso di luoghi e di storie, che è stato realizzato nell'ultimo decennio, edificio dopo edificio, collezione dopo collezione, creando un circuito virtuoso tra le nuove sedi con i loro contenuti (spesso una scoperta) e l'intero patrimonio cittadino. L'esito immediato, preparato dagli altri edifici già aperti al pubblico negli anni precedenti, è un differente colpo d'occhio, ampliato e rinnovato, sul centro storico. Un metterne meglio a sistema le diverse componenti, riscrivendo con nuovi accenti vocazioni culturali e scientifiche, e il ruolo che intere famiglie e singole personalità hanno esercitato, attraverso i secoli, all'interno e all'esterno del perimetro urbano.

Si può immaginare il dispiego di forze intellettuali ed economiche che tale progetto ha comportato, ma certamente è una la personalità che a esso ha dato fisionomia e prospettiva: Fabio Alberto Roversi-Monaco, presidente della Fondazione Cassa di risparmio in Bologna e di "Genus Bononiae. Musei nella città".

Nell'imminenza dell'apertura di Palazzo Pepoli, abbiamo avuto l'opportunità di incontrarlo a Casa Saraceni, sede della Fondazione, seppure assillato da molteplici impegni. Il presidente comunica al suo interlocutore il piacere di tornare sui tempi e le motivazioni di un disegno impegnativo, che nella forma e nei contenuti è frutto di una sua visione della città e del peso che egli assegna alla cultura. Si avverte uno spirito di stampo rinascimentale sotteso al suo modo di considerare l'incremento del patrimonio culturale e la possibilità di renderlo bene comune.


Presidente, quanto ha giocato nel progetto di "Genus Bononiae" la sua precedente esperienza di rettore dell'Alma Mater e l'impegno che aveva profuso nell'acquisizione e nel recupero di grandi immobili per offrire nuove e prestigiose sedi all'Università?

Quell'esperienza è stata fondamentale per indirizzare in modo forte le esigenze di spazi rispetto alle emergenze in cui versavano alcuni edifici di interesse artistico e architettonico. Il recupero di strutture quali San Giovanni in Monte, Santa Lucia, la Manifattura Tabacchi, per esempio, fu collegato agli interventi universitari resi necessari dall'esigenza di garantire sedi e spazi funzionali, adeguati alle nuove discipline dell'area umanistica; era nato e cresceva il DAMS. Del resto, ho sempre pensato che studiare all'interno di ambienti accoglienti, che meritano rispetto, nei quali si sta a proprio agio, stimoli i giovani a salvaguardarli.


E in Fondazione come è maturato il progetto "Genus Bononiae"?

Con il sostegno del Consiglio, che lo ha completamente condiviso. L'idea è stata quella di creare qualcosa di rilevante, che fosse espressione di obiettivi alti nell'ambito della cultura. Non una singola struttura, ma un sistema museale unitario, costituito da una serie di sedi diffuse. Abbiamo lavorato, in collaborazione con istituzioni e soprintendenze, per valorizzare il ruolo centrale, di respiro europeo, che Bologna aveva avuto nei secoli; ma in modo innovativo, soprattutto pensando alle nuove generazioni, a un turismo culturale che deve coinvolgere in primis gli stessi abitanti della città, ma per raggiungere anche un pubblico ben più ampio e differenziato.

Il patrimonio storico-artistico è uno dei presupposti della crescita futura della città. Il Museo della storia di Bologna progettato dall'architetto Mario Bellini, nel suo allestimento, attraverso le proposte multimediali e i percorsi che offre per conoscere la storia e i personaggi della città, vuole essere un continuo rimando agli altri musei, alle loro peculiarità, all'approfondimento di specifiche età e degli eventi fondamentali; è la tessera e insieme la sintesi di un mosaico di collezioni, di opere e di oggetti che si trovano anche negli altri luoghi che fanno parte di questo nostro itinerario: Palazzo Fava - Palazzo delle esposizioni, il Complesso di San Colombano, Santa Maria della Vita, la Biblioteca d'arte e di storia di San Giorgio in Poggiale, come pure la Chiesa di Santa Cristina, che non è di proprietà della Fondazione Cassa di risparmio, ma il cui recupero, grazie ai restauri che abbiamo realizzato, ha dato alla città una sede importante per gli eventi musicali che vi ospita. Prossimamente inizieranno anche i lavori di restauro del complesso artistico di San Michele in Bosco.


Al di là degli interventi su quello che è patrimonio della Fondazione, la medesima ha promosso restauri importanti soprattutto in chiese e complessi conventuali. Si può affermare che alla Fondazione preme l'affermazione di Bologna, città in grado di esibire un tessuto di architetture e di artisti che non conosce cesure e che si vuole sempre più rivelare e diffondere?

La Fondazione si è posta e si propone sempre al servizio della città. Gli interventi di restauro che abbiamo finanziato hanno riguardato spesso complessi di carattere religioso: si pensi a San Domenico, a San Bartolomeo, a San Petronio, e tanti altri. I progetti che portiamo avanti sono tesi a combattere una certa inerzia, che riguarda sia i cittadini sia diverse categorie economiche. I nostri cantieri hanno dato lavoro, hanno offerto la possibilità di realizzare corsi di formazione. Molti giovani hanno avuto e hanno opportunità di esperienze lavorative, grazie a "Genus Bononiae"; hanno affinato la loro professionalità. Ma ritengo che un altro risultato fondamentale di questo progetto, oltre a quello di aver strappato al degrado e all'incuria alcuni edifici, consista nell'aver restituito una vivibilità condivisa, le condizioni di una migliore socializzazione, ad alcuni segmenti del centro storico.

Le faccio un esempio: l'apertura, rispettivamente, di Palazzo Fava in via Manzoni e di San Colombano in via Parigi, gli eventi che si svolgono in questi luoghi, la differente e più qualificata quotidianità che qui si è creata, hanno riqualificato queste strade, che oggi sono un luogo d'incontro, un riferimento acquisito nella topografia dei luoghi culturali. Questi interagiscono e consolidano anche le attività di altre sedi prestigiose della cultura bolognese che si affacciano su via Manzoni: il Civico medioevale e l'Oratorio dei Filippini. C'è un continuum di storia, di attività artistiche, che si riannoda a via Zamboni, all'Accademia delle Scienze, come alla Pinacoteca. L'Università e il centro storico devono avere un linguaggio comune, forte e comprensibile.


A proposito di linguaggi, sia da parte della Fondazione in quanto tale, ma soprattutto all'interno di "Genus Bononiae", è evidente - dalla collezione "Tagliavini" in San Colombano, ai concerti in Santa Cristina, al sostegno all'orchestra "Mozart" - che la parola "musica" propone una serie di rimandi e di interventi che esprimono la centralità di un'offerta culturale, a essa riconducibili. Ci sono altri progetti?

La musica è un capitolo molto positivo, collaboriamo con molte delle realtà musicali che operano in città e in provincia. L'acquisizione della collezione di strumenti del maestro Tagliavini è un prodigioso patrimonio per una città che ha tradizioni musicali importanti. La nostra stagione concertistica, gratuita, che si tiene in Santa Cristina (uno spazio dall'acustica perfetta), è un'opportunità per ascoltare nomi di primo piano nel panorama internazionale. Altra iniziativa che valorizza le scuole musicali fiorite qui nel corso del Seicento, è la "Schola Gregoriana Benedetto XIV", inaugurata nel giugno del 2007: un progetto finalizzato alla creazione di professionisti nel complesso registro musicale del canto gregoriano. Se parliamo dell'orchestra "Mozart" arriviamo all'eccellenza nella sua totale pienezza: Claudio Abbado. Se il progetto di un nuovo auditorium non si realizzasse, ritengo che sarebbe uno svantaggio per la città. Gli amministratori devono pensare in grande quando si ragiona di compagine culturale, con una progettualità sistematica, che è quella che può garantire lavoro e una prosperità continua.

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